La luna di miele tra investitori e mercato sembra essere ripartita con il vento in poppa. Nell’ultima settimana, d’altronde, tutti i mattoncini sembrerebbero (almeno a prima vista) essersi incastrati alla perfezione: l’annuncio di un accordo di pace in Medio Oriente - resta da capire ora cosa succederà con il nuovo stallo nei negoziati -, la maxi-ipo di SpaceX che ha aperto la strada alla stagione delle grandi quotazioni tecnologiche con un balzo del 37% in una settimana (anche se dopo i primi tre giorni di crescita vertiginosa la società di Elon Musk ha perso oltre il 9% in due sedute).
E ancora, la prima decisione di politica monetaria della Fed di Kevin Warsh, che ha lasciato invariati i tassi di interesse al 3,5%-3,75% con voto unanime, mettendo il turbo alle azioni tecnologiche e ad alta crescita (il Nasdaq nella seduta successiva è salito di quasi il 2%).
La risposta del mercato, e specialmente dei suoi segmenti a più alto rischio, non si è fatta attendere: oltre al Nasdaq il fattore momentum globale - cioè le azioni in trend rialzista - è salito (in euro) addirittura del 4,4%. Per i mercati emergenti, grandi beneficiari del trend di crescita dei chip per l’intelligenza artificiale, il rally settimanale è stato prossimo al 6%, mentre le small cap Usa (cioè l’indice Russell 2000) procedono con tale slancio che nell’ultimo mese hanno guadagnato - sempre in euro - più dell’8%.
In realtà però sotto la patina del ritorno indiscriminato dell’appetito per il rischio i timori rimangono. La Fed, per esempio, ha deciso di abbandonare la forward guidance, con cui forniva indicazioni di massima ai mercati sulle sue mosse future, mentre dal dot plot (il grafico che raccoglie le aspettative dei membri della banca centrale sui tassi futuri) emerge che per nove banchieri su 19 ci sarà un aumento dei tassi nel corso di quest’anno.
La quotazione di SpaceX, che ha veicolato una Fomo (Fear-of-missing-out, paura di rimanere fuori) senza precedenti, rimane un rebus per gli analisti, visto anche che la società dell’aerospazio si è quotata in forte perdita e con un multiplo pari a cento volte i ricavi attuali.
Mentre la situazione in Medio Oriente, nonostante la riapertura dello stretto di Hormuz faccia ben sperare in merito al ridimensionamento dell’inflazione energetica, è tutt’altro che conclusa. Ed è possibile che la necessità di ricostruire le scorte dopo un lungo stop eserciti ancora una pressione sui prezzi del greggio e, di riflesso, sull’andamento stesso del carovita.
Al di là delle contingenze del momento, in un ampio report operativo gli analisti di Goldman Sachs hanno provato ad analizzare quello che sta effettivamente succedendo sui mercati. Lo studio ha un nome molto evocativo: Il ciclo post moderno: navigare il boom del capex. Dal 2022 in avanti, sottolineano gli analisti, è iniziato un nuovo ciclo di mercato che costringe gli investitori a ripensare il modo stesso in cui si approcciano alle scelte di portafoglio.
Questo ciclo post moderno si articola in sette punti: costo del capitale più alto (cioè inflazione in aumento e tassi di interesse elevati), crescita esponenziale dei debiti pubblici, dazi, fine dell’ordine geopolitico basato sulle regole e il diritto internazionale, necessità per gli Stati di garantirsi un’offerta stabile di energia e materie prime, aumento delle spese per la difesa e sviluppo dell’AI con conseguente aumento esponenziale delle spese in conto capitale (il capex, per l’appunto).
L’implicazione di questo nuovo regime per i portafogli di investimento, evidenzia lo studio della banca d’affari, è potentissima: se fino alla pandemia di Covid-19 (si veda la tabella in basso) i vincitori assoluti sui mercati sono stati sempre e solo i titoli tecnologici ad alta crescita - Nasdaq, stile growth, settore tecnologico - ora la mappa dei leader di mercato sta cambiando faccia, e i vincitori sono più diffusi e differenti tra loro: dal 2025 a oggi, segnala Goldman, a guidare il mercato sono mercati emergenti, oro, metalli industriali, mercato azionario giapponese, stile value (cioè panieri di azioni sottovalutate rispetto al loro valore intrinseco).
Prima, si legge nel report, «il basso costo del capitale implicava che gli investitori erano disposti a finanziare aziende con forti prospettive di crescita, in particolare nel settore tecnologico, dove i costi erano contenuti. Queste aziende sono riuscite a generare rendimenti sugli investimenti particolarmente elevati e hanno beneficiato degli investimenti in conto capitale realizzati durante la bolla delle dot-com un decennio prima». Adesso invece il mercato sta premiando meno le promesse di crescita lontane nel tempo e più le aziende capaci di trasformare fin da subito gli investimenti in utili e flussi di cassa.
Nell’era dei tassi e dell’inflazione a zero, in buona sostanza, gli investitori erano ben disposti a finanziare aziende in perdita o con valutazioni molto elevate, mentre adesso hanno cominciato a chiedere disciplina nei fondamentali, utili per azione in crescita e la nuova parola magica, le spese in conto capitale necessarie per costruire tutta l’infrastruttura energetica e dei data center che servirà a far lavorare concretamente l’intelligenza artificiale.
E questo si vede anche nel mondo tecnologico, dove le aziende dei chip e della parte hardware stanno surclassando in borsa tutto il mondo del software, che peraltro potrebbe essere messo in difficoltà anche dagli sviluppi dell’AI stessa.
Questo significa anche che, se fino a pochi fa giocare in attacco in portafoglio significava di fatto comprare i grandi indici growth e osservarne la crescita esplosiva, ora è opportuno mettere anche in un’allocazione orientata all’apprezzamento del capitale una serie di paracadute contro i vari rischi di mercato. Anche perché il nuovo regime non implica necessariamente rendimenti più elevati, ma una maggiore dispersione dei risultati tra settori e aree geografiche. Come farlo in concreto? Milano Finanza ha chiesto a consulenti ed esperti di mercato di costruire tre portafogli modello per cavalcare il ritorno di appetito per il rischio, ma con giudizio. Tre portafogli che convergono su alcuni punti in comune: azioni globali alla base, esposizione all’AI, una bella fetta di mercati emergenti, protezione con oro e bond governativi in euro a breve scadenza.
Alessandro Capuano, head of trading di Moneyfarm, pensa che un portafoglio con profilo di rischio medio-alto oggi non possa ignorare i rischi «legati ai multipli di valutazione e alla concentrazione sulle mega-cap».
La soluzione? Un nocciolo duro di azioni globali dei mercati sviluppati (40% dell’allocazione totale) a cui aggiungere strumenti «capaci di catturare i guadagni mitigando le vulnerabilità». L’intelligenza artificiale rimane comunque il megatrend dominate. «La spinta offensiva si attua tramite il Nasdaq 100 al 15%, che beneficerà peraltro dell’ingresso di SpaceX» nel giro di un paio di settimane, più un Etf sui semiconduttori (5%) «ossia la base della catena di fornitura dell’AI ideale per intercettare l’aumento di spese in conto capitale». Non finisce qui: Capuano alla parte da attacco aggiunge infatti anche un 10% di mercati emergenti, «ricco di aziende tech strategiche come Tsmc a Taiwan».
La parte di ammortizzazione del rischio si compone invece di un 15% obbligazionario tramite bond governativi in euro a breve termine, «per attutire eventuali downturn (cali prolungati, ndr)» sull’azionario. Infine, «per la protezione da shock asimmetrici» spazio a un 15% di oro e materie prime (7,5% ciascuno): «un frazionamento permette di partecipare all’eventuale ripresa del rally dell’oro» se il prezzo del petrolio continuasse a scendere in virtù dei negoziati in Medio Oriente.
È un portafoglio all’80% azionario (il restante 20% è diviso equamente tra bond high yield con il cambio coperto e oro) quello suggerito da Lorenzo Demaria, country manager per l’Italia di JustEtf. Anche in questo caso le azioni globali dei mercati principali costituiscono il nocciolo duro (45%), seguite da un 15% di mercati emergenti. «L’allocazione sugli emergenti ha una motivazione tattica», sottolinea Demaria. «Questi mercati continuano a trattare a forte sconto rispetto ai Paesi sviluppati sui multipli attesi (p/e stimato di 12 contro 20, ndr) e una stabilizzazione mediorientale con petrolio in calo e dollaro meno richiesto come rifugio è esattamente il tipo di catalizzatore che storicamente li avvantaggia». Puntare sugli emergenti, per l’esperto, «è il modo più pulito per alzare il profilo di rischio diversificando la presa anziché concentrarla sugli Usa».
Per Demaria è fondamentale oggi «bilanciare la geografia». Ecco perché un ulteriore 10% della parte azionaria viene allocato sull’indice Msci Europe, «che sfrutta multipli a sconto (meno di 15 volte gli utili attesi, ndr), banche in ripresa e il tema strutturale del riarmo del continente». Il restante 10% è infine investito in piccole capitalizzazioni globali, un modo per «allargare l’esposizione oltre le mega cap che oggi rappresentano la principale fonte di concentrazione del benchmark globale».
La proposta di Francesco Casarella, co-fondatore e amministratore della società di consulenza finanziaria indipendente Colazione a Wall Street Scf, prevede un portafoglio composto da dieci Etf. Anche per lui il nucleo portante (25% del totale) dovrebbe essere costituito dall’indice Msci World, a cui affiancare però «un Etf sull’azionario small cap al 5%, utile per ridurre la dipendenza dalle grandi mega cap che oggi hanno un peso molto elevato negli indici tradizionali a capitalizzazione».
La parte più dinamica del portafoglio, aggiunge Casarella, «è affidata a strumenti tematici e satelliti: tecnologia al 10% per intercettare la crescita dei megatrend, AI in primis, infrastrutture globali al 5% per esporsi a reti elettriche, data center, transizione energetica e investimenti pubblici, un 8% di emergenti per aggiungere leve di rendimento meno presenti nei grandi indici». Spazio poi al fattore quality (10%), cioè aziende con solidi fondamentali di bilancio che si sono mostrate storicamente più resilienti in fasi di mercato volatili. Oltre a un 6% di oro «per aiutare nelle fasi di tensione geopolitica» e un 6% di materie prime diversificate «per la protezione in scenari di inflazione persistente o shock sull’energia», Casarella inserisce un 13% di bond societari in euro e un 12% di titoli governativi in euro a breve scadenza.
«L’obiettivo in questo caso non è massimizzare il rendimento, ma introdurre stabilità, ridurre la volatilità complessiva e limitare l’impatto per quanto possibile di eventuali sorprese sui tassi», segnala l’esperto. «La duration inoltre resta contenuta, così da non esporre troppo il portafoglio a movimenti improvvisi delle curve obbligazionarie».
Giocare in attacco sui mercati: formula suggestiva che nell’immaginario collettivo è spesso associata agli investimenti in tecnologia degli anni post-crisi finanziaria. Nell’era d’oro dei social network e dell’economia digitale giocare in attacco era essenzialmente un sinonimo di acquistare titoli ad alta crescita, non necessariamente in utile (anzi, il pareggio di bilancio era una rarità), con multipli elevati e grandi piani di investimento - sostenuti da condizioni di mercato caratterizzate da tassi a zero - per fare sviluppo software o acquisizioni strategici che li avrebbero resi quasi-monopolisti nei loro mercati di riferimento.
Oggi però il mondo è cambiato (si veda l’articolo in pagina), e investire giocando in attacco ritorna alla sua accezione da manuale di finanza personale: aumentare il rendimento atteso dei propri asset accettando però un maggiore rischio, espresso dalla volatilità dello strumento finanziario. Come ha osservato l’economista Burton Malkiel, giocare in attacco significa accettare di poter dormire peggio la notte per avere poi maggiori benefici nel lungo periodo. Ma quali sono oggi gli strumenti da attacco, e come si possono riconoscere?
Azioni growth. Si tratta essenzialmente di titoli ad alta crescita, spesso attivi in settori tecnologici o nei mercati emergenti. In genere, questi titoli si caratterizzano per movimenti di mercato violenti e repentini, seppur nel quadro di un trend di fondo rialzista, multipli molto elevati o negativi (in caso di bilanci in perdita), assenza di dividendi e reinvestimento di tutti gli utili in ricerca e sviluppo o acquisizioni strategiche.
Etf settoriali growth. Per chi non volesse orientarsi sull’acquisto di singoli titoli, l’offerta di Etf sullo stile growth non è in realtà molto corposa. Questo per un semplice motivo: individuare le azioni ad alta crescita vincenti richiede un grado di discrezionalità difficile da replicare per un indice passivo. L’alternativa è quella di ricorrere a Etf settoriali o tematici che selezionano al loro interno titoli di settori come biotech, robotica, calcolo quantistico o blockchain, considerati ad alto potenziale di crescita.
Small cap. Le società a piccola capitalizzazione hanno storicamente mostrato una capacità di generare sovraperformance nel lungo periodo rispetto alle grandi aziende, seppur con maggiore volatilità, tanto che il size factor è annoverato tra i principali fattori di investimento. La complessità di investire in small cap risiede però nella difficoltà, per l’investitore individuale, di reperire informazioni o analisi dettagliate sui titoli e sui loro fondamentali. A livello di prodotti indicizzati esistono però, per investitori europei, circa 90 Etf su aziende e piccola e media capitalizzazione.
Mercati emergenti. Storicamente più volatili dei mercati sviluppati, gli emergenti sono uno degli investimenti da attacco per antonomasia. Il motivo? Le aziende emergenti agiscono in economie in forte crescita, con demografie favorevoli (popolazione giovane, classe media in espansione) e tendono a essere attive in settori come fintech, tecnologia, intelligenza artificiale. Paradossalmente, nella fase attuale di mercato gli emergenti risultano anche a forte sconto rispetto ai mercati sviluppati, in primis quello Usa.
Momentum. Altro fattore di investimento molto in voga all’aumentare del profilo di rischio dell’investitore, il momentum viene spesso associato per la sua natura ai titoli growth. Il presupposto è semplice: titoli che stanno crescendo - che sono in trend - continueranno a farlo. Per investitori europei esistono dieci Etf sul fattore momentum. I migliori per performance in euro nell’ultimo anno hanno reso più del 40%. (riproduzione riservata)