L’Asia chiude la settimana in rosso, venerdì 8 maggio, con il riaccendersi delle tensioni Usa-Iran. Alle ore 7:20 italiane, il Nikkei cede lo 0,5% dai massimi segnati il giorno prima, l’Hang Seng l’1,2%, Shanghai lo 0,2%. I prezzi del petrolio tornano a salire, il Wti s 97 dollari e il Brent oltre 101. I futures sul Nasdaq viaggiano però positivi dello 0,3%.
Stati Uniti e Iran si sono scambiati attacchi nello Stretto di Hormuz, in un’escalation che ha rimesso sotto forte pressione il cessate il fuoco. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran in risposta a un attacco contro navi da guerra statunitensi in uscita dallo Stretto di Hormuz, avvertendo che potrebbe seguire una risposta ancora più violenta. In seguito, però, ha definito l’attacco contro l’Iran una «pacca simbolica» (love tap) e ha sostenuto che il cessate il fuoco è ancora «in vigore».
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, che supervisiona le operazioni militari americane in Medio Oriente, ha dichiarato che i raid statunitensi sono stati un atto di «autodifesa dopo attacchi iraniani non provocati» contro le forze americane. Il Pentagono ha riferito che giovedì l’Iran ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni contro tre cacciatorpediniere americani che stavano attraversando lo Stretto di Hormuz diretti verso il Golfo dell’Oman.
Il quartier generale iraniano Khatam al-Anbiya ha affermato che i bombardamenti statunitensi hanno colpito diverse aree costiere dell’Iran e che gli attacchi sarebbero avvenuti «con la cooperazione di alcuni Paesi dell’area». Le forze iraniane hanno quindi risposto attaccando le navi da guerra americane. Gli attacchi di giovedì sono arrivati dopo gli scontri avvenuti all’inizio della settimana, quando Trump aveva lanciato quella che ha definito un’operazione «umanitaria per guidare» le navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz, che l’Iran aveva di fatto chiuso durante i due mesi di guerra.
Questa settimana Teheran ha dichiarato di stare valutando una proposta americana per porre fine al conflitto, riaprire lo stretto e raggiungere un accordo sul programma nucleare della Repubblica Islamica in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e dello sblocco di parte dei beni iraniani congelati all’estero. Circa un quinto del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto passa normalmente attraverso lo Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno inoltre imposto un proprio blocco dello stretto per impedire alle navi iraniane di attraversarlo.
Vanguard Asset Management sta aumentando le posizioni ribassiste sullo yen, nonostante le autorità giapponesi abbiano intensificato gli interventi sul mercato valutario.
Il gestore patrimoniale da 12 trilioni di dollari sostiene che l’aumento dei prezzi del petrolio stia peggiorando i termini di scambio del Giappone e indebolendo il valore equo dello yen, che potrebbe quindi scendere fino a quota 170 da 156,8 attuali per dollaro in assenza di un cambiamento significativo nei fondamentali economici.
«Siamo long su dollaro/yen e il nostro livello di convinzione è aumentato a causa dell’attuale situazione geopolitica», ha detto Ales Koutny, responsabile dei tassi internazionali nei fondi attivi di Vanguard, durante un’intervista a Bloomberg.
Vanguard si unisce a un numero crescente di investitori che si aspettano una ripresa del declino dello yen dopo i ripetuti interventi delle autorità. Secondo un’analisi sempre di Bloomberg sui conti della banca centrale, dal 30 aprile le autorità giapponesi avrebbero speso complessivamente circa 54,7 miliardi di dollari per sostenere la valuta.
Gli operatori di mercato rimangono comunque scettici sull’efficacia degli interventi nel modificare la tendenza di lungo periodo dello yen. «Riteniamo che il valore fondamentale dello yen sia diminuito a causa dei prezzi elevati del petrolio», ha spiegato Koutny. «L’impennata dei costi energetici ha avuto un impatto significativo sui termini di scambio del Giappone e, insieme all’aumento dell’inflazione interna, continuerà a esercitare pressione sulla valuta».
Il contesto economico continua inoltre a favorire la forza del dollaro: i prezzi dell’energia restano elevati a causa delle nuove tensioni in Medio Oriente, la Banca del Giappone è ancora lontana da un possibile rialzo dei tassi e la Federal Reserve non ha ancora dato segnali di un imminente cambio di rotta verso tagli. (riproduzione riservata)