Con i prezzi del petrolio fra 96 (Wti) e 100 (Brent) dollari il barile per la chiusura dello Stretto di Hormuz e la guerra del Golfo che non accenna a placarsi i mercati restano in rosso. Venerdì 13 marzo l’Asia chiude in calo, alle ore 7:30 italiane il Nikkei perde l’1,1%, l’Hang Seng lo 0,7%, Shanghai lo 0,45%. Sale ancora il dollaro e spinge l’euro a 1,15 e lo yen a 159,43, mentre il T bond Usa decennale rende laterale il 4,27% dal 3,95% del 27 febbraio scorso. Segnale che i mercati si aspettano un rialzo dei tassi negli Usa. I futures sul Nasdaq sono sopra la parità dopo una sessione in calo a Wall Street.
Gli Stati Uniti consentiranno ai Paesi di acquistare petrolio russo che si trova già in mare, mentre l’amministrazione del presidente Donald Trump cerca di stabilizzare il forte rialzo dei prezzi globali dell’energia causato dal conflitto con l’Iran.
La misura temporanea riguarderà carichi già in transito, che secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent limiteranno il beneficio finanziario per il governo della Russia. L’amministrazione Trump è alla ricerca di strumenti per calmare i mercati energetici globali, dopo che il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva da quattro anni.
Il rialzo dei prezzi dei carburanti ha avvantaggiato la Russia, che secondo le stime incassa circa 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive. Negli Stati Uniti i consumatori stanno affrontando un forte aumento dei prezzi della benzina, che Bessent ha definito «una perturbazione temporanea».
In un messaggio pubblicato su X, il segretario al Tesoro ha descritto l’allentamento delle sanzioni come «una misura mirata e temporanea», che «non fornirà benefici finanziari significativi al governo russo», dato che la maggior parte delle entrate energetiche del Paese deriva dalle tasse applicate al momento dell’estrazione. La scorsa settimana Washington aveva già concesso deroghe alle raffinerie dell’India per acquistare petrolio russo già in mare.
L’annuncio del Tesoro arriva un giorno dopo la decisione degli Stati Uniti di immettere sul mercato 172 milioni di barili dalle riserve strategiche, parte di un rilascio internazionale senza precedenti di scorte petrolifere per alleviare le tensioni sui mercati energetici che però non ha avuto effetti calmieranti sui prezzi.
Lo yen è in area 159,4 venerdì, ai livelli più deboli dal luglio 2024, alimentando i timori di un possibile intervento delle autorità. La ministra delle Finanze Satsuki Katayama ha detto che il governo è pronto a prendere tutte le misure necessarie sui mercati valutari alla luce dell’impennata dei prezzi del petrolio.
Anche il governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, ha avvertito che uno yen debole potrebbe intensificare l’inflazione importata in un contesto di aumento dei prezzi dell’energia, spingendo potenzialmente la banca centrale ad accelerare la normalizzazione della politica monetaria.
Ueda ha inoltre sottolineato che i tassi di cambio hanno oggi un impatto sull’inflazione maggiore rispetto al passato, diventando quindi un fattore più rilevante nelle decisioni di politica monetaria. I prezzi del petrolio sono balzati dopo che il nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha promesso di mantenere di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, mentre Teheran intensifica gli attacchi contro infrastrutture petrolifere e di trasporto. (riproduzione riservata)