La coperta è stretta. Al punto da aver spinto l’Italia a chiedere una deroga al patto di stabilità anche per l’energia, perché la guerra corre più veloce degli aggiustamenyi fatti fin qui. Ma il muro di Bruxelles costringe ora il governo a trovare comunque il modo di coprire altre misure contro caro bollette e caro benzina, dopo avere già mobilitato oltre 6 miliardi di euro tra decreto energia e sconti sulle accise per i carburanti. Le tensioni geopolitiche continuano infatti a sostenere petrolio, gas ed elettricità: il Brent resta sopra quota 110 dollari al barile, il gas al Ttf europeo oscilla intorno ai 50 euro al megawattora e il Pun, il prezzo unico dell’energia, è nell’area 130.140 euro/Mwh. È in questo contesto che andrà valutata, se non la maggiore flessibilità di bilancio per gli shock energetici, chiesta anche da Confindustria almeno una revisione aggiornata delle misure per famiglie e imprese. Secondo la Cgia di Mestre, lo shock energetico del 2026 pesa complessivamente per circa 29 miliardi di euro su consumatori e aziende. una cifra che eccede di quasi cinque volte le risorse già mobilitate dal governo e che rende difficile immaginare nuovi interventi generalizzati.Quali risorse può ancora trovare il governo, se la pressione sui prezzi dovesse proseguire anche nella seconda parte dell’anno?
Mentre l’Europa sostanzialmente risponde che ci sono già iniziative attivate con anche il coinvolgimento dei privati, per l’Italia il punto di partenza è il costo delle misure già approvate. Il dl 21/2026, il cosiddetto decreto bollette, vale secondo il governo oltre 5 miliardi di euro tra interventi diretti e indiretti su famiglie e imprese. Sul fronte domestico il provvedimento ha introdotto un contributo straordinario da 115 euro per i beneficiari del bonus sociale elettrico, con un onere stimato in circa 315 milioni coperto attraverso fondi del Mase, proventi delle aste Ets e risorse per l’efficienza energetica.
Per le imprese è stata invece ridotta la componente Asos delle bollette elettriche, finanziando l’intervento con un aumento temporaneo di due punti dell’Irap sulle società energetiche. Le relazioni tecniche stimano da questa misura un gettito di circa 469,6 milioni nel 2026 e 545,4 milioni nel 2027. A questo si aggiunge il capitolo carburanti. Dal 19 marzo 2026 il governo è intervenuto tre volte con decreti legge e provvedimenti ministeriali sulle accise, utilizzando sia stanziamenti diretti sia maggiori entrate Iva generate dal rialzo del petrolio. I dossier parlamentari quantificano il valore complessivo degli interventi in circa 1,12 miliardi per il 2026. L’ultimo provvedimento, il decreto Mef-Mase dell’8 maggio, proroga fino al 22 maggio lo sconto di 20 centesimi al litro sul gasolio e di 5 centesimi sulla benzina, e proprio per quella data è previsto un consiglio dei Ministri che potrebbe aprire a soluzioni drastiche per prolungare il calmiere.
Il ricorso all’extragettito Iva rappresenterebbe una via ancora disponibile, ma è una copertura volatile. Un’altra leva è rappresentata dai proventi Ets, cioè le entrate generate dalle aste europee della Co2. Qui, però, il problema è che una quota delle entrate risulta già destinata ad altri capitoli energetici e ambientali (taglio accise compreso) e che i tempi di riallocazione non sarebbero immediati. Limiti anche per eventuali nuovi contributi straordinari a carico della filiera energetica, dopo l’aumento dell’Irap sulle società del settore. Il precedente degli extraprofitti ha mostrato le difficoltà tecniche e giuridiche di interventi più aggressivi, oltre ai rischi di contenzioso e ai tempi necessari per trasformarli in gettito effettivo.
Tra le leve ancora disponibili resta poi il meccanismo per ridurre lo spread tra i mercati dove si forma il prezzo del gas, il Psv italiano e il Ttf europeo, che potrebbe produrre benefici teorici fino a 1,6 miliardi annui tra minori costi ed effetti mitigati sul prezzo dell’elettricità. Per gli operatori rimane tra i pochi strumenti capaci di incidere sui prezzi senza trasferimenti generalizzati a carico del bilancio pubblico. Intanto, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si augura di non dover richiamare in servizio le centrali a carbone. «Spero proprio che non si creino mai le condizioni per riattivarle», ha detto a margine del convegno organizzato da Unindustria a Civitavecchia, dove si trova uno dei due impianti a carbone dormienti di Enel.
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