«Ceuta non è una crisi migratoria. È un’operazione». Thierry Breton, ex commissario europeo al Mercato interno e architetto del Digital Services Act, cambia la chiave di lettura dell’assalto all’enclave spagnola. Non soltanto un’emergenza migratoria, dunque, ma un possibile modello di attacco ibrido nel quale la pressione sulla frontiera fisica viene preceduta e accompagnata da una campagna digitale.
«Dal Sud o dall’Est, dai Balcani o dalla Scandinavia, il prossimo attacco ibrido utilizzerà un algoritmo. Non abbiamo tre anni ma tre mesi per essere pronti», avverte Breton in un post su X. È la stessa tesi che l’ex commissario aveva sviluppato nei giorni precedenti su Le Grand Continent, in un’intervista a Le Soir e su La Stampa: la prossima minaccia alle frontiere europee potrebbe non arrivare soltanto dal mare o dalla terra, ma dagli algoritmi che orientano la circolazione delle informazioni.
La formula scelta da Breton è volutamente provocatoria: «La vera minaccia alle nostre frontiere potrebbe non essere più rappresentata dalle barche, ma dagli algoritmi che guidano l’assalto». Un gruppo Facebook, un video che gira in loop su TikTok, una falsa informazione sulla frontiera aperta e la capacità dei sistemi di raccomandazione di moltiplicarne la portata. La frontiera fisica, in questa lettura, può essere messa sotto pressione a partire da quella digitale.
È qui che Ceuta diventa un caso europeo. Una mobilitazione di decine di migliaia di persone in un arco di tempo molto breve, sostiene Breton, «non si produce nel vuoto». Durante la crisi sono circolati sui social contenuti che presentavano la frontiera come aperta o facilmente attraversabile. L’ex commissario sostiene che è importante capire da dove siano partite quelle informazioni, chi le abbia diffuse e, soprattutto, quale ruolo abbiano avuto gli algoritmi nell’amplificarle.
La richiesta è quindi di aprire un’inchiesta urgente nell’ambito del Digital Services Act. Non una semplice verifica sui contenuti falsi, ma una ricostruzione dell’intera catena di propagazione: dagli autori originari ai profili che hanno rilanciato i messaggi fino ai sistemi di raccomandazione che possono averli portati davanti a un pubblico molto più ampio.
«Senza comprendere il meccanismo algoritmico, ogni futuro Ceuta produrrà un altro stallo», è il punto centrale della sua posizione.
Per farlo, secondo Breton, Bruxelles deve anche poter contare sull’accesso ai dati delle piattaforme. Ricercatori accreditati dovrebbero poter analizzare le informazioni necessarie a ricostruire la velocità di diffusione dei contenuti, le dinamiche di raccomandazione e l’eventuale coordinamento tra diversi account.
È un passaggio che porta il Digital Services Act in un territorio nuovo. La normativa europea è stata costruita per affrontare i rischi sistemici generati dalle grandi piattaforme, dalla disinformazione alla manipolazione dei servizi digitali. Breton chiede ora di utilizzare quegli stessi strumenti quando il rischio non riguarda soltanto il dibattito pubblico, ma la sicurezza di una frontiera esterna dell’Unione.
Un precedente esiste. Nel dicembre 2024 la Commissione europea aveva ordinato a TikTok di conservare dati relativi alle elezioni rumene, nel quadro dei timori di una possibile campagna di disinformazione. Nel caso di Ceuta, però, la posta in gioco sarebbe diversa: non l’integrità di un processo elettorale, ma la capacità di un Paese europeo di governare una crisi al proprio confine.
Per Breton è proprio questo il punto che l’Europa deve ancora affrontare. Non basta chiedersi se un contenuto sia falso o vero. Occorre capire chi lo ha prodotto, chi lo ha amplificato e quale ruolo abbia avuto l’infrastruttura digitale nel trasformarlo in un fenomeno di massa.
Da qui nasce la proposta di una nuova «dottrina» europea che colleghi la gestione dell’immigrazione irregolare alle responsabilità delle piattaforme.
Se un flusso migratorio può essere accelerato o strumentalizzato attraverso una campagna digitale, sostiene l’ex commissario, la risposta non può essere soltanto affidata alle forze di frontiera. Deve coinvolgere anche le piattaforme e le autorità responsabili della regolazione digitale.
È una trasformazione importante della concezione europea della sicurezza. La frontiera non sarebbe più soltanto il luogo fisico in cui si controlla chi entra nell’Unione. Diventerebbe anche uno spazio informativo nel quale possono essere preparate, indirizzate e amplificate operazioni di pressione.
Il Dsa, in questa prospettiva, non sarebbe quindi soltanto una legge sulle Big Tech. Diventerebbe uno degli strumenti attraverso cui l’Europa può difendersi dalle minacce ibride preparando sin da subito procedure comuni per identificare le campagne, accedere ai dati, valutare il ruolo degli algoritmi e coordinare la risposta tra Commissione, governi nazionali e piattaforme.
Il tema riguarda direttamente anche Schengen. Breton lo riassume con un’altra formula destinata a far discutere: «Schengen non può essere smantellato con un semplice post sui social».
Ma un singolo post, in fondo, non è il vero problema. Il problema è la possibilità che migliaia di post, video e raccomandazioni algoritmiche producano in poche ore un effetto concreto su una frontiera europea.
È questo il messaggio che Breton vuole far arrivare a Bruxelles. Ceuta potrebbe essere stato soltanto il primo episodio di una nuova categoria di crisi, nella quale una mobilitazione fisica viene preceduta da una mobilitazione digitale.
Per questo la vera domanda europea non è soltanto come proteggere la frontiera da chi arriva via mare o via terra. È come proteggerla quando la pressione comincia molto prima, dentro lo smartphone di milioni di persone.
La frontiera europea, in altre parole, non finisce più al confine. Comincia anche nel feed. E se Breton ha ragione, il prossimo attacco ibrido potrebbe non partire da una barca. Potrebbe partire, appunto, da un algoritmo. (riproduzione riservata)