Parola chiave: responsabilità. L'Italia «deve continuare a garantire un percorso graduale di riduzione del debito, con una programmazione attenta e prudente, senza rinunciare a strumenti mirati per sostenere la crescita». Lo dice a Milano Finanza Lilia Cavallari, presidente dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Domanda. Il potere d'acquisto degli italiani continua a soffrire. Si è esaurita la stagione delle riduzioni dell'Irpef come leva per sostenere i redditi?
Risposta. Negli ultimi anni gli interventi sull'Irpef hanno inciso soprattutto sul piano redistributivo. Da un lato hanno attenuato la perdita di potere d'acquisto dovuta alla debole crescita dei salari reali, ridotti del 6,6% negli ultimi trent'anni. Dall'altro hanno contribuito a ridurre alcune disuguaglianze tra tipologie di lavoratori e tra diversi settori produttivi. Gli interventi di sostegno attraverso l’Irpef presentano, però, ormai margini ridotti e occorre affiancare strumenti complementari: interventi mirati sul lato della spesa, un rafforzamento delle politiche del lavoro, il recupero dell'evasione fiscale e un riordino delle numerose agevolazioni che riducono la base imponibile. L'obiettivo deve essere aumentare e redistribuire il reddito soprattutto a favore dei redditi medio-bassi.
D. L’economia italiana continua a crescere, ma meno di altri Paesi europei. Quali sono i principali ostacoli strutturali?
R. Il primo fattore da considerare è quello demografico. L'invecchiamento della popolazione riduce meccanicamente la forza lavoro disponibile e rallenta il potenziale di crescita del Paese. Per questo è fondamentale intervenire sul mercato del lavoro aumentando la partecipazione. Basti pensare che in Italia ci sono oltre 12 milioni di persone inattive in età lavorativa, un bacino enorme che può essere valorizzato attraverso politiche mirate, servizi territoriali più efficienti e strumenti che favoriscano soprattutto l'occupazione femminile e la conciliazione tra lavoro e famiglia. Allo stesso tempo, sul fronte delle imprese occorre rafforzare la capacità di innovazione del sistema produttivo, rendendo l'Italia più attrattiva per gli investimenti innovativi. Anche gli incentivi andrebbero razionalizzati, concentrandoli sulle imprese e sui territori dove producono il maggiore effetto aggiuntivo. Lo stesso vale per la transizione energetica, che richiede interventi selettivi e ben indirizzati.
D. Il Pnrr è nella fase conclusiva. Quale sarà il suo impatto sull’Italia?
R. Nel breve periodo il suo principale effetto è sul lato della domanda, ossia stimolare spesa e investimenti pubblici. Tanto che, stando alle nostre stime, il contributo cumulato del Pnrr al pil è di circa l’1,6% fino al 2026. Considerando, invece, il medio-lungo periodo, l’impatto vero si registrerà man mano che investimenti e riforme entreranno a regime. Anche se il vero lascito sarà il cosiddetto "metodo Pnrr": una programmazione basata su obiettivi misurabili, sulla valutazione preventiva delle priorità e sulla verifica successiva dell'efficacia della spesa. È un approccio che consente di utilizzare meglio le risorse pubbliche a disposizione. E i dati confermano il cambiamento in atto: i bandi Pnrr dei Comuni sono aggiudicati in media 32 giorni prima di quelli ordinari, segno di una maggiore capacità amministrativa che andrà preservata anche dopo la conclusione del Piano. Anche in vista dei futuri strumenti europei che, come dimostra il quadro finanziario pluriennale impostato dalla Commissione Ue, richiameranno sempre più la logica dei piani nazionali.
D. Il debito pubblico ha superato i 3 mila miliardi. Quanto ci costano gli interessi?
R. La spesa per interessi vale oggi circa il 4,1% del pil, oltre 80 miliardi l'anno, ed è destinata a salire fino a circa il 4,5% del pil entro il 2029, superando i 100 miliardi annui. Una nuova soglia psicologica. Si tratta comunque di una variabile molto sensibile. Gli effetti di eventuali rialzi dei tassi da parte della Bce sarebbero graduali, grazie a una durata del debito italiano di 7-8 anni, ma si farebbero comunque sentire. Per esempio, un aumento dei rendimenti di 100 punti base (+1%) comporterebbe per l’Italia una maggiore spesa pubblica per interessi nell'ordine di 17-18 miliardi nell'arco di quattro anni. Al contrario, risultati di finanza pubblica migliori delle attese possono impattare positivamente sul costo degli interessi: si potrebbe arrivare a una riduzione dei rendimenti di fino a 30 punti base. Il che si tradurrebbe in un risparmio di circa 9 miliardi nell'arco di due anni per le casse pubbliche.
D. Nonostante l'alto debito, i mercati continuano a premiare i titoli di Stato italiani...
R. In un contesto di forte volatilità internazionale, i titoli italiani hanno mostrato una buona tenuta e l'aumento dei rendimenti e dello spread è rimasto contenuto. Questo perché l'Italia ha rispettato gli obiettivi di finanza pubblica con una politica di bilancio prudente e responsabile. È su questa strada che bisogna proseguire: consolidare la fiducia degli investitori, mantenere il percorso di riduzione del disavanzo e rafforzare l'avanzo primario, così da favorire una graduale discesa del rapporto debito-pil.
D. L'aumento delle spese per la difesa è ormai una priorità europea. Quali effetti potrebbe avere sui conti pubblici italiani?
R. Le nuove regole europee prevedono margini di flessibilità che consentono, per ragioni di sicurezza nazionale, un incremento della spesa per la difesa fino al 2028 anche oltre gli obiettivi ordinari.
Un utilizzo parziale di questa flessibilità sarebbe compatibile con il mantenimento di un percorso di riduzione del debito, pur magari rallentandolo. Diverso sarebbe il caso di un ricorso pieno alla clausola, pari all'1,5% del pil, che potrebbe invece invertire la discesa del rapporto debito-pil nel medio termine. Uno scenario, come già ribadito, da evitare. (riproduzione riservata)