Con Eni si vola: conti record, super dividendi, rally in borsa. Parla il ceo Descalzi
Con Eni si vola: conti record, super dividendi, rally in borsa. Parla il ceo Descalzi
Con i numeri del terzo trimestre arriva anche la cedola straordinaria da 0,46 euro che porta la remunerazione complessiva a 1,56 euro. Sale il buyback. Tra sconti sui carburanti e sicurezza energetica, ecco perché l’Italia dipende sempre di più dall’efficienza del gruppo energetico nazionale

di Angela Zoppo 23/10/2026 20:40

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Il dividendo straordinario di 0,46 euro per azione ha preso di sorpresa il mercato, che si aspettava la cedola extra ma non così alta: 1,3 miliardi di euro, che Eni distribuirà agli azionisti il 9 dicembre. Un rapido calcolo: la cedola di Natale si aggiunge a quella ordinaria di 1,10 euro. Significa che il dividendo complessivo per quest’anno sale a 1,56 euro. E poi c’è l’ennesimo aumento del buyback, portato da 3,4 a 3,8 miliardi, con un rialzo del 12%.

Insieme agli utili superiori alle attese e al rialzo delle stime su produzione e flusso di cassa, sono gli elementi che hanno acceso l’attenzione di analisti e investitori sul terzo trimestre di Eni, spingendo il titolo a Piazza Affari a 27,65 euro, con un guadagno di quasi il 6%.

Ma in questa intervista con MF-Milano Finanza, l’amministratore delegato Claudio Descalzi guarda anche oltre i conti trimestrali e non si sottrae alle domande più scomode, dalle proteste dei camionisti contro il caro-carburante al tema extra-profitti, fino al gas russo.

Domanda. Partiamo dai conti. Stavolta cosa ha convinto il mercato?

Risposta. Gli analisti non si limitano più a guardare quanto salgono petrolio e gas. Confrontano l’andamento del Brent e del gas al Ttf con quello dei nostri risultati e tirano le somme. Nei primi nove mesi l’utile operativo adjusted di Eni è cresciuto del 59,2% e il free cash flow organico dell’83%, molto più delle commodity di riferimento. Questo significa che sui risultati incide in modo decisivo la capacità industriale e finanziaria, e il mercato riconosce questa differenza, fondamentale per capire quanto valore stiamo creando.

D. Da dove arriva questa crescita?

R. Non parte certo dal singolo trimestre. Stiamo crescendo in maniera continua. La produzione è aumentata del 7%, sono oltre 120 mila barili al giorno in più rispetto all’anno scorso. Abbiamo scoperto nuove risorse per circa 1,3 miliardi di barili nei primi nove mesi, quando il nostro obiettivo era di circa 600 milioni. E le abbiamo trovate spendendo meno di un dollaro al barile. Sono risultati che ci permettono di guardare avanti con fiducia.

D. Avete detto al mercato: distribuiremo più soldi, investiremo e intanto ridurremo il debito. Come tenete insieme queste tre cose?

R. Con il nostro modello industriale. Le società satellite possono finanziare autonomamente la propria crescita, senza gravare sul bilancio di Eni, pensiamo al deconsolidamento di Plenitude per esempio. È un cambiamento importante. Possiamo aumentare la produzione, remunerare gli azionisti e allo stesso tempo ridurre il debito, mantenendo costanti gli investimenti. Il gearing è sceso intorno al 9%, è il nostro minimo storico. In passato si pensava che, per crescere, una compagnia petrolifera dovesse necessariamente aumentare il debito. Noi stiamo dimostrando il contrario. C’è anche un altro aspetto, per anni l’upstream è stato considerato prossimo al declino. Si chiedeva alle compagnie soprattutto di generare cassa e distribuire dividendi. Oggi è più chiaro che la domanda di petrolio e gas continua a crescere. E il mercato riconosce il valore di chi è in grado di aumentare la produzione senza compromettere la solidità finanziaria. Anche la diversificazione, che prima poteva essere vista come un rischio, oggi è considerata un punto di forza.

D. Come siete arrivati a un dividendo complessivo di 1,56 euro?

R. È il risultato della nostra capacità di generare cassa, che è migliorata insieme alle prospettive industriali. Abbiamo rivisto al rialzo la previsione per il 2026 a 16,5 miliardi. E possiamo condividere con gli azionisti una parte maggiore dei risultati, senza rinunciare agli investimenti. Il buyback è salito a 3,8 miliardi e abbiamo deciso il dividendo straordinario. Ma continuiamo anche a investire nella crescita.

D. Avete anche raddoppiato gli utili. Chi vede i vostri conti un pensiero alla tassa sugli extra-profitti lo fa.

R. Però bisogna capire cosa c’è dietro questi risultati. Se un’azienda guadagna di più perché ha aumentato la produzione, è diventata più efficiente e ha gestito meglio le proprie attività, quello che ne deriva non si può considerare un extra-profitto. Tassare i risultati di una gestione efficace sarebbe controproducente anche dal punto di vista industriale. Ma poi, mi chiedo sempre, perché nessuno nota le extra-perdite? Eppure ne abbiamo avute, per sostenere la chimica, la raffinazione, e anche l’upstream italiano negli anni difficili. Non si può puntare il dito soltanto quando si guadagna. Ogni settore dovrebbe invece contribuire con iniziative coerenti con il proprio business e fare la propria parte.

D. Ritiene che Eni stia facendo la sua parte?

R. La politica di redistribuzione attraverso i dividendi parla per noi. Ma penso vada sottolineato anche lo sforzo fatto per tagliare i prezzi dei carburanti. A fine dicembre avremo contribuito con circa 700 milioni di euro, considerando la politica di contenimento dei prezzi portata avanti da marzo e i tetti praticati. Abbiamo fatto uno sforzo economico importante per contenere i prezzi alla pompa e abbiamo esteso gli sconti anche all’extra-rete, all’agricoltura e alla pesca. È un sostegno concreto e confermiamo che manterremo il concetto di price cap fino a fine anno. Per quando riguarda il livello, attualmente a 2,25 euro per il gasolio e a 1,99 euro per la benzina, lo valuteremo nel corso del periodo monitorando le dinamiche di mercato e di prezzo, nonché le forniture effettivamente disponibili in rapporto alla nostra struttura logistica.

D. Che ne pensa delle proteste dei camionisti? Hanno bloccato anche i vostri rifornimenti

R. Capisco le difficoltà di chi deve lavorare pagando il gasolio a questi prezzi. Ma noi abbiamo già dato un contributo molto significativo. Con gli sconti che stiamo applicando, succede che molte nostre stazioni di servizio rimangano senza carburante perché la domanda è aumentata molto. 

D. Che opinione ha nel dibattito sempre acceso sul gas russo? Possiamo davvero farne a meno?

R. Abbiamo diversificato gli approvvigionamenti, non abbiamo bisogno del gas russo. Ma non possiamo ragionare come se l’Italia fosse isolata dal resto d’Europa. Il mercato è unico. Se altri Paesi hanno bisogno di più gas, cercano gnl sui mercati internazionali oppure utilizzano anche gli stoccaggi italiani. E così le loro difficoltà finiscono per riguardare anche noi. Chi ha fatto la formica rischia di pagare per chi ha fatto la cicala. È questo il problema. Il mio è solo un ragionamento sui volumi necessari. Noi abbiamo lavorato per mettere l’Italia in sicurezza, ma le riserve europee sono basse e la domanda di gas sta aumentando.

Ci sono nuove necessità legate all’intelligenza artificiale, ai data center, alla difesa e alla chimica. Nel frattempo l’Europa deve affrontare le difficoltà degli approvvigionamenti dal Golfo e dal Medio Oriente. Se vengono a mancare volumi importanti di gnl, il problema diventa serio. Paesi come Germania, Francia, Spagna e Olanda potranno avere bisogno di quelle forniture. E non è semplice sostituirle.

D. Non si potrebbero aumentare le esportazioni dagli Stati Uniti?

R. Non credo, e comunque non penso in tempi brevi. Gli Stati Uniti stanno già esportando verso l’Europa quantità molto elevate di gas naturale liquefatto, parliamo di 50-60 miliardi di metri cubi all’anno. Ma devono anche soddisfare la domanda interna. Non possono aumentare le esportazioni senza limiti. E lo stesso problema riguarda altri prodotti energetici, dal diesel al carburante per gli aerei.

D. Allora qualche Paese europeo continuerà a comprare gas russo per l’inverno?

R. Penso che qualcuno cercherà di continuare a utilizzarlo ancora per un certo periodo. Non posso esserne sicuro, perché noi non lo compriamo. Molto dipenderà anche dal clima. Con un inverno mite la situazione degli stoccaggi potrebbe essere gestibile. Se farà molto freddo, invece, le difficoltà saranno maggiori.

D. Che peso ha la politica europea sulla raffinazione?

R. C’è una contraddizione evidente. Da una parte l’Europa dice di rafforzare la raffinazione e investire negli impianti. Dall’altra non vuole sospendere neppure temporaneamente l’Ets, finché non saranno ripristinati gli approvvigionamenti dal Golfo. Ma come si può chiedere alle aziende di investire se devono sostenere costi così elevati e competere con Paesi, come dagli Stati Uniti, dove l’energia costa meno? Per garantire la sicurezza energetica servono anche condizioni che rendano possibile investire. (riproduzione riservata)