I numeri sono implacabili, e quelli del divario sempre crescente tra il peso finanziario di Usa e Cina rispetto all’Europa mostrano quanto il vecchio continente stia restando indietro nell’utilizzo delle immense ricchezze dei suoi cittadini per sostenere le imprese innovative, del tech e della AI invece che stanno ridisegnando le economie degli altri due blocchi economici.
I numeri li ha esposti a Milano la presidente vicaria Chiara Mosca, che lunedì 13 ha presentato nella sede di Borsa Italiana, davanti a una affollata business community la relazione annuale dell’authority.
Lo ha fatto con piglio da numero uno, sia pure pro-tempore, sottolienando che la commissione è in piena attività e che, fra le altre cose, sempre più collabora con l’Esma, l’autorità europea dei mercati che diventerà il perno di una nuova architettura istituzionale sulle borse, e alla quale è destinato Carlo Comporti, uno dei commissari Consob (rimasti in quattro per la mancata nomina da parte del governo del successore del presidente Paolo Savona, scaduto a marzo).
Mosca ha incentrato gran parte del suo discorso proprio sull’Europa. E lo ha fatto facendo parlare i dati, non solo quelli letti ma anche quelli contenuti nella relazione, che a sua volta anticipa un rapporto Consob di prossima pubblicazione sul mercato dei capitali in Italia.
Dai numeri emerge un’Europa sempre meno forte: la capitalizzazione aggregata delle borse rispetto al Pil è del 75% mentre in Usa è del 247%. E il continente non è uniforme: a crescere sono soprattutto Paesi Bassi (dal 130 al 158%), Svezia (dal 152 al 209%) e Italia (dal 39% al 51%) mentre resta stabile la Francia e arretrano Germania e Spagna, per non contare il tracollo della Gran Bretagna (dal 165 al 103%) come ulteriore conseguenza della Brexit e dell’addio a un mercato (più o meno) unico.
Il divario con gli Usa e la Cina si amplia se si guarda alle maxi-quotazioni, vedi SpaceX con 85 miliardi, mentre in Europa circa tre quarti delle Ipo ha raccolto meno di 100 milioni di dollari. Curiosità: tra le prime dieci maggiori Ipo degli ultimi trent’anni, una sola è europea: l’italiana Enel, che nel 1999 raccolse 17,3 miliardi di dollari. Unica eccezione in un dominio Usa-Asia, grazie anche alla spinta del tech.
Il senso dei queste misurazioni è altrettanto implacabile: emerge tutta la dimensione ridotta delle imprese tecnologiche europee, a sua volta causata da un circolo vizioso: le difficoltà a far arrivare finanza alle imprese europee nei settori strategici a loro volta generano una minore attrattività per le famiglie, che preferiscono investire altrove i loro 11 mila miliardi di euro di ricchezza.
Eppure di quei capitali l’Europa ha bisogno assoluto. Scrive Mosca, che in più punti cita i Rapporti Draghi e Letta, che per rilanciare la competitività europea nei settori strategici (compresa l’intelligenza artificiale) servono circa 750-800 miliardi di euro annui: “Se solo una parte di questi risparmi venisse canalizzata verso investimenti in innovazione, l’Europa sarebbe in grado di colmare il divario che la separa dai principali competitor globali».
Come fare? La risposta sta in più Europa: «Mercati integrati e più profondi potrebbero consentire alla ricerca scientifica europea di tramutarsi in imprese di dimensione globale», e un esempio in questa direzione è il cosiddetto «28esimo regime» creato da Bruxelles con il modello societario Eu Inc.
Bisognerà vedere che cosa ne pensano i partiti sovranisti che si diffondono nei vari Paesi. Se leggessero i numeri. (riproduzione riservata)