Se l’operazione di aggregazione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena dovesse concretizzarsi sarà ancora una volta Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio da oltre 40 miliardi di euro di valore, la prima azionista della terza banca italiana che il ceo di Piazza Meda Giuseppe Castagna vuole creare.
Secondo le stime elaborate da Deutsche Bank, il primo socio del futuro istituto sarebbe proprio la scatola lussemburghese presieduta da Francesco Milleri con una quota intorno all’11,6%. Un peso che confermerebbe nel ruolo che aveva già in Mediobanca e in Mps anche prima dell’ops su Piazzetta Cuccia e la riaffermerebbe come interlocutore obbligato nelle partite del risiko nazionale, avendo Delfin anche il 2,7% di Unicredit (in fase di scalata su Commerzbank) e il 10% di Generali.
Alle sue spalle figurerebbe il Crédit Agricole, con circa il 6,5%. La seconda banca francese, entrata nel capitale del Banco Bpm con quasi il 10% nel 2022, nel corso del tempo ha progressivamente rafforzato la sua posizione, appoggiando il management. Ora ha il 22,9% ma è autorizzata a salire al 29,9%: anche la Banque Verte si afferma così come interlocutore obbligato per eventuali operazioni di aggregazione che coinvolgerebbero la banca milanese.
Con una quota lievemente più alta rispetto ai francesi si collocherebbe l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone con il 6,8%. Ma Caltagirone si è espresso pubblicamente in un’intervista al Corriere della Sera contro le nozze fra Siena e Piazza Meda. Nelle dichiarazioni rilasciate poche settimane dopo l’assemblea senese di metà aprile che ha rafforzato (Mps distribuisce i prodotti di Anima) l’asse fra i due gruppi (Castagna ha votato a favore della riconferma del ceo Luigi Lovaglio), il costruttore romano ha parlato esplicitamente di «un nuovo assalto al risparmio italiano».
«Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano»,aveva dichiarato Caltagirone, che per Siena prefigura una perdita della sede e dell’autonomia: «Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l'effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l'indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulata negli anni nella più antica banca del mondo».
Lo Stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di Mps con il 4,8% circa e che nel 2024 ai tempi della vendita della terza tranche (15%) del capitale di Siena spingeva per la creazione del terzo polo Mps-Banco per i potenziali effetti concorrenziali nel sistema del credito, vedrebbe ridursi il proprio peso al 3,2%, segnando di fatto il completamento del percorso di normalizzazione avviato con la privatizzazione di Mps.
In questi giorni si rincorrono rumors di un collocamento accelerato da parte di Via XX Settembre che approfitterebbe del recupero del titolo di Rocca Salimbeni dopo i cali di marzo.
Nel terzo polo una quota del 2,7% riconducibile agli accordi di consultazione già esistenti in Banco Bpm (ora al 5,93%), fra le casse previdenziali come Enpam, Cassa Forense e Inarcassa e alcune fondazioni di origine bancaria, come CariLucca, CariAlessandria, Cassa di Risparmio di Carpi e Manodori.
Come rivelato da MF-Milano Finanza, all’interno della compagine di Banco Bpm è recentemente comparso anche Unipol con l’1,5%. Un ingresso nel capitale che potrebbe preludere a ulteriori interlocuzioni sul risiko, essendo la compagnia bolognese il primo azionista di Bper-PopSondrio.
La restante parte del capitale, pari a circa il 69,3%, sarebbe rappresentata dal flottante, garantendo al nuovo gruppo un’elevata liquidità di mercato e un’ampia base di investitori istituzionali internazionali. (riproduzione riservata)