Anche se il risiko bancario, la legge elettorale e le ricadute sulla nostra economia dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina continuano ad essere i principali protagonisti sul palcoscenico politico, nei corridoi del Parlamento si comincia a discutere apertamente di strategie per catturare i consensi in vista delle elezioni del 2027. Un’attenzione ancora maggiore rispetto al passato viene indirizzata sulla variabile giovani. E non solo perché gli under 30 si sono rivelati di fatto decisivi per l’esito del referendum sulla riforma della giustizia.
A creare apprensione nei partiti, in primis della maggioranza, è il cosiddetto effetto-Vannacci, con Futuro nazionale che secondo i sondaggi potrebbe ottenere alla prossima tornata elettorale un risultato ben superiore al 4%, con non remote possibilità di arrivare vicino a quota 8% grazie anche alla spinta che potrebbe arrivare dall’elettorato più giovane. Che, dati alla mano, resta una delle fasce più penalizzate del Paese, nonostante il buon andamento del mercato del lavoro - trainato però, rileva l’Istat, «dall’aumento dell’occupazione delle persone di 50 anni e più» (nel 2025 il 42% degli occupati) - e le misure fin qui adottate dal governo Meloni. Prime fra tutte il bonus per la stabilizzazione dei contratti a tempo determinato degli under 35, il sostegno ai mutui prima casa le agevolazioni per giovani coppie e per lo studio.
Nell’ultimo rapporto annuale dell’Istat si afferma che «la condizione dei giovani (15-34 anni) permane delicata, con un tasso di occupazione nel 2025 inferiore alla media dell’Ue27 (43,9% contro 58,1%), anche tra i 25-34enni laureati (68,5% contro una media dell’Ue27 del 79,6%)». Lo stesso Istituto ha evidenziato come nel 2024, tra i giovani italiani di 25-34 anni in possesso almeno della laurea gli espatri siano stati ben 25mila e abbiano superato ampiamente i rimpatri (oltre 4 mila), determinando una perdita netta di quasi 21mila giovani altamente istruiti. E da una rilevazione del Cnel di fine 2025 è emerso che nel periodo 2011-2024 sono emigrati dall’Italia 630mila giovani (solo in parte rientrati).
Un esodo che indebolisce l’economia italiana, alle prese con una congiuntura difficile e con le difficoltà legate alla transizione demografica. Nell’ultimo rapporto sulla politica di bilancio dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, si fa notare che lo scorso anno la popolazione in età lavorativa si è ridotta di oltre 70mila unità e che «la demografia sfavorevole frena le potenzialità dell’economia italiana». L’Upb sottolinea che nei prossimi anni «i conti pubblici subiranno la pressione di spese legate all’invecchiamento della popolazione» e che «la transizione demografica può e deve essere governata».
La politica dei bonus sembra insomma non bastare. E, pur consapevoli dei vincoli di bilancio, anche nella maggioranza cominciano ad esserne convinti guardando agli ultimi sondaggi in ottica elezioni. «Dobbiamo offrire maggiori e migliori opportunità ai giovani e alle donne, è un tema di tenuta del nostro welfare e un problema anche culturale», ha affermato Giorgia Meloni. Giovani che devono fare i conti anche con l’incognita della copertura previdenziale: dagli ultimi dati Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) emerge che a fine 2025 gli under 35 aderenti alla previdenza complementare, pur essendo cresciuti del 3,3%, non superavano il 20,8% degli iscritti complessivi (10,425 milioni) con non più di 311mila soggetti sotto i 20 anni. (riproduzione riservata)