Dopo il rimbalzo di ieri, i mercati asiatici tirano il freno giovedì 9 aprile, alle ore 7:30 italiane il Nikkei cede lo 0,65%, Hong Kong lo 0,5% e Shanghai l’1%, mentre i futures sul Nasdaq sono in calo dello 0,2%. Il petrolio rialza la testa: il Wti del 3% a 97,3 dollari il barile, il Brent del 2,2% a 96,9 dollari a causa di una tregua Usa-Iran dai contorni molto incerti. I bombardamenti israeliani sul Libano mettono infatti in dubbio la tenuta del fragile cessate il fuoco in Medio Oriente, mentre lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso.
Mercoledì Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi in Libano, poco dopo l’annuncio della tregua tra Stati Uniti e Iran. Secondo Israele, i raid — i più intensi dalla ripresa degli scontri con Hezbollah il mese scorso — hanno colpito oltre 100 obiettivi legati al gruppo sostenuto da Teheran. Tel Aviv ha sostenuto che il cessate il fuoco non deve includere il Libano, una posizione contestata dall’Iran. Secondo la protezione civile libanese, le vittime sarebbero oltre 254.
Il presidente Usa, Donald Trump, ha dichiarato che le forze militari statunitensi «rimarranno dispiegate» attorno all’Iran finché non verrà raggiunto un accordo definitivo con Teheran, avvertendo che i combattimenti potrebbero riprendere in caso di fallimento dei negoziati.
L’Iran ha minacciato di ritirarsi dal fragile cessate il fuoco dopo gli attacchi israeliani in Libano e ha chiesto il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione. Trump ha inoltre ribadito che le parti avrebbero concordato «niente armi nucleari» e che lo Stretto di Hormuz «resterà aperto e sicuro».
I mercati in Asia hanno perso il 10,2% a marzo a causa della guerra in Iran, ma il fondo Lemanik Asian Opportunity ritiene che l’area nel suo complesso resti interessante, tenendo conto della fragilità legata al petrolio. Infatti i Paesi con una dipendenza molto elevata dal petrolio e dal gas del Medio Oriente sono il Giappone e la Corea del Sud, mentre India, Cina, Indonesia e Malesia ricavano circa il 50-60% delle importazioni dalla regione.
I rischi di un aumento dell'inflazione nei mercati emergenti asiatici stanno pesando anche sulle valute. L'indice Bloomberg Asia Dollar è infatti sceso del 2,9% nel corso del mese.
Il fondo ha realizzato profitti sulle posizioni in Giappone e Corea del Sud, negoziando vicino al loro prezzo obiettivo a 12 mesi, e ha sfruttato l'attuale debolezza del mercato per acquistare società value e defensive in Corea del Sud e Giappone. In Cina, ha invece acquistato società di servizi petroliferi prevedendo una ripresa degli investimenti cinesi nei mercati locali ed esteri dopo la guerra.
Sul fronte monetario, dai verbali dell’ultima riunione della Fed emerge che alcuni membri sono favorevoli a mantenere un approccio flessibile sulle prossime decisioni, lasciando aperta la possibilità di rialzi dei tassi se l’inflazione dovesse restare sopra l’obiettivo.
La maggior parte del board ritiene elevati sia i rischi al rialzo per l’inflazione sia quelli al ribasso per l’occupazione, rischi che si sono intensificati con gli sviluppi in Medio Oriente. Un conflitto prolungato potrebbe infatti mantenere alti i prezzi dell’energia, con effetti a cascata sull’inflazione core.
A marzo 2026 la Fed ha lasciato invariati i tassi nel range 3,5%-3,75% per la seconda riunione consecutiva, in linea con le attese. Il board continua comunque a indicare un possibile taglio dei tassi nel corso di quest’anno e un altro nel 2027, anche se la tempistica resta incerta. (riproduzione riservata)