Come combattere l’inflazione ora che nella politica monetaria e in quella fiscale le armi si sono spuntate
Come combattere l’inflazione ora che nella politica monetaria e in quella fiscale le armi si sono spuntate
Rafforzare la concorrenza e stabilire accordi con produttori energetici e alimentari: l’obiettivo è calmierare i prezzi e proteggere il potere d'acquisto dei consumatori

di di Paolo Savona* 15/09/2026 07:05

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Da oltre un anno l’inflazione incalza l’economia mondiale; nata sotto la spinta dell’aumento del prezzo del petrolio, si è rafforzata per la crisi climatica che ha colpito i beni alimentari, con il rischio che si avvii un circolo vizioso di crescita dei prezzi. Si è aperto un dibattito su che cosa debba fare la politica monetaria e sono aumentate le pressioni sulla politica fiscale per compensare i danni; l’una e l’altra hanno però le rispettive armi spuntate.

L’arduo compito della politica monetaria

Se la politica monetaria decidesse di aumentare i tassi d’interesse ufficiali finché l’aumento dei prezzi non torni al livello stabilito del 2%, causerebbe ulteriori aumenti per i maggiori costi del credito e per l’influenza negativa sulle aspettative; se operasse dal lato dell’offerta di base monetaria causerebbe deflazione, trascinando verso il basso finanza, produzione e occupazione. I modesti aumenti dei tassi ufficiali decisi di recente servono per ricordare che la politica monetaria deve adempiere al mandato di garantire la stabilità del potere di acquisto della moneta; ma questo è il punto, dato che l’origine dell’inflazione, unita alla legittimazione della moneta virtuale privata e all’ibridazione da questa causata degli strumenti monetari e finanziari tradizionali consentono di ottenere questo obiettivo solo a costo di una grave crisi.

Anche gli strumenti di politica fiscale sono già da tempo spuntati per il loro crescente coinvolgimento nell’assistenza, qualcosa di diverso dal costo per sostenere il welfare, non finanziabile con un aumento della pressione tributaria, né ricorrendo all’indebitamento pubblico, entrambi al limite della sopportabilità economica e politica.

Le elezioni imminenti

Se le politiche monetaria e fiscale possono fare poco o niente, il dilemma da risolvere è se dobbiamo accettare che l’inflazione operi falcidiando tutti, ma in particolare la povera gente, oppure è possibile fare qualcosa di diverso nei tempi dovuti, perché le elezioni politiche incombono e non solo in Italia. Senza fare niente, l’inflazione sposterebbe gli equilibri elettorali a favore di chi promette di più e promette di tassare maggiormente i ricchi e la ricchezza, senza risolvere il problema, forse aggravandolo. Spero che l’elettorato chieda con insistenza di sapere se e come i contendenti intendono affrontare la situazione in modo diverso dal ricorso agli strumenti tradizionali ricordati, offrendo precise spiegazioni.

Reazioni a catena

Una volta gli economisti potevano contribuire a indicare una soluzione, ma oggi essi per primi sono nella confusione, perché hanno una ricca casetta degli attrezzi sui singoli punti – ad esempio per la moneta, i cambi, il credito e la finanza, la spesa pubblica e la tassazione – ma hanno perso la cognizione di come funziona un sistema economico immesso nella dinamica politica interna e internazionale. È una situazione simile a quella in cui essi e gli operatori si trovavano quando scoppiò la Grande Crisi del 1929-31, che Roosevelt, con il suo New Deal, e Keynes, con le sue analisi, innovarono con una nuova politica interventista allora non molto popolare. Usando la celebre frase di Keynes che nel lungo periodo siamo tutti morti, non possiamo aspettare che si risolva il problema di capire che fare e dobbiamo invece procedere con il buon senso e l’esperienza acquisita in quasi un secolo di crisi piccole e grandi. Si potrebbe partire dalla costatazione che l’inflazione ha sempre origine in una carenza di mercato competitivo. Gli aumenti di prezzo dell’energia sono sempre legati a variazioni di questa componente, come abbiamo sperimentato nel dopoguerra, visto accentuarsi con la crisi petrolifera degli anni 1970 e ora con il blocco dello Stretto di Hormuz.

Quando l’aumento di costo incide su tutti, gli operatori godono di una forza che accresce la loro influenza sui prezzi, avviando un processo inflazionistico che coinvolge l’intero sistema economico; infatti, l’aumento dei costi si trasmette per isteresi a tutte le componenti dei prezzi, divenendo inflazione da domanda, sollecitando l’intervento delle banche centrali e dei governi, con le conseguenze inflattive e deflattive già ricordate, uscendo dalla crisi dal basso; per uscire invece dall’alto occorre agire sulla competizione, rompendo il legame oligopolistico che si instaura tra i produttori, di cui maggiormente beneficiano gli intermediari. Occorre ricercare accordi come quelli propiziati da Luciano Lama con la svolta dell’Eur, asseverati da Guido Carli e Gianni Agnelli, ma oggi non sembra si possa ripetere il clima sociale che ha portato al compromesso storico di Moro e Berlinguer, i cui frutti non sono stati colti a causa della violenza terroristica e dell’impreparazione culturale.

L’esercizio della concorrenza

Se non fosse possibile, non resta che esercitare la concorrenza necessaria dal lato pubblico chiamando a collaborare la fascia migliore del Paese, che ancora esiste. Per l’offerta di energia occorre trovare un accordo con i principali centri di produzione-importazione-erogazione, che si devono impegnare a rinunciare agli accordi con centinaia di lucrosi piccoli centri di rivendita e a calmierare i profitti; se non volessero aderire, la Cassa Depositi e Prestiti, o chi per essa, potrebbe lanciare un’operazione di acquisto e/o scambio per raggiungere lo stesso risultato. Per frenare la diffusione degli effetti climatici sui prezzi degli alimentari, l’accordo andrebbe raggiunto con i produttori di questi beni, consentendo di ampliare le loro vendite dirette ai prezzi di cessione dei prodotti ai grandi acquirenti, in mercatini di smercio simili a quelli già operanti con successo, ma sotto uno stretto controllo pubblico dei prezzi di vendita.

Di recente la presidente dei coltivatori diretti ha affermato che essi avevano avuto di recente un drammatico crollo dei prezzi, di cui tuttavia i consumatori non hanno beneficiato, e manifestato sollievo per gli aumenti correnti: occorre perciò intervenire sul meccanismo di commercializzazione dei prodotti. Naturalmente va evitata una politica di controllo dei prezzi e di distorsione economica dell’intervento rigorosa per estendere la competizione a tutti i settori che colpiscono il costo della vita. È una politica contingente straordinaria, ma lo è anche la situazione da affrontare; pensare di farlo con gli strumenti ordinari significa scegliere che l’inflazione falcidi reddito e benessere dei cittadini. (riproduzione riservata)


*economista