Si apre un nuovo fronte diplomatico tra Regno Unito e Israele sulla situazione in Cisgiordania. Il governo britannico ha annunciato misure per limitare l’interscambio commerciale con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, insieme a nuove restrizioni nei confronti di aziende e soggetti coinvolti nell’espansione delle colonie.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha inoltre accusato, con un discorso molto duro, il governo israeliano di «chiudere gli occhi» davanti a quella che ha definito una «pulizia etnica» in corso nei territori palestinesi occupati.
Le nuove misure, secondo quanto annunciato da Londra, richiederanno tra sei e nove mesi per essere definite e diventare operative.
Il pacchetto britannico prevede il rifiuto delle richieste di licenza per armi e altre esportazioni che possano contribuire all’occupazione. Londra aveva già sospeso oltre 30 licenze relative ad armamenti destinati alle forze israeliane e ha confermato che la sospensione resta in vigore.
Sono previste inoltre misure contro aziende e individui che forniscono servizi legati all’espansione degli insediamenti, tra cui costruzioni, infrastrutture, finanziamenti e attività immobiliari.
Il governo britannico intende anche vietare alle società la pubblicità di immobili in vendita negli insediamenti e ampliare le sanzioni nei confronti dei coloni ritenuti estremisti.
La risposta israeliana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha definito le dichiarazioni di Miliband «scandalose e false», accusando Londra di tentare di interferire nella politica israeliana durante la campagna elettorale.
Israele ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, l’espulsione dei rappresentanti britannici dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e del British support team a Ramallah, oltre al divieto di ingresso per 12 funzionari britannici.
Sa'ar ha inoltre accusato il Regno Unito di non aver adottato misure analoghe contro l’Autorità palestinese per il suo presunto sostegno al terrorismo.
Alla posizione britannica si è aggiunta una dichiarazione congiunta sottoscritta da altri 11 Paesi: Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia.
I governi sostengono che l’espansione degli insediamenti e l’aumento della violenza dei coloni stiano compromettendo la possibilità di arrivare a una soluzione a due Stati.
I 12 Paesi hanno confermato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o di sostenere eventuali misure europee contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti, che considerano illegali secondo il diritto internazionale. Il gruppo ha inoltre indicato la possibilità di adottare ulteriori misure.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha definito la Cisgiordania «sull’orlo dell'esplosione», citando l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni. Parigi ha ribadito che la soluzione dei due Stati resta, secondo il governo francese, l'unica alternativa a un conflitto permanente.
L’Italia, invece, non figura tra i 12 Paesi firmatari. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato la necessità di un approccio europeo comune sulle eventuali sanzioni commerciali.
«Io sono sempre per le decisioni che vengono dell’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno», ha detto Tajani, osservando che il Regno Unito, non facendo più parte dell’Ue, può assumere decisioni autonome, ma che sulle questioni commerciali sarebbe preferibile un intervento a livello europeo. (riproduzione riservata)