Con il petrolio Wti americano balzato del 33% in una settimana e il gas europeo, scambiato ad Amsterdam (Ttf), volato nello stesso tempo del 67,5% non c’è da stare tranquilli. Una situazione così non si vedeva dalla pandemia, avvertono gli analisti, preoccupati per la chiusura dello Stretto di Hormuz da cui passa il 20% del petrolio e del gas mondiale.
Sullo sfondo, l’offensiva di Stati Uniti e Israele sull’Iran che ha reagito con una serie di attacchi missilistici arrivati fino a Cipro e in Turchia. In questo contesto ad alto rischio l’indice Ftse Mib ha perso oltre il 6%, cancellando i guadagni del 2026. Tutti si chiedono: quanto durerà il conflitto? Da questo dipende la corsa di gas e petrolio che, se protratta nel tempo, può avere un effetto deprimente sull’economia mondiale. Infatti, i mercati temono molto la stagflazione, ovvero l’inflazione (causata dal rialzo delle materie prime) abbinata a una frenata dell’economia.
«Se la variabile tempo diventa opaca, la volatilità raddoppia», avverte Gabriel Debach, market analyst di eToro. «È quello che stiamo vedendo. Quando si fermano nodi come Ras Tanura o Ras Laffan stiamo parlando di infrastrutture centrali per petrolio e gas. È questo che alimenta il premio al rischio su Brent e gas naturale e che si riflette a cascata su azioni, bond e valute». Debach, però, non crede che Trump abbia interesse a provocare la stagflazione, «sarebbe un autogol. L’obiettivo dichiarato è colpire la capacità militare e nucleare iraniana». Andrea Delitala e Marco Piersimoni (Pictet AM) ritengono che lo scenario più verosimile sia una «transizione verso un regime più collaborativo con gli Usa, interessati a estendere il controllo del flusso di combustibili fossili da parte di un fornitore finora molto legato alla Cina (come peraltro nel caso del Venezuela)».
Per tutti questi motivi Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, si aspetta ancora un mercato «a strappi con fasi di scarico, rimbalzi tecnici poi nuove vendite», soprattutto se arrivano notizie peggiori su chiusura di Hormuz, nuovi attacchi a infrastrutture energetiche (in particolar modo a quelle di Saudi Aramco) o allungamento dei tempi del conflitto. Secondo l’analista, se il Brent si confermerà in area 85-95 dollari (oltre 91 dollari il 6 marzo) e il gas europeo in trend rialzista, «il mercato continuerà a temere i possibili rischi di stagflazione. La veloce risalita dei prezzi energetici ha spinto molti investitori a rivedere le aspettative anche sulle prossime mosse della Bce».
Con l’effetto che ora i mercati iniziano a scontare non un taglio ma un rialzo dei tassi. Quindi, come aggiornare il portafoglio azionario? La prima regola, suggerisce Roberto Magnatantini, lead portfolio manager della strategia Decalia Aegis Defense, è non stravolgere l’asset allocation quando la volatilità imperversa sui mercati, «anche perché riteniamo che la guerra durerà probabilmente qualche settimana e che ci sia un rischio molto basso di un ingresso di Cina e Russia nel conflitto».
In un portafoglio di guerra, secondo Diodovich, i settori che oggi hanno più logica sono Energia e Difesa, con una terza area composta da titoli difensivi come le Utility. «L’Energia resta la prima protezione naturale», a Piazza Affari quindi Eni: «ha leva sul greggio, una forte componente upstream e già prima dell’ultima guerra aveva mostrato capacità di battere il mercato grazie ai risultati robusti nell’esplorazione e produzione. In Europa, la logica è simile per Shell e TotalEnergies».
Se però il conflitto dovesse trasformarsi da shock energetico a shock recessivo, anche l’energia smetterebbe di essere immune, avverte l'esperto. Un’altra società molto interessante che ha una limitata dipendenza diretta dalle infrastrutture del Medio Oriente, un’esposizione pura all’upstream con una forte leva operativa al rialzo rispetto al Brent e una generazione immediata di flussi di cassa grazie ai prezzi elevati del greggio è Galp, aggiunge Frédéric Lorec, analista di AlphaValue.
Pure la britannica Bp ha una dipendenza modesta dalle rotte di esportazione del Golfo. Il piano di dismissioni da 20 miliardi di dollari e il capex disciplinato di 13 miliardi migliorano la solidità del bilancio. Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth, cita poi la spagnola Repsol ma mette in guardia dall’altra faccia della medaglia: «se si dovesse andare in recessione, a causa dei prezzi energetici troppo elevati, i volumi verranno meno, non ci sarà più domanda e anche l'offerta si dovrà adeguare».
Il secondo pilastro del portafoglio è la Difesa, dal momento che una crisi lunga in Medio Oriente «spinge governi e alleanze ad accelerare la spesa militare», continua Diodovich. A Piazza Affari, il riferimento naturale è Leonardo. In Europa, Rheinmetall, Thales e Bae Systems (per un profilo di rischio più aggressivo Csg, che si è da poco quotata ad Amsterdam).
Proprio la britannica Bae Systems, sottolinea Magnatantini, è molto esposta alle tecnologie più che al contesto geografico, ovvero alla produzione di missili e di sistemi di guerra elettronica. Con Leonardo ed Airbus è proprietaria di MBDA, il consorzio europeo di sistemi missilistici, e tra le più piccole Avio fa la sua parte con il nuovo impianto per motori a propulsione solida negli Usa. Mentre la norvegese Kongsberg è direttamente coinvolta nella produzione del sistema di difesa aerea Nasams.
Terzo pilastro, i titoli difensivi come «Enel e Italgas che possono avere un ruolo da cuscinetto perché offrono attività più regolate e flussi di cassa relativamente stabili». Se però il gas europeo torna sotto forte pressione, il settore utility «non si comporterà automaticamente da rifugio», avverte Diodovich. In realtà per Debach Enel e Italgas «sono stabilizzatori. Se lo shock è inflattivo e i tassi salgono, il loro profilo da bond proxy perde interesse. Se prevale il timore recessivo e i rendimenti scendono, tornano a funzionare come difensivi con dividendo».
Oltre ai titoli domestici come Tim, protetto da un un'ipotesi di rallentamento del ciclo economico, o quelli legati all'acciaio, come Danieli, che dovrebbero beneficiare di una guerra prolungata, prevede Scauri, c’è un altro blocco che può sorprendere per Debach: le banche. «Se siamo in uno scenario di accordo rapido, il rimbalzo tende a essere più violento proprio su bancari. Se lo shock resta inflattivo ma non recessivo, il movimento rimane interessante. Diventa problematico solo in caso di crollo dei rendimenti e allargamento significativo degli spread».
Le banche sono il cuore del listino milanese e offrono lauti dividendi (si veda la tabella sotto). Mps l’11,9% e Intesa Sanpaolo il 6,9%, però, segnala Scauri, se la guerra va avanti, portando inflazione e a un rallentamento economico, con le imprese che vanno in sofferenza e generano crediti deteriorati, la sostenibilità di questi dividendi è destinata a diminuire.
Anche i settori dei beni di consumo di prima necessità e quello farmaceutico possono essere considerati difensivi per la loro natura di comparti anti ciclici ma, precisa Scauri, bisogna fare alcune distinzioni tra le società pharma che hanno un'ottima generazione di cassa e visibilità sugli utili e quelle con una componente biotech all'interno legata ai nuovi farmaci, che devono essere lanciati e a volte funzionano a volte no come nel caso di Novo Nordisk, «incognite da cui preferiamo restare lontani, tanto che finora nel nostro portafoglio non siamo esposti sul settore».
Abhishek Raval, analista di AlphaValue, pur consigliando l’acquisto del colosso danese, avverte che potrebbe restare un investimento «morto» fino a che non riuscirà a riconquistare in modo significativo quote di mercato con la versione orale del farmaco Wegovy per la gestione del peso e con il lancio di CagriSema tra fine 2026 e inizio 2027. Meglio puntare su Sanofi grazie alla presenza in settori ad alta crescita, come immunologia e vaccini, al buyback da 1 miliardo di euro, alla flessibilità finanziaria per operazioni di M&A, mentre il farmaco in rapida crescita, il Dupixent (35% delle vendite), supporterà gli investimenti in R&S nei prossimi 5-6 anni. Quanto a Merck offre un modello di business diversificato, una divisione Life Science molto solida e un track record di successo nell’integrare le società acquisite.
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