L’Asia rimbalza, martedì 24 marzo, nonostante il petrolio abbia rialzato la testa dopo che l’Iran ha negato colloqui di pace con gli Usa. Alle ore 7:40 italiane, il Nikkei sale dell’1,33%, Hong Kong del 2,15%, Shanghai dell’1,3%. Giù l’oro, i futures sul Nasdaq cedono lo 0,3%.
I prezzi del petrolio hanno recuperato parte delle perdite martedì (Wti a 90 dollari, Brent a 103 dollari) dopo che l’Iran ha smentito le dichiarazioni del presidente Usa, Donald Trump, negando l’esistenza di negoziati in corso per porre fine al conflitto. Lunedì il greggio è crollato del 10% dopo che Trump ha rinviato di cinque giorni gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, parlando al contempo di colloqui produttivi in corso.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno compiuto alcuni passi verso un possibile ingresso nel conflitto con l’Iran, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.
Riad avrebbe acconsentito a concedere all’esercito statunitense l’accesso alla base aerea di King Fahd, mentre in precedenza aveva escluso l’uso delle proprie basi per attaccare l’Iran. Secondo le stesse fonti, gli Emirati avrebbero chiuso un ospedale e un club di proprietà iraniana, colpendo così una fonte di sostegno per Teheran. Alcuni video mostrerebbero inoltre che parte dei missili utilizzati negli attacchi contro l’Iran sarebbe stata lanciata dal Bahrein.
Le mosse dei partner del Golfo degli Stati Uniti indicano frustrazione verso l’Iran, che ha risposto agli attacchi di Usa e Israele colpendo obiettivi in diversi Paesi dell’area. L’attacco israeliano della scorsa settimana a un giacimento di gas iraniano ha innescato ritorsioni di Teheran contro asset energetici in Medio Oriente. Trump nel frattempo ha criticato Israele, che ha dichiarato più tardi di non voler più prendere di mira infrastrutture energetiche.
La notizia sull’allargamento del conflitto arriva dopo l’annuncio di Trump di una pausa di cinque giorni negli attacchi contro l’Iran, a seguito di quelli che ha definito «colloqui produttivi». Secondo Axios, l’inviato Steve Witkoff starebbe negoziando con il presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, che però ha negato qualsiasi negoziato con Washington. Anche la tv di Stato iraniana ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero tentato contatti indiretti, senza ricevere risposta da Teheran.
L’oro è sceso verso i 4.385 dollari l’oncia martedì, restando sotto pressione a causa delle tensioni in Medio Oriente. Teheran ha definito le dichiarazioni di Trump un tentativo di influenzare i mercati finanziari e ha lanciato nuovi attacchi contro obiettivi americani, mentre Israele ha proseguito le operazioni militari contro l’Iran.
Lunedì il metallo prezioso aveva registrato un forte rimbalzo intraday dopo il rinvio degli attacchi statunitensi e le indiscrezioni su possibili negoziati. Tuttavia, l’esito di eventuali colloqui e la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz restano del tutto incerti, mantenendo elevati i rischi inflazionistici.
Dai massimi di marzo, l’oro ha perso il 25%, penalizzato dall’aumento dei prezzi energetici, che ha rafforzato le aspettative di rialzi dei tassi di interesse. (riproduzione riservata)