Il dollaro si avvia verso il maggior calo settimanale da aprile, dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha minimizzato la svalutazione del cambio («sta andando alla grande»), causandone un ulteriore indebolimento nel giorno in cui la Fed, come ampiamente previsto dagli economisti, alle 20 ha confermato i tassi di interesse tra il 3,5% e il 3,75%.
Una decisione presa con un’ampia maggioranza: solo due membri del Fomc avrebbero voluto procedere con un nuovo taglio del costo del denaro da 0,25 punti base. Le decisioni future, ha ribadito la banca centrale americana, verranno presente valutando attentamente i dati macroeconomici.
L’euro il 28 gennaio ha superato nell’intraday il livello di 1,2 dollari per la prima volta dal 2021, salvo poi indietreggiare dell’1% a 1,1910 dopo il nulla di fatto della Fed, la sterlina viaggia ai massimi da quattro anni e mezzo, il franco svizzero è al top dal 2015 e lo yen si avvia alla miglior performance mensile sul biglietto verde da aprile, mentre continuano le speculazioni su un intervento congiunto sul mercato valutario delle autorità giapponesi e americane.
«Le presunte indicazioni di un intervento coordinato da parte della Federal Reserve e della Bank of Japan, volte a contrastare la precedente eccessiva debolezza dello yen giapponese, hanno rafforzato la percezione del mercato secondo cui le autorità statunitensi potrebbero essere sempre più disposte a tollerare un dollaro più debole», affermano Luca Bindelli, Head of Investment Strategy, e Kiran Kowshik, FX Strategist di Banque Lombard Odier & Cie SA.
In un contesto caratterizzato da una maggior incertezza geopolitica, dalle politiche commerciali statunitensi e dalla prossima nomina del presidente della Fed, rispetto alla quale permangono timori sull’indipendenza istituzionale, «i rischi di ribasso per il dollaro sono aumentati, insieme a un incremento della volatilità nel mercato valutario».
Tanto che la Bce ha fatto sapere che monitora con attenzione come l'indebolimento del dollaro possa influire sull'inflazione della zona euro. Adatterà la politica monetaria di conseguenza. «Monitoriamo attentamente l'apprezzamento dell'euro e il suo potenziale impatto sul calo dell'inflazione. Questo è uno dei fattori che guideranno la politica monetaria e le decisioni sui tassi nei prossimi mesi», ha detto François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e consigliere della Bce, valutando l’indebolimento del dollaro nei confronti dell'euro come un calo di fiducia di fronte alla politica economica imprevedibile dell’amministrazione Trump.
La forza dell’euro torna, dunque, al centro dell’attenzione, sostenuta dalla potenziale ripresa delle strategie di diversificazione «fuori dagli Stati Uniti». In precedenza Beata M Manthey, analista di Citi, ha riscontrato che un aumento del 10% del cambio euro/dollaro può ridurre gli utili per azione delle società europee del 2%, con i settori commodity, alimentare/beverage, sanità, beni di lusso e automotive tra i più esposti.
Storicamente, i venti contrari legati al cambio per gli utili europei possono essere compensati da altri fattori (ad esempio, il miglioramento delle condizioni economiche) e comunque una crescita degli eps solida rimane possibile anche in presenza di un apprezzamento dell’euro.
Tuttavia, avverte Beata M Manthey, «il nostro recente downgrade dell’Europa a neutral si basava su problemi più importanti rispetto agli utili delle società, in particolare nei settori con una maggior esposizione internazionale. «Un apprezzamento sostenuto dell’euro rafforzerebbe questa visione. La performance relativa dei nostri panieri «Strong Euro Beneficiaries» e «Weak Euro Beneficiaries», costruiti considerando l’esposizione ai ricavi negli Stati Uniti e la sensibilità ai cambio, ha seguito da vicino l’andamento del cambio euro/dollaro, ma suggerisce un certo potenziale di rialzo per le società che beneficiano di un euro forte», anche se Citi continua a prevedere un dollaro Usa forte nel corso di quest’anno.
Ecco le 25 società europee che beneficiano dell’euro forte e il peso che hanno nel paniere di Citi: una sola è italiana, il colosso energetico Enel.
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