??????Nel bilancio della Cassa Depositi e Prestiti c’è una piccola voce, che però dice molte cose. Si scopre che nel 2025 ha pagato una trentina di milioni in meno di imposte. Da 909 a 879 milioni. E questo nonostante un aumento di 92 milioni dell’utile di esercizio, passato da 3 miliardi e 276 milioni a 3 miliardi 368 milioni.
Per capire com’è stato possibile aiuta la lettura della nota integrativa. Dove si spiega che Cdp ha acquistato una certa quantità ci crediti fiscali del mitico Superbonus: iscritti nel bilancio 2024 a un valore di 152,2 milioni, scesi a 117,2 nel 2025. «La riduzione rispetto al precedente anno (-35 milioni circa)», c’è scritto nella nota, «è dovuta principalmente all’utilizzo dei crediti avvenuta nel corso dell’esercizio». Domanda: significa forse che sia pure una briciola (l’un per cento) del monumentale utile della banca del Tesoro viene dal deprecato Superbonus, che avrebbe provocato il disastro dei conti pubblici?
Facciamo un po’ di conti. Fra il 2000 e il 2026 la spesa pubblica italiana è andata letteralmente in orbita. Gli stanziamenti di cassa registrati dalla Ragioneria generale dello Stato sono saliti da 521 a 1.247 miliardi di euro. Al netto delle spese per interessi sul debito pubblico e l’emissione di titoli di Stato, la crescita da 385,3 a 902,9 è stata in termini reali superiore al 51 per cento. All’esplosione ha dato un contributo anche la spesa in conto capitale, il cui incremento ha sfiorato l’88 per cento. Ma non è l’effetto di investimenti in opere pubbliche o altro. Quelli, a giudicare dall’andamento della spesa storica, sono perfino diminuiti fra il 2000 e il 2020: meno 10 per cento, ovviamente in termini reali. L’impennata si è avuta nel 2021, quando improvvisamente in soli 12 mesi la spesa pubblica in conto capitale è passata da 50 a 135 miliardi. La ragione? Il Superbonus.
Sugli effetti di questa misura è fiorita una letteratura infinita. Il governo di Giorgia Meloni imputa al Superbonus, inventato dall’esecutivo di Giuseppe Conte con la motivazione di rilanciare l’economia duramente provata dalla pandemia, l’origine di ogni difficoltà nella gestione dei conti pubblici, bollandola come una pesantissima eredità clientelare delle maggioranze parlamentari precedenti. Ma evidenziando però una curiosa forma di amnesia politica se è vero, come è vero, che tanto l’attuale premier quanto il suo vice leghista Matteo Salvini, allora all’opposizione, avevano chiesto con determinazione il mantenimento e la proroga dei benefici fiscali per le ristrutturazioni e l’efficientamento energetico degli immobili.
Anche sull’impatto economico del Superbonus ci sono scuole di pensiero diverse. Chi sostiene che è stato un disastro per il bilancio dello Stato e chi al contrario afferma che è servito a risollevare il pil del Paese in una fase difficile, facendo emergere una bella fetta di sommerso. Chi sostiene che oltre a far crescere in modo abnorme i prezzi delle forniture ha favorito le truffe e chi invece ne minimizza il peso in confronto agli effetti positivi. I dati sulla spesa pubblica sono lì. E ognuno può trarne le proprie conclusioni. Restano tuttavia alcuni elementi oggettivi. Fra questi ce n’è uno che ancora non è stato messo debitamente in luce. Si tratta dell’aiuto che il Superbonus sta dando alle imprese pubbliche. La misura ha mobilitato una massa sterminata di crediti fiscali, che a loro volta hanno fatto crescere un enorme mercato finanziario. Ceduti a prezzi scontati dalle banche o dalle imprese che li hanno accumulati, vengono utilizzati da chi li acquista per compensare le imposte dovute al fisco. E la differenza fra il prezzo di acquisto e il valore nominale rappresenta un interessante margine economico.
Prendiamo per esempio un’azienda pubblica raramente inquadrata dai riflettori, come la Consap. È ciò che della compagnia assicurativa Ina, privatizzata trent’anni fa, è rimasto nell’alveo pubblico per assolvere una funzione pubblica attraverso il Fondo Vittime della Strada. Il suo compito è risarcire i danni gravi causati da mezzi privi di copertura assicurativa, rubati, o da pirati della strada. Negli anni sono state affidate alla Consap altre funzioni, come il risarcimento delle vittime degli incidenti di caccia, fino all’ultimo sorprendente incarico di cui questo giornale ha dato conto il 12 maggio: quello di stazione appaltante dei lavori per l’alluvione in Emilia Romagna. Che sono, per inciso, in evidente difficoltà.
Ebbene, nel bilancio 2024 della società presieduta oggi dall’ex parlamentare di Forza Italia Sestino Giacomoni e amministrata dall’avvocato Vincenzo Sanasi D’Arpe, si legge che il 31 ottobre 2023 il cda ha autorizzato «un’operazione di ottimizzazione fiscale da realizzarsi per mezzo dell’acquisto di crediti d’imposta derivanti dal Superbonus». Il bilancio rivela che l’operazione genera un profitto di 4,5 milioni pari a «un tasso interno di rendimento del 9,87 per cento». E che tale profitto «sarà ripartito nei prossimi quattro esercizi in maniera decrescente»: 1,9 milioni nel 2024, 1,5 nel 2025, 900 mila euro nel 2026 e 200 mila nel 2027. Perfetto, per irrobustire l’utile aziendale. Resta soltanto un interrogativo. Non si dubita del fatto che l’operazione sia tecnicamente lecita. Ma che le imprese di Stato guadagnino con i crediti fiscali del Superbonus non lascia un po’ di amaro in bocca? (riproduzione riservata)