La strategia carry trade è tornata protagonista dopo l'intervento di Kevin Warsh al Congresso. Il presidente della Fed ha invitato a non dichiarare prematuramente conclusa la lotta all’inflazione. Ciò non significa che un nuovo rialzo dei tassi sia imminente. Dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione negli Stati Uniti, in calo più delle attese al 3,5% a giugno, secondo lo strumento FedWatch del CME Group, gli operatori scommettono su una probabilità del 64% che la Fed mantenga invariati i tassi il 29 luglio. «Una delle conseguenze della pausa della Fed è stata la ripresa del carry trade, una delle strategie più diffuse nel mercato valutario globale, che registra scambi per 9.500 miliardi di dollari al giorno», sottolinea Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst Italia.
Di conseguenza, i differenziali dei tassi sono tornati a essere il principale fattore che guida i mercati valutari. «Oggi il carry trade beneficia delle condizioni più favorevoli dall’inizio degli anni Duemila. Gli investitori», continua Sansone, «finanziano sempre più frequentemente queste operazioni prendendo a prestito valute a basso rendimento, come lo yen giapponese, il franco svizzero o l’euro, per investire in valute che offrono rendimenti più elevati». In parole povere si incassa il differenziale dei tassi, ma si rischia una perdita se la valuta acquistata si svaluta. Poiché i rendimenti si accumulano gradualmente mentre le perdite valutarie possono materializzarsi nel giro di pochi minuti, un improvviso aumento della volatilità può innescare una rapida chiusura delle posizioni.
Diversi fattori strutturali, spiega Sansone, hanno contribuito ad accrescere l’attrattività del carry trade. I tassi di interesse nelle principali economie avanzate si sono stabilizzati su livelli elevati, ma molto differenziati tra loro, creando spread di rendimento interessanti. Parallelamente, la volatilità dei mercati valutari è scesa: l'indice della volatilità valutaria di JP Morgan quota vicino ai minimi del 2020. «La credibilità delle banche centrali ha avuto un ruolo più favorevole rispetto alla stabilità delle politiche monetarie», aggiunge Aaron Hurd, senior portfolio manager valutario di State Street Investment Management. «Questo vale soprattutto per il carry trade sui mercati emergenti dove le valute presentano valutazioni ragionevoli, molti Paesi offrono rendimenti a doppia cifra e le banche centrali godono di una buona credibilità».
Questo mix di fattori ha consentito alle strategie di carry trade sulle valute del G10 di generare quest’anno rendimenti dell’8%, superando le performance dei bond, dell’oro e persino del bitcoin. «Un elemento significativo è che gli investitori ricorrono sempre più spesso al carry trade come strategia d’investimento autonoma e non più solo come strumento di copertura del rischio di cambio. Quindi riteniamo che continuerà a beneficiare di condizioni macro e di mercato favorevoli», prevede Sansone, «almeno fino alla metà del 2027, quando l’avvio di un ciclo di allentamento monetario più ampio e sincronizzato a livello globale dovrebbe progressivamente ridurre gli attuali, eccezionalmente elevati, differenziali dei tassi».
A livello operativo, tra le valute di finanziamento, la graduatoria scelta da Hurd vede in ordine franco svizzero, euro e yen. Il franco ha tassi allo 0%, è storicamente caro e la banca centrale è attenta a evitare un suo ulteriore apprezzamento. L’euro presenta una delle combinazioni meno interessanti tra rendimento e crescita, con lo shock dei prezzi energetici e i rialzi dei tassi della Bce che penalizzano prospettive di crescita già poco brillanti. Il potenziale di ribasso dello yen è invece limitato dalle valutazioni storicamente convenienti, dall’aumento dei rendimenti, dalla solidità degli utili societari e da una curva dei rendimenti ripida. Gli asset giapponesi dovrebbero quindi diventare più interessanti sia per gli investitori domestici sia per quelli esteri.
Certo, quasi sicuramente il Giappone interverrà nuovamente sullo yen, limitandone ulteriori ribassi e aumentando i rischi legati al carry trade sulla valuta. «Un intervento dovrebbe provocare movimenti improvvisi e marcati, ma non crediamo che possa determinare un apprezzamento duraturo dello yen», puntualizza Hurd che ha posizioni short sulle coppie franco svizzero/corona svedese, euro/dollaro e franco svizzero/yen; invece posizioni long su dollaro/franco e dollaro australiano/franco. Ma se dovesse scegliere un solo carry trade da mantenere per i prossimi 12 mesi, punterebbe sull’ultima coppia citata: i consumi australiani rimangono solidi, il mercato del lavoro è forte, l’inflazione si mantiene al di sopra dell’obiettivo della banca centrale, il dollaro australiano è conveniente e i rendimenti sono stabili sopra il 4%.
Dal punto di vista dei tassi, prendere a prestito in franchi svizzeri per Roman Ziruk, senior market analyst di Ebury, è l'opzione meno costosa. Invece, l’esperto esprime qualche perplessità sullo yen, decisamente sottovalutato a livello fondamentale, con il cambio dollaro/yen vicino ai massimi degli ultimi quarant'anni, il che lo rende esposto a un apprezzamento. «Un intervento diretto sul mercato delle autorità è possibile se il tasso di cambio dovesse continuare a salire. Ciò provocherebbe un forte movimento unidirezionale dello yen, sufficientemente intenso da costringere alla chiusura di alcune posizioni con leva finanziaria», avverte Ziruk. «Ma sarebbe un rimedio temporaneo che non modificherebbe in modo sostanziale la situazione dello yen e non scoraggerebbe gli operatori del carry trade».
Guardando alle valute obiettivo, continuano a distinguersi quelle dell'America Latina, seguite da quelle dell'Europa Centrale e Orientale e delle economie sviluppate, mentre le valute asiatiche, precisa l’esperto di Ebury, sono quelle con i rendimenti più bassi. Gli operatori devono valutare bene la propria propensione al rischio, affidarsi a un broker regolamentato, che garantisca trasparenza nella definizione dei costi overnight (non hanno un valore fisso: dipendono dal differenziale dei tassi tra le due valute e dalla coppia scelta), e comprendere i rischi di ciascuna valuta, numerosi soprattutto nei mercati emergenti a rendimento più elevato, ma anche, come il secondo mandato di Trump continua a dimostrare, in economie sviluppate e consolidate come quella Usa.
(riproduzione riservata)