Dopo la chiusura in rosso di Wall Street, l’Asia viaggia cauta, mercoledì 11 febbraio. Hang Seng e Shanghai salgono dello 0,25% alle ore 7:40 italiane, mentre il Nikkei è chiuso per festività. I futures sul Nasdaq sono tornati positivi nel frattempo (+0,25%).
Il tasso di inflazione annuo della Cina è sceso allo 0,2% a gennaio 2026, dallo 0,8% di dicembre, segnando il livello più basso da ottobre e risultando inferiore alle stime dello 0,4%. I prezzi alimentari sono diminuiti per la prima volta dopo tre mesi, mentre l’inflazione dei beni non alimentari ha rallentato. Nel frattempo, i prezzi alla produzione sono calati dell’1,4% su base annua, la flessione più contenuta nell’ultimo anno e mezzo, pur registrando il 40° mese consecutivo di contrazione.
L’oro è salito sopra i 5.060 dollari l’oncia mercoledì, avvicinandosi ai massimi delle ultime due settimane, sostenuto dalle aspettative di una Federal Reserve più accomodante. Il movimento segue dati Usa deboli: le vendite al dettaglio di dicembre sono risultate inferiori alle previsioni, segnalando un rallentamento della spesa dei consumatori e rafforzando i timori di una crescita in frenata.
I mercati ora scontano una maggiore probabilità di tre tagli dei tassi Fed quest’anno, rispetto ai due attesi solo una settimana fa. Gli investitori guardano ai prossimi dati su occupazione e inflazione negli Stati Uniti per ulteriori indicazioni sull’andamento dell’economia e sulle future mosse della banca centrale.
A sostenere i prezzi contribuisce anche la forte domanda delle banche centrali: la People’s Bank of China ha esteso a gennaio gli acquisti di oro per il 15° mese consecutivo. Anche i rischi geopolitici continuano a supportare le quotazioni, con i mercati che monitorano le tensioni tra Stati Uniti e Iran, nonostante i segnali positivi emersi dai primi colloqui della scorsa settimana.
I futures sul greggio Wti sono saliti sopra i 64 dollari al barile mercoledì, recuperando le perdite della seduta precedente, sostenuti dalle persistenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. Secondo alcune indiscrezioni, Washington potrebbe valutare l’intercettazione di petroliere che trasportano greggio iraniano e schierare un ulteriore gruppo navale d’attacco qualora i negoziati sul programma nucleare di Teheran dovessero fallire.
Sebbene i colloqui iniziali della scorsa settimana siano stati positivi, i trader temono che un eventuale fallimento possa innescare attacchi statunitensi, mettendo a rischio le forniture iraniane o provocando ritorsioni.
A limitare ulteriori rialzi, tuttavia, è stato un report dell’industria Usa che ha evidenziato un forte aumento delle scorte: le riserve sono cresciute di 13,4 milioni di barili la scorsa settimana, il maggiore incremento da novembre 2023, se confermato dai dati ufficiali.
Gli investitori attendono inoltre il report mensile dell’Opec+ seguito giovedì dall’analisi dell’Iea, che ha avvertito che l’offerta è destinata a superare la domanda, generando un significativo surplus nel corso dell’anno. (riproduzione riservata)