Ciucci (Ance): ecco come poter migliorare il Piano Casa del governo
Ciucci (Ance): ecco come poter migliorare il Piano Casa del governo
Il nuovo presidente dei costruttori edili segnala che alcune norme del programma del governo rischiano di rendere insostenibili gli investimenti privati. Servono incentivi strutturali anche per rispettare la direttiva Case Green

di di Silvia Valente 21/07/2026 22:00

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Il settore delle costruzioni per molti anni «è stato considerato marginale, quasi non strategico per lo sviluppo del Paese. Dopo la pandemia c’è stato un cambio di passo e ad oggi, dopo gli anni dei bonus e con il Pnrr in conclusione, il settore vale circa il 12% del pil, una quota che arriva al 20% se consideriamo l'intera filiera, dai materiali all'impiantistica fino ai servizi collegati». Questa la fotografia scattata per MF-Milano Finanza, da Antonio Ciucci, il neo eletto presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili. Da non sottovalutare poi che la mole di investimenti - tra pubblici e privati - nel settore si aggira sui 200 miliardi di euro e l’occupazione ha raggiunto livelli record con oltre 1,6 milioni di addetti, con un ritmo di 70 mila nuovi occupati all’anno dal 2020.

Domanda. Tra meno di un mese il Pnrr finirà. A che punto siamo e cosa rischia il comparto con la fine di questa stagione di investimenti straordinari?

Risposta. Per il nostro settore il Pnrr rappresenta un'esperienza complessivamente positiva. Circa la metà delle risorse del Piano riguarda direttamente le costruzioni e, ad aprile, il livello di realizzazione degli interventi era già intorno al 76%. Le imprese hanno fatto la loro parte e possiamo dirci soddisfatti.

Al di là delle risorse stanziate, ciò che ha funzionato davvero è stato il modello di governance. La presenza di una cabina di regia unica ha consentito di coordinare migliaia di soggetti attuatori, grandi e piccoli, superando timori iniziali e difficoltà operative anche nelle amministrazioni meno strutturate.

Naturalmente siamo consapevoli che un altro Pnrr non ci sarà. Per questo dobbiamo fare tesoro dell'esperienza maturata e applicare lo stesso metodo ai fondi strutturali e ai fondi di coesione, che oggi presentano livelli di spesa medi ancora molto bassi, attorno al 30%, e con forti differenze territoriali. Una governance analoga potrebbe consentire di accelerarne l'utilizzo e contribuire a compensare almeno in parte il venir meno degli investimenti del Piano.

D. Resta aperta la questione dell'aumento dei costi delle materie prime. Le misure adottate sono state sufficienti?

R. Il Pnrr è stato realizzato in un contesto internazionale estremamente complesso. Prima la guerra tra Russia e Ucraina, poi le tensioni nell'area di Hormuz hanno provocato fortissime oscillazioni nei prezzi dei materiali.

Sul primo fronte il Governo è intervenuto con il Decreto Aiuti, istituendo un fondo dedicato alla compensazione degli extracosti. Tuttavia restano ancora da riconoscere alle imprese circa 2 miliardi di euro relativi ai lavori del 2024 e del 2025. Siamo ormai a metà del 2026 e questo rappresenta un problema serio, soprattutto perché molte imprese hanno accelerato i cantieri proprio per rispettare le scadenze del Pnrr. Le prime risorse previste dalla legge di Bilancio 2026 non sono sufficienti (si parla di 500 milioni) e per di più sono disponibili solo a partire dal 2027. Quindi auspichiamo che già con l'assestamento di bilancio, attualmente in discussione, vengano individuati fondi per almeno tamponare questa criticità.

A questa cornice si aggiunge il fatto che nel frattempo continuano le tensioni sui prezzi di alcuni materiali, come bitume e prodotti plastici, che hanno registrato aumenti vicini al 50%. Non possiamo permetterci di affrontare un'emergenza dentro un'altra emergenza.

D. Restando sui tasti per voi dolenti, l'accesso al credito continua a essere un problema?

R. Assolutamente sì. Basti pensare che nel 2007 il credito bancario destinato alle costruzioni ammontava a circa 52 miliardi di euro. Nel 2024 è sceso a poco più di 10 miliardi. È evidente che esiste un problema di finanziamento del settore.

Paradossalmente oggi gli investimenti sono tornati sui livelli del 2007, ma con un sostegno molto inferiore da parte del sistema bancario, sia per le imprese sia per le famiglie che acquistano casa. Occorre ricostruire un rapporto di fiducia: il settore oggi è molto più solido rispetto al passato e può crescere ulteriormente, ma senza credito diventa difficile.

D. Guardando invece alle leve strategiche, come valuta il Piano Casa del governo Meloni?

R. Il fatto che il tema della casa sia tornato al centro dell'agenda politica è sicuramente un elemento positivo. Per decenni l'abitazione ha rappresentato il principale investimento delle famiglie e uno dei motori dell'attività edilizia.

Negli ultimi anni, però, si è progressivamente interrotta la capacità di offrire nuove risposte al fabbisogno abitativo, sia attraverso l'edilizia pubblica sia tramite quella convenzionata. D’altronde oggi il disagio abitativo è molto esteso. L'Italia dispone di un patrimonio di edilizia residenziale pubblica pari ad appena il 3,5% del totale delle abitazioni, contro il 17% della Francia e percentuali superiori al 20% in diversi Paesi del Nord Europa. Secondo Federcasa, sono circa 650 mila le famiglie in lista d'attesa per un alloggio pubblico.

Allo stesso tempo è cresciuta quella fascia di popolazione che non ha i requisiti per accedere alle case popolari ma non riesce nemmeno a sostenere i prezzi del mercato. È il tema dell'housing sociale e dell'abitare accessibile, che riguarda ormai non solo le grandi città ma anche molti centri medi e piccoli lungo lo Stivale. Le risorse previste dal Piano, circa 10 miliardi fino al 2034, rappresentano un primo passo, ma serviranno ulteriori investimenti, soprattutto per recuperare e manutenere il patrimonio esistente, che comprende circa 60 mila alloggi da riqualificare.

Positiva anche la volontà di intervenire sulle semplificazioni urbanistiche, ma alcune rigidità previste per l'edilizia convenzionata (in primis il tetto di almeno il 70% della superficie da destinare a edilizia convenzionata) rischiano di compromettere la sostenibilità economica degli interventi, soprattutto fuori dai grandi mercati come Milano e Roma. Secondo nostri studi, infatti, in zone non centrali solo per Milano tale proporzione risulterebbe sostenibile.

D. Anche l'Europa ha varato un Piano Casa, pur se senza risorse. Che ne pensa?

R. Il fatto che la Commissione europea abbia riconosciuto il problema abitativo è importante, ma quando si affronta un tema di questa portata servono anche strumenti finanziari adeguati. Alcuni Paesi, come Spagna e Regno Unito, stanno già mettendo in campo programmi più consistenti. Per l'Italia, vincolata anche dalle regole del Patto di stabilità, reperire nuove risorse da sola è certamente più complicato.

D. Restando in ambito Ue, la direttiva sulle Case Green è più un'opportunità o un costo?

R. Dal nostro punto di vista è soprattutto un'opportunità. Migliorare l'efficienza energetica significa ridurre i consumi, aumentare il valore degli immobili e rendere le città più sostenibili. Il problema riguarda i tempi. La direttiva è molto ambiziosa e, nelle condizioni attuali, difficilmente realizzabile. Con il Superbonus abbiamo riqualificato circa 500 mila edifici, ma per raggiungere gli obiettivi europei entro il 2035 bisognerebbe intervenire su circa 1,8 milioni di edifici. Per questo chiediamo una maggiore gradualità e soprattutto un sistema stabile di incentivi, con un orizzonte almeno decennale, che permetta a famiglie e imprese di programmare gli investimenti senza continui cambi di regole.

D. Parlando del suo nuovo incarico da presidente di Ance quali direttrici si pone?

R. Ho due grandi priorità. La prima riguarda il rafforzamento del sistema delle costruzioni, investendo ancora di più su sicurezza, legalità, formazione e bilateralità. La seconda guarda al mercato: serve una programmazione stabile degli investimenti pubblici e un utilizzo più efficiente delle risorse disponibili, affinché le imprese possano continuare a crescere senza interruzioni e con una prospettiva di lungo periodo.(riproduzione riservata)