Così la mia Fincantieri dribbla la tempesta perfetta del caro-commodity, inflazione e tassi post-guerra in MO. Parla il ceo Folgiero
Così la mia Fincantieri dribbla la tempesta perfetta del caro-commodity, inflazione e tassi post-guerra in MO. Parla il ceo Folgiero
L'escalation in Medio Oriente non frena Fincantieri. Previsti ordini per 5 miliardi nei prossimi mesi, con una domanda crescente di difesa e sicurezza. Il gruppo è ben coperto su forniture e tassi

di di Andrea Deugeni 28/03/2026 09:00

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La nuova escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran non cambia la rotta di Fincantieri. L’amministratore delegato Pierroberto Folgiero indica un orizzonte di sei mesi per la conclusione del conflitto e assicura che il gruppo della cantieristica navale è coperto su forniture e tassi, senza rischi di strozzature nella supply chain. Anzi, lo scenario rafforza strutturalmente la domanda di difesa e sicurezza delle infrastrutture critiche, con 5 miliardi di euro di ordini attesi nei prossimi 5 mesi tra Italia, Medio Oriente e Stati Uniti e prospettive di lungo periodo negli Usa.

Con un backlog che satura i cantieri fino al 2035-2037, margini e cassa in miglioramento, execution del piano senza rischi e maggiore liquidità del titolo dopo l’aumento di capitale, Fincantieri appare ben posizionata per agganciare l’upside del settore anche nella tradizionale crocieristica e riavvicinare a Piazza Affari i massimi dell’ottobre 2025, a 26,9 euro.

Un assist? L’appartenenza all’asset class «Halo», copyright Goldman Sachs. E l’m&a? «Forti di una provvista di 500 milioni, il focus è sulla subacquea. Stiamo esaminando molti dossier in linea con la nostra strategia make or buy», dice.

Domanda. Fincantieri ha presentato il nuovo piano industriale a febbraio, prima dello scoppio delle ostilità in Medio Oriente fra Stati Uniti, Israele e l’Iran: come impatta ora il conflitto sulle strategie? Innanzitutto, quanto durerà la nuova guerra?
Risposta. Rispetto alle stime iniziali di un conflitto lampo, credo sia più ragionevole prepararsi a un orizzonte a sei mesi. Il gruppo comunque è ben coperto per il 2026 sia per le forniture di energia e acciaio necessarie alle proprie produzioni sia sui tassi. In sei mesi il problema dovrebbe rientrare, ci sono molti fattori che spingono in questa direzione anche se il superamento di alcuni tabù come l’offensiva diretta ad alcuni Paesi arabi e l’attacco alle infrastrutture energetiche e petrolifere genereranno conseguenze che vanno oltre alla fine del conflitto.

D. Quali sono queste conseguenze?
R. La domanda di sicurezza e difesa, anche delle infrastrutture critiche, ne esce ulteriormente rafforzata. La nuova normalità dovrà convivere con il superamento di questi tabù e i governi ne terranno conto.

D. E se il conflitto dovesse durare più di sei mesi?
R. Dovremo analizzare gli eventuali impatti. Per Fincantieri non vedo oggi rischi di strozzatura sulla catena di fornitura, ad esempio sulle materie prime. Ci sarà eventualmente un tema generale di prezzi-costi. Sui tassi Fincantieri ha costruito un buon hedging fisso-variabile. Quindi siamo comunque ben posizionati.

D. In occasione del capital markets day il Medio Oriente era stato citato come una delle aree da cui erano in arrivo 5 miliardi di euro di ordini nel settore difesa. Ci sono novità?
R. Abbiamo diverse trattative in fase molto avanzata, sia in Europa sia altrove. Stiamo lavorando pancia a terra su molti dossier caldi. A meno di stravolgimenti, riteniamo raggiungibile l’obiettivo di 5 miliardi di ordini dal segmento difesa già nei prossimi sei mesi.

D. E negli Stati Uniti, dopo l’assegnazione di quattro navi da sbarco Landing Ship Medium per la Marina?
R. Stiamo lavorando alla formalizzazione della commessa e siamo ben posizionati per i programmi di lungo termine che prevedono la fornitura di 35 unità in tutto, per questa classe di navi insieme a un secondo cantiere già identificato dalla Us Navy. E ci sono poi altre classi di navi per cui i nostri cantieri in Wisconsin sono eleggibili.

D. In conference call con gli analisti ha spiegato che Fincantieri è focalizzata su m&a selettivo. Che tipo di target ha in mente?
R. Sono tecnologie che andranno ad aumentare la dimensione tecnologica del gruppo, come ulteriore motore di crescita di Fincantieri (il primo è il core business dello shipbuilding, ndr) che consente di proiettare nel futuro un’industria pesante come quella della cantieristica navale. Ci concentreremo sull’espansione nel settore subacqueo, alle prese con una profonda fase di discontinuità e dove operiamo con il Polo Tecnologico della Subacquea istituito dal ministero della Difesa. Le aziende che abbiamo comprato, Remazel e Wass, stanno andando molto bene grazie a un’integrazione sinergica all’interno del gruppo. Abbiamo coinvolto anche altre società più piccole con cui stiamo sviluppando prodotti nel mondo dei droni e delle telecomunicazioni subacquee e di superficie. Con l’ultimo aumento di capitale da 500 milioni abbiamo messo fieno in cascina per ulteriori acquisizioni e stiamo esaminando molti dossier in linea con la nostra strategia make or buy. Cioè tecnologie da sviluppare attraverso partnership o acquisizioni per coprire tutta la catena del valore. Vogliamo accompagnare la trasformazione delle navi militari in motherships, che coordinano un sistema di droni di superficie e subcquei. L’operazione Xtera con Prysmian invece è un esempio di come cambierà il mondo dei fondali marini che farà nascere collaborazioni tecnologiche con il mondo civile attraverso aziende che sono già attrici dell’economia subacquea. È un mondo che oggi si occupa di cavi e oil & gas e domani si allargherà al seabed mining fino all’acquacultura nel lungo termine.

D. Dopo l’incremento del flottante al 36% con l’aumento di capitale ad hoc di febbraio riservato a istituzionali e una strategia finanziaria più market-oriented ci sono stati ingressi importanti nel capitale?
R. Sì, l’obiettivo era quello. Abbiamo già registrato un forte aumento medio dei volumi. Quelli sui titoli Fincantieri scambiati ogni giorno sono mediamente sopra i 4 milioni di pezzi. Nel 2022 il titolo stava fuori dai radar degli investitori istituzionali e scambiava circa 300 mila pezzi al giorno. Il settore della difesa è stato per anni poco attrattivo per gli asset manager, gettonato nel 2025 e ora in una fase di emotività costante alimentata dagli eventi di guerra. Tutto ciò dovrà trovare un equilibrio e una stabilizzazione all’interno dell’asset class della difesa.

D. In borsa il titolo è circa 14 euro sotto i massimi del 9 ottobre dello scorso anno. Cosa sta succedendo?
R. Non dimentichiamo che siamo cresciuti del 220% dall’ultimo aumento di capitale e del 140% solo nel 2025. Attualmente l’andamento del trend delle azioni è in linea con quello del settore europeo della difesa, che ha ritracciato. Oltre al trend della difesa Fincantieri può contare anche sul macro-trend dell’industria pesante. Questo settore torna centrale, come ho letto recentemente in un report di Goldman Sachs che ha definito questo segmento «Halo», acronimo di heavy assets, low obsolescence (asset pesanti, bassa obsolescenza). I Paesi occidentali si dovranno reindustrializzare e gli asset fisici produttivi sono un investimento sicuro e non volatile come il settore del software che soffre invece di obsolescenza rapida. In più Fincantieri può contare su un portafoglio ordini che satura i cantieri fino al 2035, con picchi fino al 2037, con l’opportunità di dedicarsi all’ottimizzazione dell’execution e alla crescita della propria filiera. Siamo molto ottimisti sulla possibilità di creare valore visto che il nostro portafoglio satura la capacità produttiva e assorbe completamente i costi fissi. Avendo già realizzato tutti i prototipi necessari, il portafoglio futuro prevede la costruzione di molte navi gemelle. Il che minimizza molto i rischi esecutivi, migliorando margini e cashflow. Lavoreremo affinché il mercato se ne accorga, trimestre dopo trimestre. (riproduzione riservata)