La nave dell’economia italiana va e l’export miete successi, ma adesso serve che la politica, presa dalla corsa alle elezioni, «non si divida ideologicamente su temi cruciali come energia, scuola e sanità». Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, in questa intervista a Milano Finanza, fa il punto della situazione di un momento cruciale per il paese e avverte: «La crisi dell’automotive è drammatica, si sono già persi un milione di posti di lavoro. L’Ue deve garantire la neutralità tecnologia o altrimenti tra poco si venderanno solo auto cinesi».
Domanda. Presidente Orsini, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando all’edizione veneta di Motore Italia di Class Editori ha annunciato che è possibile raggiungere l’obiettivo di 700 miliardi di euro di export, un dato che dimostra un’economia comunque resiliente alle guerre e ai dazi. È un target raggiungibile?
Risposta. Sì, è un obiettivo possibile, concordo col ministro Tajani, i 700 miliardi di cui parla sono veri. Nonostante tutto quello che sta accadendo intorno a noi, anche dal nostro osservatorio emerge un quadro positivo: l’ultimo dato è un +3,4% dell’export. La stretta di Hormuz, facendo gli scongiuri, per ora non c’è stata, anche se da questa crisi abbiamo perso 11 miliardi nel Golfo. La tenuta delle esportazioni sta funzionando, la resilienza delle nostre imprese è forte e soprattutto la loro propensione ad andare all’estero. E abbiamo una grande aspettativa che dall’accordo sul Mercosur possano arrivare altri 14 miliardi.
D. Ma sempre dal Veneto, terra di pil e esportazioni, emerge forte la richiesta di meno tasse e meno burocrazia. Cosa ne pensa, è attuabile un programma del genere?
R. Guardi, il punto numero uno per me è la riduzione della burocrazia ancor più delle tasse, che vanno a seguire.
D. Perché?
R. Perché la burocrazia è quella che oggi impatta di più, insieme all’energia, nel creare quelle condizioni abilitanti per avere la certezza del diritto. Se noi tiriamo via i costi della burocrazia, che sono 80 miliardi di costi aggiuntivi all’anno, abbiamo tre finanziarie già coperte. In Italia ci vogliono tre anni per aprire uno stabilimento, negli Stati Uniti solo sei mesi. Per questo insistiamo sulla Zes unica per l’Italia (un sistema di agevolazioni oggi esistente solo al Sud, con sconti fiscali e semplificazioni amministrative ndr). Con i 5,5 miliardi della Zes si sono avute soprattutto in sessanta giorni le risposte per avviare un’attività e questa misura ha comportato anche la creazione di 71 mila posti di lavoro e generato 30 miliardi di investimenti. E il fatto che non sia stata cambiata per 4-5 anni ha dato la certezza delle regole e del diritto.
D. Il governo vi concederà questa estensione a tutto il territorio?
R. La proposta è sul suo tavolo e il ministero dell’Economia la sta analizzando, ma credo che il governo ci ascolterà perché capisce che è un problema e che servono queste misure, come l’iper-ammortamento (che sta facendo molto bene in sei mesi ha fatto un miliardo e mezzo) e i contratti di sviluppo, che devono però essere semplificati. Al mondo delle imprese serve questo genere di norme che viaggino quanto la durata degli investimenti, perché così si innesta un circolo virtuoso che aumenta lo sviluppo.
D. Non è invece virtuoso il fatto che la flat tax abbia attirato in Italia 2.500 milionari, mentre le big tech pagano una pressione fiscale che è circa la metà di quella che grava sulle imprese
R. Sul fisco delle big tech credo che serva reciprocità, la stessa pressione tributaria e gli stessi adempimenti. Come serve reciprocità sugli acquisti e sull’interscambio dei paesi.
D. L’economia italiana va bene come l’export?
R. Bisogna vedere il quadro di insieme. Noi abbiamo le grandi imprese che producono meno della Germania, le medie sono quasi il 20% sopra la media europea come produttività, le piccole imprese sono un disastro in produttività e hanno poi un problema di ricambio generazionale altissimo. E quindi il vero tema è che abbiamo bisogno di aggregazioni.
D. La politica però che dovrebbe ascoltare queste istanze, sembra interessata ad altro
R. Le rispondo con le stesse parole che ho pronunciato alla nostra assemblea generale di Confindustria: chiediamo a tutti coraggio, fiducia e responsabilità. Ed è quello che ci aspettiamo dal governo e dalla maggioranza.
D. Non vi illudete in Confindustria?
R. No. Sono convinto che non ci può essere ideologia per far pagare meno l’energia, né per togliere la burocrazia o sul lavoro. Su questi capitoli non possiamo essere divisi perché è il bene comune.
D. L’energia a basso prezzo è una nuova arma e il suo costo impatta su tutte le materie appena elencate.
R. Le guerre si stanno facendo proprio per l’energia e non per conquistare dei territori e in questo senso l’Europa non può più stare ferma. Faccio un esempio: Elon Musk ha annunciato il lancio del telefono satellitare che spazzerà via un intero comparto, quello degli operatori delle telecomunicazioni. Possibile che a Bruxelles non si capisca che occorre subito fare debito comune per lanciare dei satelliti, per la difesa unica? Mercato unico dei capitali, mercato unico dell’energia, mercato unico della difesa sono fondamentali. Per questo abbiamo fatto un protocollo con le confindustrie di Francia e Germania sugli Ets, per evitare che sia minata la nostra competitività, ma c’è ancora molto da fare a Bruxelles.
D. Ha toccato un tema cruciale, le tasse ambientali. Da quando esiste il New Green Deal, Milano finanza ha calcolato in una inchiesta che si sono vendute 5,5 milioni di auto europee in meno…
R. Ed è sparito un milione di posti di lavoro. È pazzesco, abbiamo sposato delle tecnologie che non sono nostre. La Volkswagen ha perso 135 mila addetti appena dichiarati, se giri per Roma oggi ci sono una marea di auto cinesi rispetto ad un anno fa. Abbiamo delegato ai cinesi una tecnologia che non abbiamo invece di fare delle ricerche, abbiamo regalato il mercato ai cinesi. E questo impatta molto anche in territori come il Veneto per l’indotto. Pechino oggi ha raggiunto i 305 miliardi di saldo positivo dell’export in Europa e l’Italia è a 49 miliardi, negli ultimi tre anni abbiamo comprato dalla Cina 14 miliardi di euro di prodotti in più.
D. Qualcuno pensa che a Bruxelles ci sia stato un disegno fatto a tavolino per uccidere il settore automobilistico
R. No, io non ci credo. Sono state fatte delle regole sbagliate, assurde. L’Europa ha prodotto leggi senza considerare che nel nostro mercato unico ci sono aree diverse. Ora si sta provando a metterci un riparo, come la normativa sulla componente made in Europe al 70% nelle automobili, ma bisogna correre al riparo oppure le produzioni di automobili non saranno mai più competitive come quelle cinesi. Dobbiamo evitare di essere dipendenti dai mercati cinesi, perché la Cina non ha le stesse regole che vigono nell’Unione Europea.
D. Non è semplice, a questo punto
R. Bisogna rimettere al centro le idee, perché in questo siamo i migliori del mondo. E serve la neutralità tecnologica, bisogna salvare il salvabile. Non mi puoi imporre di comprare un prodotto nell’automotive dove non possiedi la tecnologia. E l’usato elettrico è un disastro perché la gente ha paura a comprare un’auto non termica perché non sa dove attaccarla.
D. Bisogna arrendersi al declino?
R. Le faccio un altro esempio che spiega perché serve ancora la neutralità tecnologica nel costruire i motori. Il settore automobilistico era il primo prodotto industriale, è come se un’azienda ritirasse dal mercato la sua merce migliore.
D. Insomma, un suicidio.
R. Sì.
D. I tedeschi vanno da soli e pensano ormai che sia più remunerativo produrre carri armati che automobili…
R. I tedeschi hanno sbagliato strategia. la Germania pensava di colonizzare la Cina e invece è stata colonizzata. La Cina sta entrando in tantissimi settori e li sta ammazzando tutti, pensi anche a quello che accade nel farmaceutico.
D. Sulla Germania non ha risposto però…
R. Le rispondo. È preoccupante il cambiamento del modello industriale tedesco che lei ha delineato perché il valore aggiunto di un carro armato non è lo stesso di un’automobile. E noi dobbiamo preservare le filiere industriali.
D. Si vedrà, di solito i tedeschi vincono le battaglie e perdono le guerre. Una vittoria che sta invece conseguendo l’italiana Unicredit in Germania fa ben sperare. Come giudica l’operazione di acquisto di Unicredit di Commerzbank, alla fine benedetta anche dal cancelliere Merz?
R. Se si vuole il mercato unico europeo dei capitali, non possiamo non pensare di avere dei grandi player europei. E quindi Unicredit-Commerzbank è una buona operazione, le relazioni industriali tra Italia e Germania sono fortissime ma serve la massima attenzione alle piccole e medie imprese perché è importante che ci siano delle salvaguardie e che l’Italia resti il mercato di riferimento. E questo vale anche per l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps. Dunque, bene le operazioni bancarie, ma devono garantire le stesse linee di credito alle imprese e occuparsi delle pmi che sono il cuore del nostro sistema industriale.
D. Il cuore del sistema industriale italiano un tempo era l’ex Ilva. Si riuscirà a salvarla?
R. È strategico mantenere la produzione di acciaio in Italia, vedremo come funzionerà questo accordo con Jindal ma in questo quadro si deve guardare al medio periodo e non a breve termine. Serve buona volontà e una tempistica precisa. La storia dell’Ilva è paradigmatica e istruttiva ancora oggi, perché serve fare sistema intorno ad un complesso industriale. Guardi ai risultati di Fincantieri. Certo, serve anche avere un piano B.
D. Come si può condurre l’ingente massa di risparmio italiano verso investimenti in economia reale?
R. Serve un vero Fondo sovrano.E in generale per vincere le sfide che abbiamo di fronte servono concretezza, coraggio e unità di intenti. (riproduzione riservata)