Cosa succede al prezzo dell’oro se scoppia la guerra Usa-Iran: le previsioni di Daniel Marburger, ceo di StoneX Bullion
Cosa succede al prezzo dell’oro se scoppia la guerra Usa-Iran: le previsioni di Daniel Marburger, ceo di StoneX Bullion
Il prezzo dell’oro torna sopra i 5.000 dollari l’oncia. I prossimi target al rialzo

di Francesca Gerosa 19/02/2026 13:12

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Il prezzo dell'oro ha esteso i guadagni nella prima parte della seduta di giovedì 19 febbraio, dopo essere salito di oltre il 2% in quella precedente con le tensioni tra Stati Uniti e Iran che spingono gli investitori verso i beni rifugio, mentre il mercato valuta il percorso di politica monetaria della Federal Reserve. Il tutto in un contesto che vede ancora alcuni mercati asiatici chiusi per il Capodanno lunare.

L'oro spot il 19 febbraio è salito nell’intraday fino a 5.022,25 dollari l'oncia, salvo poi indietreggiare leggermente (-0,08%) alle 18:30 a 4.995,20 dollari l’oncia. Anche il prezzo dell'argento (oltre +5% il 18 febbraio), dopo un top intraday a 79,47 dollari l'oncia, ha tirato i remi in barca (-0,35%) a 77,91 dollari l'oncia.

Cosa accade all'oro in caso di un conflitto tra Stati Uniti e Iran

Le preoccupazioni geopolitiche sono al centro dell’attenzione, un’eventuale azione militare degli Stati Uniti contro l’Iran potrebbe protrarsi per diverse settimane.

Se gli Usa attaccassero Teheran, «nel breve termine l'oro probabilmente registrerebbe un forte rialzo. Il petrolio salirebbe, le attese di inflazione aumenterebbero e i flussi verso i beni rifugio si intensificherebbero. È uno schema già visto in più occasioni: gli shock geopolitici generano una domanda immediata di oro fisico», prevede Daniel Marburger, ceo di StoneX Bullion.

Ancora più rilevanti sarebbero, però, gli effetti secondari: un aumento dei prezzi energetici complicherebbe la politica monetaria, potrebbe indebolire il dollaro e accelerare la diversificazione delle riserve da parte dei Paesi non allineati. Tutti fattori, precisa Marburger, strutturalmente positivi per l’oro oltre il rialzo iniziale.

Fed, riserve e dollaro sotto la lente

Nel frattempo, dai verbali della riunione del 27-28 gennaio è emerso che i funzionari della Fed sono apparsi sorprendentemente cauti riguardo a un taglio dei tassi. Il che può mettere la banca centrale americana in rotta di collisione con il presidente, Donald Trump, complicando il compito del candidato designato alla presidenza della Fed, Kevin Warsh. Più volte, infatti, Trump si è espresso a favore di un costo del denaro più basso, uno scenario che rappresenterebbe un fattore positivo per il metallo prezioso.

«Se il nuovo presidente della Fed fosse portatore di una politica più restrittiva o una linea più aggressiva contro l’inflazione, potremmo osservare pressioni di breve termine sull’oro», continua Marburger. Tuttavia, a livello strutturale hanno un peso maggiore i tassi reali, i disavanzi fiscali e la sostenibilità del debito più che le singole personalità. Gli Stati Uniti, ad esempio, registrano deficit superiori al 6-7% del pil e un debito oltre il 120% del pil: «questo pone un limite a quanto la politica monetaria possa essere realisticamente restrittiva nel corso del tempo. In generale, nei mercati rialzisti di lungo periodo correzioni del 10-20% sono normali e non vanno confuse con la fine del ciclo».

A sua volta il dollaro ha mantenuto i guadagni dopo i dati macro che hanno evidenziato la solidità dell'economia statunitense. La produzione industriale Usa è aumentata a gennaio ai massimi da quasi un anno, mentre a dicembre gli ordini di beni durevoli sono cresciuti oltre le attese. Il dato di venerdì 20 febbraio sulle spese per consumi personali (Pce), l'indicatore d’inflazione preferito dalla banca centrale americana, fornirà ulteriori indicazioni in merito. Attualmente i mercati si aspettano il primo taglio dei tassi di interesse del 2026 a giugno, secondo il FedWatch Tool del CME.

Nell’ultimo anno la debolezza del biglietto verde, unitamente ai rischi geopolitici e agli acquisti delle banche centrali, ha amplificato il rally del lingotto. Tuttavia, avverte il ceo di StoneX Bullion, il movimento non dipende esclusivamente dalla valuta: riguarda anche la questione della fiducia e della gestione delle riserve

Le banche centrali dei Paesi emergenti non reagiscono in modo emotivo, operano invece in senso strategico. Dal 2022 gli acquisti di oro delle banche centrali hanno superato le 1.000 tonnellate annue, ben oltre le medie storiche.

«Ricordiamo alcuni elementi chiave del metallo giallo: l’oro non presenta rischio di controparte, è politicamente neutrale e non può essere sanzionato come può accadere invece alle riserve in valuta estera. Dopo il congelamento delle riserve russe, molte banche centrali hanno riconsiderato la propria esposizione al sistema basato sul dollaro», spiega Marburger. «Questo non significa che il dollaro scomparirà come valuta di riserva. È vero però che il ruolo dell’oro come riserva neutrale sta tornando prepotentemente alla ribalta».

Misure cinesi contro la speculazione e le chiusure per il Capodanno lunare

Il modello di acquisto cinese è sempre stato tattico: la banca centrale tende ad accumulare per fasi, fare pause e poi riprendere. Un rallentamento temporaneo non cambia la traiettoria di fondo. La Cina continua, infatti, a diversificare gradualmente le sue riserve. Non dimentichiamo poi che, date le dimensioni di queste riserve, anche piccole riallocazioni percentuali verso l’oro equivalgono a volumi importanti.

In Cina, le restrizioni di liquidità di breve termine e i limiti alle negoziazioni imposti dal governo possono ridurre la volatilità sul mercato interno, soprattutto dei futures. Inoltre, il Capodanno lunare spesso comporta volumi più bassi, «un ulteriore fattore che potrebbe portare a una temporanea stabilizzazione dei prezzi. Ma il prezzo globale dell'oro non dipende da una sola piazza. Londra, New York e, sempre di più, i flussi Otc in Asia hanno un peso rilevante. I fattori strutturali non scompaiono per effetto di chiusure stagionali», nota l’esperto di StoneX Bullion.

I prossimi target al rialzo

Banche come Deutsche Bank e Goldman Sachs hanno previsto una ripresa del trend rialzista dell’oro, a 6.000 dollari l'oncia nel 2026 la prima e a 5.400 dollari l'oncia la seconda, sottolineando come molti dei fattori, tra cui anche le preoccupazioni per l’indipendenza della Fed, che hanno sostenuto il rally pluriennale restino intatti.

Lo stesso Marburger ritiene che non ci troviamo in una fase «meme» ma in una fase di transizione monetaria. La volatilità sull’oro si manterrà nel breve, avranno luogo correzioni di mercato ma le ragioni strategiche di fondo a sostegno anche dell'argento restano solide. E, soprattutto, finora ogni correzione significativa è stata utilizzata dagli investitori più strutturati per accumulare ulteriori quantità di metallo fisico, in particolare lingotti d'oro da investimento, piuttosto che per uscire dal mercato.

«Abbiamo già toccato con mano come il mercato sia disposto a prezzare l’oro sopra i 5.000 dollari l'oncia, con picchi vicini a 5.500 dollari in questo inizio d’anno. Questo cambia completamente il quadro di riferimento a livello psicologico», precisa Marburger.

Per il 2026 il suo scenario di base è un intervallo di negoziazione tra i 4.700 dollari e i 5.750 dollari l'oncia, «con la possibilità di andare anche oltre in uno scenario di particolare stress di mercato. Detto ciò, l’oro non si muove lungo una linea dritta. Come già segnalato, in fasi di forte rialzo sono normali correzioni del 10-20%; strutturalmente, però, non vedo presenti le condizioni macro a supporto di un ritracciamento al di sotto dei 4.500 dollari. Sono dell’idea che nel 2026 assisteremo a un consolidamento dell'oro su livelli più elevati più che trovarci in uno scenario di picco e crollo successivo». (riproduzione riservata)