I litigi fra Usa e Iran tengono chiuso lo Stretto di Hormuz e il petrolio resta alto martedì 11 agosto (Wti a 82,5, Brent a 87,9 dollari il barile), mentre la Cina viaggia debole (Hong Kong -0,7%, Shanghai -0,13%) alle ore 7:30 italiane. Torna a salire il Kospi (+1,4%) e i futures sul Nasdaq virano al rialzo (+0,3%).
La Reserve Bank of Australia ha lasciato invariato il tasso di riferimento al 4,35% nella riunione di agosto 2026, con una decisione unanime e in linea con le attese. I banchieri centrali hanno osservato che le condizioni finanziarie si sono irrigidite e che l’economia sembra rallentare come previsto, ma l’inflazione resta troppo elevata.
Il petrolio (Wti) resta sopra gli 82 dollari al barile martedì, dopo aver guadagnato terreno per tre sedute consecutive, sostenuto dalla crescente incertezza su un possibile accordo tra Usa e Iran per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha avanzato nuove e ampie richieste nei confronti dell’Iran, compreso un risarcimento per le persone uccise dalla Repubblica islamica nei conflitti, dopo che Teheran aveva ribadito la richiesta di riparazioni nell’ambito dei negoziati per porre fine al conflitto.
Le richieste hanno offuscato le prospettive di un accordo a breve termine, mantenendo i mercati in allerta per il rischio di prolungate interruzioni delle forniture. Trump ha inoltre indicato di essere pronto a lasciare che la pressione economica sull’Iran aumenti, anziché lanciare nuovi attacchi militari per imporre la riapertura dello Stretto di Hormuz. Intanto, Iran e Oman non hanno ancora raggiunto un accordo per riaprire la via d’acqua, mentre Teheran condiziona la riapertura al raggiungimento di un'intesa con gli Usa.
Lo yen è sceso oltre 159 per dollaro martedì, restituendo circa metà dei guadagni messi a segno nel recente rally sostenuto dall’intervento delle autorità e mettendo alla prova la determinazione di Tokyo e Washington a sostenere la valuta. Giappone e Usa hanno condotto alla fine di luglio un intervento coordinato record per acquistare yen, dopo che la valuta era scesa ai minimi di 40 anni, alimentando i timori per la stabilità dell’economia globale, ma hanno deluso i mercati non adottando ulteriori misure.
Lo yen resta sotto pressione per fattori fondamentali di lungo periodo, tra cui l’ampio differenziale dei tassi di interesse con gli Usa, le crescenti preoccupazioni sui conti pubblici e gli elevati costi dell’energia e delle importazioni. Intanto, la Bank of Japan ha evidenziato rischi crescenti di un’accelerazione dell’inflazione nel riepilogo delle opinioni della riunione di luglio, con un membro del board che ha suggerito che il ritmo dei rialzi dei tassi potrebbe accelerare.
L’oro è salito sopra i 4.400 dollari l’oncia martedì (ritacciando poi a 4.384 dollari), raggiungendo il livello più alto degli ultimi due mesi (+9,4% a un mese, +31% da inizio anno), grazie al rafforzamento della domanda di investimento per i metalli preziosi nonostante l’aumento dei rischi inflazionistici e le aspettative di rialzi dei tassi alimentate dal balzo del petrolio. Gli investitori istituzionali cinesi hanno continuato ad aumentare le loro posizioni in oro come copertura contro la volatilità degli altri mercati, mentre gli Etf garantiti da oro in Cina hanno registrato la serie più lunga di afflussi degli ultimi mesi.
Anche la banca centrale cinese ha accelerato gli acquisti di oro il mese scorso, aumentando le riserve di circa 20 tonnellate a luglio dopo l’incremento di circa 15 tonnellate di giugno: si tratta del maggiore aumento mensile da ottobre 2023. Gli investitori attendono inoltre questa settimana un importante dato sull’inflazione Usa, alla ricerca di nuove indicazioni sulle prospettive di politica monetaria della Federal Reserve. (riproduzione riservata)