In finanza, si sa, il passato non è mai un buon indicatore di quello che succederà in futuro. Ma se questo passato è ancora vivo nella memoria, e ai portafogli ha fatto molto male (anche se solo in un’ottica di breve periodo), è quasi automatico che i suoi fantasmi rimangano ben vividi.
Proprio per questo l’attacco di Usa e Israele all’Iran, con conseguente allargamento a macchia d’olio della crisi in tutta l’area mediorientale, ha tutta l’aria del più minaccioso dei deja-vu. In particolare, il blocco dello stretto di Hormuz che ha paralizzato le forniture di petrolio e gas facendo di riflesso impennare il prezzo delle materie prime (in una settimana quello del Brent è salito del 21%, quello del gas europeo di oltre il 60%), ha fatto tornare anche alla memoria dei più ottimisti quanto accaduto nel 2022.
In quell’occasione l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva bloccato il gas in Europa, portando a un picco dell’inflazione, che a sua volta aveva spinto le banche centrali ad alzare i tassi di interesse in modo rapido e violento e, nel più classico degli effetti domino, aveva fatto crollare a doppia cifra sia il mercato azionario sia quello obbligazionario.
La storia sembra ripetersi anche stavolta. Negli ultimi sette giorni il Ftse Mib è sceso (si considera il total return) del 5,5%, l’Euro Stoxx 600 del 4,6%, ma anche il Dow Jones americano ha lasciato per strada il 2%. In sofferenza anche il reddito fisso, con lo spread Btp-Bund che si è allargato da poco più di 60 a oltre 76 punti base.
Rispetto al precedente del 2022, precisa il cio di L&G Emiel van den Heiligenberg, «i mercati non erano totalmente impreparati allo scoppio delle ostilità, ma persisteva un barlume di speranza per una soluzione pacifica». Una volta venuto meno questo spiraglio, «già le prime fasi di contrattazione hanno visto il prezzo del petrolio crescere del 10% e le azioni cedere circa il 2%», precisa il responsabile degli investimenti, che rimane tuttavia costruttivo per quello che succederà in futuro. «Sebbene sia molto probabile che si assisterà a un aumento della volatilità nel breve periodo (il Vix, l’indice della paura sull’S&P 500, è salito in una settimana di quasi il 20%, ndr), la storia suggerisce che i mercati dovrebbero tornare presto a concentrarsi sui fondamentali economici globali favorevoli».
Ciò non toglie che possa essere opportuno, anche per gli investitori individuali, pensare a dei correttivi in portafoglio. O, perché no, provare a sfruttare la situazione attuale perfino per giocare in attacco. MF-Milano Finanza ha chiesto a tre professionisti degli investimenti di costruire tre portafogli per diversi profilo di rischio: uno prudente, uno bilanciato e uno più aggressivo.
Un elemento accomuna tutti i portafogli proposti, peraltro su tutti i profili di rischio: una quota di oro e una di bond governativi in euro, in particolare scadenze brevi - che sarebbero le meno sensibili a un eventuale aumento dei tassi di interesse - o intermedie. Nella sua versione di portafoglio difensivo Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente, inserisce un 20% di oro (tramite Etp) e un 20% di materie prime diversificate (tramite Etf).
«Il lingotto tende ad apprezzarsi soprattutto nei momenti di crisi», ricorda l’esperto. E infatti, non a caso, all’indomani dello scoppio della crisi il metallo giallo ha superato (per poi perdere terreno nei giorni successivi) i 5.400 dollari per oncia. «Un ulteriore 20% di materie prime, in cui figura ovviamente anche il petrolio, permette poi proteggersi da eventuali rialzi dovuti all'instabilità nel Medio Oriente», evidenzia Vintani.
Dal canto suo Massimo De Palma, portfolio manager di AcomeA sgr, nel suo portafoglio difensivo inserisce un 45% di bond, con particolare predilezione per i governativi brevi e (25%) e il credito corporate investment grade (10%), cioè tutte le società - o banche - ad alto merito creditizio, considerate a basso rischio di default da parte delle agenzie di rating. Alzando un po’ il livello di sofisticazione e in ottica di protezione dalla volatilità, De Palma include anche un 10% «di strategie long/short su azionario e credito, che tendono a essere decorrelate con le asset class tradizionali e contribuiscono a contenere la volatilità complessiva».
Invece per Marco Piersimoni, co-head multi asset Euro di Pictet Asset Management, chi gioca in difesa dovrebbe includere, oltre all’oro, un po’ di dollaro Usa. Nonostante nell’ultimo anno il dollaro debole sia stato un autentico distruttore di ricchezza per investitori in euro, nell’ultima settimana il biglietto verde si è apprezzato del 2% nei confronti della valuta unica europea.
«Il movimento dei prezzi dell’energia configura un danno alle prospettive di crescita e inflazione di tipo stagflazionistico: azioni e obbligazioni soffrono contemporaneamente, oro e dollaro possono aiutare i portafogli». Ecco perché nel suo portafoglio difensivo, e solo in quello, Piersimoni inserisce una quota del 10% di titoli governativi Usa, da affiancare comunque a un nucleo duro (40%) di governativi a medio termine in euro.
Per quanto riguarda il portafoglio bilanciato, i tre money manager utilizzano tre approcci differenti in relazione al peso delle principali asset class: posto che l’oro è ancora presente ovunque, De Palma attribuisce alla parte azionaria il 50%, mentre gli altri due rimangono più conservativi: 40% Piersimoni, addirittura 30% Vintani.
Insomma, anche in un portafoglio multi-asset equilibrato tende a prevalere, nella fase attuale, un approccio tendenzialmente prudente. «La proposta bilanciata ha una tendenza difensiva», conferma Vintani. «Il 50% è investito in titoli di Stato, di cui il 30% da uno a tre anni e il 20% da tre a cinque. Non ci sono obbligazioni a lungo termine che potrebbero risentire dell’inflazione in aumento». La parte azionaria viene invece divisa perfettamente in tre spicchi: 10% Europa, 10% mondo, 10% Nasdaq.
Proprio la tecnologia Usa, in questo contesto, continua a far gola. Nonostante le valutazioni molto tirate dell’indice delle azioni tecnologiche (il rapporto prezzo-utili atteso è sopra 26), nell’ultima settimana il Nasdaq ha messo a segno addirittura un total return positivo (+0,4%). «Nel medio-lungo periodo restano solidi i temi strutturali di crescita: intelligenza artificiale lungo tutta la filiera del valore - semiconduttori, data center, software -, infrastrutture e utility legate al crescente fabbisogno energetico», osserva De Palma, per il quale un portafoglio equilibrato dovrebbe avere oggi un 7% di tecnologia e AI.
Piersimoni, al contrario, pur mantenendo un portafoglio a forte trazione obbligazionaria (55% la componente di bond), sull’equity introduce due elementi a fianco a una buona base di azioni globali: Stati Uniti da una parte, emergenti dall’altra.
Sono proprio questi mercati non ancora pienamente sviluppati (i più grandi sono Cina, Taiwan, India, Brasile e Corea del Sud) i protagonisti assoluti di due proposte di portafoglio aggressivo su tre: Piersimoni attribuisce loro un peso del 10%, De Palma addirittura del 15%. Mentre Vintani preferisce orientare il suo 70% azionario soprattutto verso il Nasdaq (40%), affiancato da un 20% di S&P 500 e da un 10% di azioni globali.
«In ottica di diversificazione, l’azionario emergente continua a offrire valutazioni interessanti, mentre le small cap dei mercati sviluppati offrono opportunità in uno scenario di progressiva stabilizzazione», riassume De Palma. L’indice Msci Emerging Markets in dollari tratta infatti attualmente sotto 14 volte gli utili attesi, contro le 20 delle azioni globali. Nell’ultimo anno un Etf su questi mercati in euro ha messo a segno un total return di quasi il 25%, anche se alcuni Paesi dell’area potrebbero ora accusare contraccolpi severi dal nuovo conflitto mediorientale. Proprio per questo motivo molti gestori stanno valutando anche un’alternativa: quella dei mercati quasi-emergenti, o di frontiera.
Sempre in ottica di portafoglio offensivo, Piersimoni fa notare che «oltre ai fondamentali, i mercati incorporano un premio al rischio dovuto all’incertezza, tipicamente temporaneo: con un orizzonte temporale adeguato, le variazioni del premio di rischio possono essere addirittura sfruttate per costruire alcune posizioni». Nella sua proposta, il portfolio manager di Pictet Am include anche un 20% di credito high yield (società a minor merito creditizio, e quindi con rendimenti delle cedole più alti) in euro, come perno della parte obbligazionaria.
Al di là degli accorgimenti tattici per cavalcare la fase attuale, gli esperti di mercato sono concordi su un punto: in fasi di mercato come quella attuale è il metodo di investimento, più che gli strumenti in sé, a fare la differenza. Lo riassume van den Heiligenberg di L&G: «Sebbene gli eventi geopolitici siano intrinsecamente imprevedibili, le loro implicazioni diventano maggiormente gestibili quando gli investitori sono disciplinati, concentrati sui risultati a lungo termine e dotati di portafogli ben diversificati».
Su quest’ultimo punto, conclude, «è importante chiarire che la diversificazione non è una garanzia contro eventuali perdite, ma rimane uno degli strumenti più efficaci a nostra disposizione per mitigare l'impatto di qualsiasi singolo shock». (riproduzione riservata)