Contratto dei bancari, perché ci sono le risorse per gli aumenti richiesti
Contratto dei bancari, perché ci sono le risorse per gli aumenti richiesti
La piattaforma sindacale propone un aumento mensile di 518 euro per i bancari, spalmato su tre anni, per recuperare il potere d'acquisto eroso dall'inflazione e remunerare la crescente redditività del settore

di di Fabio Pavesi 19/10/2026 21:00

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La lunga partita del risiko bancario rischia di oscurare e mettere in secondo piano il rinnovo del contratto triennale dei 260 mila dipendenti bancari italiani, per il quale sono state avviate le prime interlocuzioni con l’Abi. È la preoccupazione espressa a gran voce dai sindacati - Fabi in testa -, che hanno giudicato del tutto insoddisfacente l’esito dei primi incontri.

Non solo; ora lo spettro del nuovo contributo da 5 miliardi, chiesto dal governo a banche e assicurazioni per coprire i fabbisogni della Legge di Bilancio, potrebbe rappresentare un altro ostacolo. Infatti il fronte sindacale teme che l’Abi possa prendere il nuovo sforzo chiesto alle banche come alibi per stemperare le richieste sulla parte economica del contratto. Che prevede per la piattaforma sindacale un aumento mensile di 518 euro per la figura di riferimento - la terza area professionale terza di quarto livello - poi da riparametrare sugli altri livelli.

Si tratta di un incremento, spalmato però su tre anni dal 2026 al 2028, che a regime vedrà un aumento per il livello di riferimento intorno al 15% a fine validità del contratto. In soldoni e fatto un conto a spanne vuol dire che la richiesta sindacale comporterà un incremento complessivo del costo del lavoro dei 260 mila dipendenti intorno a 1,7 miliardi per la fine del 2028.

Vista così potrebbe sembrare una richiesta elevata, ma occorre contestualizzarla. L’incremento va a recuperare l’erosione del potere d’acquisto causato dall’inflazione, che visti i tempi che corrono in futuro potrebbe mangiarsi oltre il 75% dell’intero incremento.

Resta poi da remunerare, dicono alla Fabi, l’aumento forte della redditività del sistema, cui hanno contribuito i lavoratori, che dal 2022 ha inanellato anno su anno utili netti medi intorno ai 35 miliardi di euro. Utili che anche per il 2026 sono visti dagli analisti collocarsi verso i 40 miliardi, per l’effetto del nuovo rialzo dei tassi, dopo la cavalcata del margine d’interesse dal 2022 al 2025 che ha portato i margini da prestiti e mutui da 45 miliardi del 2022 ai 60 miliardi del 2025. E con gli utili netti passati da 29 miliardi di fine 2022 ai quasi 40 attesi per la fine di quest’anno.

Anni di straordinaria ricchezza per il sistema in cui il costo totale del lavoro tutto sommato è rimasto fermo. Il costo dei 260 mila dipendenti (dati Banca d’Italia) pesava per 29 miliardi nel 2022, salito a 31 miliardi nel 2025. Due miliardi di oneri per il personale a fronte di ricavi saliti da 88 a 110 miliardi e di utili netti da 22 miliardi ai 38 di fine 2025.

Come si vede, se parlano i numeri nudi e crudi, le richieste dei sindacati non appaiono per nulla esose e soprattutto incideranno assai poco sulla redditività del sistema che ora beneficia di un nuovo rialzo dei tassi.

Non solo, ma gli aumenti per il personale in attività vengono più che compensati dai continui esuberi che il sistema chiede e dalle continue chiusure delle filiali che abbattono i costi generali. Solo a titolo di memoria (sempre dati Bankitalia) in Italia gli sportelli bancari sono scesi negli ultimi 10 anni da 30 mila a poco più di 19mila e i dipendenti che erano 302 mila nel 2015 si sono ridotti a 261 mila unità dieci anni dopo. E così quel che costa il nuovo rinnovo ai conti delle banche viene in buona parte assorbito dal sempre minore numero di dipendenti.

E con il calo dei dipendenti la produttività non può essere che aumentata fortemente: produttività che andrebbe, per il fronte sindacale, giustamente remunerata. Un aumento dei costi per il rinnovo che non metterà assolutamente in crisi, come si vede, i bilanci bancari mai così floridi dalla Grande crisi finanziaria. (riproduzione riservata)