La proposta è stata rilanciata venerdì 31 luglio dal primo socio di Banco Bpm, Crédit Agricole, proprio mentre bocciava le nozze tra la partecipata e Mps. Non c’è ancora un’offerta formale: i vertici della banque verte hanno però indicato con chiarezza la preferenza per un’integrazione delle proprie attività italiane con Piazza Meda. Mercoledì 5 Giuseppe Castagna ha raccolto l’assist, definendo una combinazione con Crédit Agricole Italia «molto solida» sul piano industriale. Insomma, dopo lo stop al dialogo con Siena, la strada francese è tornata in cima alla lista delle opzioni di Bpm.
L’idea non è nuova. Il dossier è stato aperto e richiuso più volte dal 2021 e nell’autunno scorso aveva già raggiunto un grado di concretezza elevato per poi tramontare. Oggi però il quadro è diverso.
Agricole è passata dal 9% al 29,3% del Banco e ha raddoppiato la rappresentanza in consiglio. Non c’è controllo, non perde occasione di ribadire Parigi, ma c’è voglia di contare. Anche il contesto è molto cambiato in un anno. Con un golden power spuntato dalla vicenda Unicredit-Bpm, difficilmente il governo Meloni si metterà di traverso. E la scelta della neutralità fatta nella partita Intesa-Mps-Generali ha fatto guadagnare a Parigi un credito consistente presso i grandi attori della finanza italiana e spendibile per costruire un nuovo polo bancario.
Resta da costruire l’architettura. Uno degli schemi studiati in passato prevedeva Banco Bpm come piattaforma quotata e il conferimento delle attività italiane di Crédit Agricole, con un corrispettivo in azioni e asset. È qui che si pone il primo nodo. Con Agricole al 29,3%, anche una quota limitata di nuovi titoli farebbe scattare l’opa obbligatoria. La disciplina Consob consente però di aggirare l’ostacolo attraverso il whitewash: se la fusione venisse approvata dagli azionisti indipendenti, Agricole potrebbe superare il 30% senza dover lanciare un’offerta, come previsto nello schema Unipol-Intesa.
I bilanci 2025 permettono intanto di capire che banca nascerebbe. La fotografia prima di sinergie e cessioni imposte dalle autorità mostra 297,7 miliardi di attivi: 205,9 miliardi di Banco Bpm e 91,8 miliardi di Crédit Agricole Italia. Gli impieghi sarebbero circa 166,4 miliardi, il patrimonio netto 24,2 miliardi e il capitale Cet1 circa 15,2 miliardi. Si tratterebbe insomma del terzo gruppo italiano a pari merito con la nascitura Bper-Mps.
I dipendenti salirebbero a 31.229 e gli sportelli a 2.356 sul perimetro contabile di fine 2025. L’utile aggregato sarebbe vicino a 2,9 miliardi. Il gruppo combinato partirebbe da 9 miliardi di ricavi, con un mix equilibrato: circa 4,8 miliardi, il 53%, verrebbero dal margine di interesse e 3,8 miliardi, oltre il 42%, dalle commissioni. Il resto arriverebbe soprattutto da assicurazioni e attività finanziarie. Ne risulterebbe una banca con una componente di ricavi da gestione del risparmio e servizi abbastanza ampia da ridurre la dipendenza dai tassi. Bpm apporterebbe soprattutto scala nel credito e nella raccolta, Agricole una maggiore intensità nel wealth management.
Sul piano dell’efficienza il punto di partenza è già positivo. Bpm ha chiuso il 2025 con un cost/income del 45,99%, mentre per Crédit Agricole Italia il dato rettificato utilizzato nel confronto è del 51,1%; il pro forma indicativo scende così intorno al 47,6%. Anche il capitale non presenta criticità evidenti. Banco Bpm aveva un Cet1 ratio del 14,32%, Crédit Agricole Italia del 13,4%. Sommando il capitale Cet1 e le attività ponderate per il rischio dei due gruppi, il coefficiente pro forma si collocherebbe grossomodo attorno al 14%, prima degli effetti dell’operazione. Non sarebbe dunque un matrimonio costruito per risolvere problemi patrimoniali o di qualità del credito, ma per aumentare scala e capacità di estrarre sinergie.
È soprattutto la geografia a spiegare il razionale industriale. Oggi Bpm ha 1.295 filiali contro le 954 di Crédit Agricole. La Lombardia sarebbe il baricentro del nuovo gruppo con 694 sportelli, seguita dall’Emilia-Romagna con 346, dal Veneto con 228, dalla Toscana con 200 e dal Piemonte con 191: in queste cinque regioni si concentrerà insomma quasi il 74% della rete, con il Banco nettamente più forte in Lombardia, Piemonte e Veneto e Agricole in Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia.
La forte sovrapposizione nel Nord apre spazio a sinergie su filiali, costi e immobili, mentre il nuovo gruppo avrebbe scala nazionale, una presenza molto forte nei territori a maggiore densità di Pmi e ricavi ben diversificati. Se il dossier entrerà davvero in trattativa, i nodi saranno soprattutto tre: valutazione di Crédit Agricole Italia, concambio e quota finale dei francesi. Da questi dipenderà anche la natura del nuovo polo e il peso effettivo di Parigi. (riproduzione riservata)