Asia in rosso, lunedì 19 gennaio, sotto la pressione di nuovi dazi Usa verso l’Ue che non accetta di cedere la Groenlandia al presidente Donald Trump. Alle ore 7:30 italiane, il Nikkei cede lo 0,75%, Hong Kong l’1%, Shanghai sale dello 0,2%. L’euro si rinforza dello 0,2% a 1,1631, mentre i futures sul Nasdaq viaggiano in netto calo: -1,12%. Intanto il Pil della Cina al 5% torna a sorprendere: i dazi non hanno causato troppi danni alla seconda maggiore economia mondiale.
Il Pil della Cina è cresciuto del 5% nel 2025, nonostante la guerra dei dazi avviata dal presidente Usa, Donald Trump e in linea con le attese del Partito Comunista di un crescita attorno al 5%. Un risultato raggiunto grazie al forte contributo delle esportazioni che ha compensato una crescita anemica dell’economia interna. I dati ufficiali pubblicati lunedì dal governo evidenziano le sfide un’economia a due velocità: la produzione industriale ha superato le attese, mentre la maggior parte degli indicatori della domanda interna — dall’immobiliare alle vendite al dettaglio — ha deluso le aspettative.
Anche il tasso di natalità ha toccato il minimo storico, mettendo in luce problemi strutturali dell’economia. «Sebbene il dato annuale appaia rassicurante, il quadro sottostante non lo è», ha scritto Sarah Tan, economista di Moody’s Analytics. «La crescita è diventata sempre più sbilanciata, sostenuta dalle esportazioni mentre le famiglie restano caute di fronte a una domanda interna fragile». Il dato del Pil sull’intero anno, in linea con l’obiettivo ufficiale di Pechino e con la media delle stime raccolte da Bloomberg, arriva mentre la crescita economica ha rallentato nel quarto trimestre al 4,5%. Un dato in linea con le previsioni degli analisti, ma in calo rispetto al 4,8% del terzo trimestre.
Il rallentamento nella seconda metà dell’anno aumenterà la pressione su Pechino perché introduca nuovi stimoli nel 2026 per centrare un obiettivo di crescita del Pil atteso tra il 4,5% e il 5%. La tregua commerciale concordata tra Cina e Trump è destinata a scadere quest’anno, mentre l’incertezza generata dalle minacce di Trump all’Unione europea su Groenlandia e dazi potrebbe pesare sull’economia globale, penalizzando anche le esportazioni cinesi.
Il presidente Xi Jinping presiederà all’inizio di marzo la sessione annuale del Parlamento cinese, il Congresso nazionale del popolo, durante la quale Pechino presenterà gli obiettivi economici per l’anno in corso. Il 2026 segna inoltre l’avvio del nuovo piano quinquennale: secondo gli economisti, governo centrale ed enti locali cercheranno di dare una spinta decisa alla crescita con nuovi programmi di stimolo.
Nel 2025 gli investimenti fissi sono diminuiti del 3,8% su base annua, peggio delle attese degli analisti (–3,1%) e in netto contrasto con la crescita del 3,2% registrata l’anno precedente. Le vendite al dettaglio sono aumentate dello 0,9% su base annua a dicembre, sotto le aspettative di un +1%, e del 3,7% sull’intero anno.
Gli investimenti immobiliari sono crollati del 17,2% nel 2025, più delle stime di un –16,5%, mentre la crisi del settore ha completato il quarto anno senza segnali di inversione. I nuovi cantieri sono diminuiti del 20,4% su base annua. La produzione industriale è cresciuta del 5,2% a dicembre rispetto all’anno precedente, superando le previsioni degli analisti (+5%).
La popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo nel 2025, in calo di 3 milioni di persone a 1,405 miliardi, mentre il tasso di natalità ha segnato il minimo storico di 5,63 nascite ogni 1.000 abitanti.c«Il consenso è che gli investimenti siano stati deboli nella parte finale dello scorso anno perché il governo era concentrato sulla gestione del debito piuttosto che sul lancio di nuovi progetti», ha spiegato all’FT un ricercatore di una banca statale cinese.
Molti ritengono che gli investimenti possano migliorare nel 2026, dal momento che la fine del piano quinquennale nel 2025 ha ritardato diversi progetti. Con l’avvio del 15° piano un numero elevato di nuovi investimenti dovrebbe entrare in fase operativa. «Da novembre e dicembre il sentiment di mercato è diventato chiaramente più ottimista grazie alla performance superiore delle esportazioni», ha aggiunto il ricercatore. «Ma ogni volta che l’export migliora, l’umore si rischiara e poi l’azione di politica economica tende di nuovo a rallentare». (riproduzione riservata)