Si può essere contemporaneamente industriali (della moda) e banchieri? La risposta positiva la stanno dando da anni, da Reggio Emilia, i componenti della famiglia Maramotti, proprietari della casa di moda Max Mara, ma anche maggiori azionisti di Credem, che è a un passo ora dalla conquista di BdM (ex Banca Popolare di Bari). Con la consulenza legale dello studio Chiomenti, hanno ottenuto dal Mediocredito l’esclusiva sulla trattativa; quindi, salvo sorprese improbabili, aggiungeranno altri 220 sportelli a quelli di Credem. Nella gara i Maramotti hanno superato anche Unicredit, che in prima battuta si era presentato, ma poi ha deciso di non affondare il colpo anche perché da Reggio Emilia hanno offerto 520 milioni di euro.
Credem era, del resto, già significativamente presente al Sud, in Puglia e Basilicata, con non pochi sportelli, ai quali ora sta per aggiungere quelli di BdM, diventando così una banca praticamente presente in tutta Italia. Insomma, il nome Achille, del fondatore e capo della famiglia, mancato nel 2005, va aggiunto a quello di banchieri di dimensione nazionale, con però la necessità di capire come, da industriali, si può diventare banchieri non di nome ma di fatto, e appunto capaci di essere vicinissimi a diventare banchieri di eccellenza.
È banale dirlo, ma necessario: da quando mondo è mondo gli industriali sono, salvo eccezione, clienti delle banche e non contemporaneamente banchieri, cioè erogatori di credito. Sono pochi al mondo i casi di successo come quello della famiglia Maramotti, in due mestieri molto diversi ma evidentemente collegati. Specialmente se si tiene conto che l’attività bancaria non ha inciso altro che positivamente su quella originaria di produttori di vestiti e di eleganza. Nella biografia scritta da Fabio Macchi e dal titolo secco Achille Maramotti, il sottotitolo è perfettamente descrittivo del personaggio: Le gonne, il Cavaliere, l'arte e gli affari. E il prologo: «Nella terra dell’Ariosto non si può che ricordare così l’imprenditore che più di tutti ha fatto conoscere e apprezzare il made in Reggio nel mondo: Achille Maramotti, il re del prêt-à-porter griffato Max Mara. Perché, oltre che di gonne (soprattutto di paletot, quello in cammello, vero cult venduto in oltre un milione di capi, esposto al Victoria and Albert Museum di Londra, al Museo della Moda di Parigi e al Museo dell’Industria di Copenaghen), il Cavaliere si è occupato anche di arte, cultura e alta finanza, portando ai vertici nazionali la allora piccola banca agricola locale, Credem, e ricoprendo incarichi di rilievo in Mediobanca e Unicredit. Il tutto sempre seguendo una linea di condotta distaccata dai media e approfondendo il rapporto con la sua città, mai reciso nonostante le durissime vertenze sindacali degli anni Settanta e Ottanta».
Ecco perché oggi che Credem cresce ulteriormente, conviene ricordare che fra la guida di una banca e contemporaneamente di una industria possono non esservi ostacoli: basta saperci fare in tutte e due i mestieri, avendo idee chiare. Come appare che le abbiano chiare anche i tre eredi di Maramotti: Maria Ludovica, la maggiore, laureata in economia e commercio; Luigi, anch’egli laureato in economia, ora alla guida del gruppo; Ignazio, laureato in giurisprudenza. E poi i nipoti: Maria Giulia Prezioso Maramotti ed Elisa Maramotti, dedicata alla gestione dei marchi del gruppo a cominciare da Max&Co, che dichiara: «Se Max Mara è la mamma, Max&Co è l’enfant terribile».
E nella banca, di cui la famiglia ha il 38%? Presenza con saggia modestia, nel consiglio di Credem, presieduto da Lucio Igino Zanon di Valgiurata, torinese della famiglia fondatrice della compagnia Toro Assicurazioni e appunto con vicepresidente Luigi Maramotti, perché la banca e l’assicurazione hanno saputo creare una più che efficiente sinergia, senza bisogno di andare a scomodare grandi strateghi della cooperazione fra due settori che marciano e marceranno sempre più di conserva.
E per comprendere bene il temperamento, modesto ma concreto, della famiglia, nel marzo del ’24 è stato realizzato dalla banca uno spazio dove si tengono anche le assemblee, che è stato battezzato «Officine Credem, spazio all'open innovazione», Capannone 17 del Parco innovazione a Reggio Emilia, per recuperare e riqualificare le storiche Officine meccaniche di Reggio. Maramotti e Zanon di Valgiurata, una famiglia emiliana e l’altra torinese che lavorano in silenzio ma raccogliendo sempre frutti ricchi di sapore e di profitti.
Questa è l’Italia sana che lavora senza clamore ed esibizione, pur registrando ogni anno centinaia e centinaia milioni di euro di profitti e con essi migliaia di posti di lavoro e, appunto, di innovazione.
Quindi una sorta di impero fatto di moda, di banche e di arte. Già nel 2018 il fatturato aveva raggiunto gli 1,6 miliardi con una crescita del 25%. L’anno scorso Max Mara ha distribuito alla controllante Max Mara fashion group 500 milioni di euro prelevati dalla riserva straordinaria.
I figli di Achille avevano il progetto di creare il Polo della Moda nell'area delle ex Fiere di Reggio, ma un anno fa l’hanno cancellato per le prese di posizione del sindaco di Reggio, giudicate improprie al punto che Luigi Maramotti, senza esitazione, ha dichiarato lo sconcerto della famiglia per le parole del sindaco Marco Massari. Quindi anche in situazioni positive come quella di Reggio Emilia, talvolta la politica scoraggia chi vuole fare.
Ce ne fossero imprenditori come la famiglia Maramotti, anche se non è difficile capire la valutazione del Sindaco di Reggio di fronte al ruolo fondamentale della stessa famiglia nella città. Il gruppo Maramotti è infatti uno dei casi in cui la politica può sentirsi soffocare dal peso economico di un grande gruppo, che da solo ha realizzato un progetto di fatto anche per la città. E infatti già all’inizio del nuovo secolo il fondatore Achille, partendo dalla sua passione per l’arte, aprì le porte della sede storica del gruppo per farne una galleria con oltre 200 opere che erano solo una parte della sua collezione.
Ma poi c’è appunto tutto il comparto bancario, culminato in Credem, partendo da Banca Agricola, diventato poi Credito emiliano, senza privarsi di mettere un piede anche nel Credito Romagnolo, fuso poi in Credito italiano di cui la famiglia Maramotti divenne allora azionista significativo poi diventata Unicredit. E da Unicredit, per scelta dell’amministratore delegato di allora, Lucio Rondelli, Maramotti fu chiamato in consiglio d’amministrazione della banca, che oggi è la seconda d’Italia ma con l’ambizione di essere più internazionale, considerata la formazione di banchiere d’affari del suo attuale ceo, Andrea Orcel (con l'accento sulla e).
Dalla moda, per Maramotti, alle banche, anzi alla seconda banca italiana, partendo da Reggio Emilia senza dimenticarsi dell’attività originaria. Per certi versi è una storia e un esempio emblematico di quegli imprenditori che sanno vivere il loro tempo e fare scelte in anticipo su tutti gli altri. Quanti potenziali Maramotti ci sono in Italia e non tanto e solo a Milano e Roma, quanto nelle province civilizzate e dove la voglia di intraprendere è fortissima?
Chi è alla guida del paese Italia ma anche lo stesso sistema bancario nazionale dovrebbe essere più penetrante nell’individuazione di talenti imprenditoriali come quello di Maramotti. L’avventura dell’imprenditore di Reggio Emilia e di altre decine, per non dire centinaia di imprenditori, che lavorano duramente nella provincia italiana, dovrebbero essere mostrate come esempio per provocare un nuovo slancio che nel paese manca dai tempi, ormai lontani, del miracolo economico.
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Ci sono tre eccellenze italiane, in campi diversi, ma che quasi in sintonia temporale hanno segnato questa prima metà di ottobre, mese di ripresa guardando alla migliore chiusura dell’anno e allo sviluppo per l’anno prossimo.
Mentre procede verso la conclusione il confronto con Mps dell’indomito e bravo Luigi Lovaglio, azzoppato dai proxy advisor che hanno sconsigliato agli azionisti il votare sì alle proposte della banca senese per stoppare Intesa, la stessa Intesa è passata all’attacco sul terreno del credito da erogare. Intesa Sanpaolo ha reso noto di aver stanziato 20 miliardi di euro di nuovi finanziamenti per le piccole imprese di commercio, artigianato e turismo per fare innovazione. Un settore che conta oltre 4,4 milioni di aziende in Italia. Per spiegarlo al mercato sono scesi in campo sia il numero uno, Carlo Messina, che il capo della Banca dei Territori, cioè dell’Italia, Stefano Barrese. I destinatari del credito sono circa 800 mila imprese clienti della banca, verso le quali dal 2020 al giugno 2026 sono stati erogati oltre 20 miliardi di euro. Insomma, non parole ma fatti.
Un altro grande gruppo italiano e ai vertici assoluti in Europa, Generali, ha impegnato il suo presidente nonché presidente dell’Università Bocconi, Andrea Sironi, per una missione di alto valore anche morale. Infatti, con la Banca Mondiale, Generali ha firmato un memorandum con l’obiettivo di ampliare l’offerta di soluzioni assicurative e di investimenti per i paesi in via di sviluppo, attraverso l’offerta di soluzioni assicurative ad hoc e con la mobilitazione di capitali per investimenti in questi paesi.
Le soluzioni assicurative saranno in primo luogo dedicate ai mercati asiatici, concentrandosi attraverso la partnership con la Banca Mondiale nelle coperture dedicate a tre aree fondamentali. In primo luogo, sviluppando opzioni di copertura dedicate all’invecchiamento della popolazione; poi per fornire un supporto mirato al settore agricolo con coperture contro i rischi climatici e i danni alle colture; e infine rafforzare la protezione contro le catastrofi naturali e i rischi climatici.
«Sono molto orgoglioso di annunciare la partnership fra Generali e la Banca Mondiale, che conferma la nostra scelta comune di rafforzare la resilienza delle economie emergenti», ha spiegato con soddisfazione il professor Sironi. Proteggere le economie emergenti vuol dire anche dare protezione allo sviluppo globale, di cui le economie emergenti rappresentano una componente essenziale. In un mondo sempre instabile le soluzioni assicurative sono essenziali per aiutare famiglie, imprese e governi a gestire i rischi in modo più efficace. Con la copertura assicurativa si favorisce anche formazione mentale di pensare sempre al domani.
Una visione che appunto non poteva non essere condivisa dalla Banca Mondiale. «È questa l’opportunità offerta dalla nostra partnership con Generali: unire capitale di lungo periodo e competenze nella gestione dei rischi per paesi in via di sviluppo, sì da ottenere l’obiettivo dello sviluppo. E otterremo l’obiettivo con gli strumenti di finanziamento e le garanzie che mettiamo a disposizione», ha sintetizzato Ajay Banga, presidente della Banca mondiale.
Un importante riconoscimento alla politica sempre perseguita da Generali non solo di assicurare i rischi, ma in modo che gli obiettivi di sviluppo e di progresso anche culturale siano raggiunti in paesi appunto che sono in via di sviluppo. L’unione fra la cultura assicurativa e sociale di Generali e lo scopo di esistere della Banca mondiale diventano così un formidabile strumento di progresso e confermano che uno dei più grandi gruppi assicurativi del mondo ha sì l’obiettivo di remunerare al meglio i suoi azionisti, ma anche di esaltare il ruolo sociale del processo assicurativo. (riproduzione riservata)