Mercoledì 13 maggio gli esperti di relazioni internazionali hanno sentito tornare alla ribalta delle cronache espressione «trappola di Tucidide», citata dal presidente cinese Xi Jinping in occasione del tanto atteso bilaterale con l’omologo statunitense Donald Trump. «La Cina e gli Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi Paesi?» è stata la domanda che il presidente cinese si è posto.
«Questa espressione viene ripresa spesso dai cinesi, che la usano ciclicamente per avvertire gli Usa che sono loro a rischiare di finire nella trappola di Tucidide», ha spiegato a MF-Milano Finanza Francesco Cirillo, analista di Scenario Geopolitico di Gospa Consulting.
L’ansia che ha circondato l’incontro tra i due leader racchiude le ragioni alla base della famosa teoria coniata dal politologo americano Graham Allison nel 2012 e molto conosciuta nell’ambito delle relazioni internazionali. L’espressione prende il nome dello storico greco Tucidide, vissuto nel IV secolo a. C., secondo il quale la guerra tra Sparta e Atene era nata dall’isteria che l’espansione ateniese aveva generato nelle gerarchie militari spartane.
L’intento declamato della Cina è dunque evitare che scatti la «trappola», circostanza che accadrebbe nel momento in cui la potenza emergente (Cina) andasse in scontro armato con la potenza dominante (Stati Uniti). Nel saggio, Allison spiega che su sedici casi simili negli ultimi cinquecento anni in ben dodici occasioni il risultato è stato la guerra, dimostrando che questi scontri finiscono male nella maggior parte dei casi.
«La Cina, nella corsa all’AI, sta avendo un sviluppo repentino. Pensiamo a quando è uscito DeepSeek», ha proseguito Cirillo, facendo riferimento al modello di AI cinese rilasciato lo scorso anno. «Lì tutti hanno iniziato a capire che il momento Sputnik era arrivato che Pechino stava riducendo il gap tecnologico, che comunque mantiene dal punto di vista militare».
Ma la trappola di Tucidide riguarda specificamente Taiwan: «per la Cina Taiwan è una questione interna, viene considerata un’isola ribelle da riunificare, mentre per gli Usa dal 1979 c’è sempre l’idea che Taipei debba avere un rapporto bilaterale con Washington».
La questione si collega inevitabilmente ai semiconduttori. «Da quanto il governo è entrato in Intel, Trump ha chiesto a Taiwan Semiconductors Manifacturing Company di spostare la produzione fuori dal Paese, ma ciò romperebbe lo scudo di silicio», ha aggiunto l’esperto, indicando la metafora sul ruolo dell’industria dei semiconduttori di Taiwan come deterrente contro un’eventuale invasione cinese.
Nel suo saggio Allison conclude che i leader attuali devono imparare dai successi e dai fallimenti del passato, perché il destino delle due nazioni dipenderà dalla loro capacità di gestire questa condizione cronica con estrema attenzione. (riproduzione riservata)