Carburanti, Meloni incassa il sì delle major ma Bruxelles chiede meno consumi. Perché Eni corre a Piazza Affari
Carburanti, Meloni incassa il sì delle major ma Bruxelles chiede meno consumi. Perché Eni corre a Piazza Affari
Il Cane a sei zampe fissa a 1,99 euro il tetto della benzina e 2,19 per il diesel, anche Ip calmiera i prezzi. Ora il governo punta a Q8. Equita stima un costo di 85-100 milioni al mese per Eni ma vede meno rischi di un intervento sugli extraprofitti

di Anna Di Rocco   28/09/2026 12:28

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La moral suasion del governo di Giorgia Meloni ha fatto centro, ma non ferma la crisi del petrolio. Dopo l’annuncio di Eni di assorbire una parte del caro-carburanti, anche Ip si è detta pronta a calmierare i prezzi sulla rete di rifornimento. E così a partire da lunedì 28, il Cane a sei zampe ha messo un tetto a 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il gasolio sulla rete Enilive, per un primo periodo di 30 giorni (con possibilità di proroga fino a fine anno).

Allo stesso modo Ip, controllata dalla società azera Socar, ha introdotto progressivamente un limite ai prezzi di benzina e gasolio sulla propria rete: il cap è partito lunedì 28 coinvolgendo una centinaia di distributori (non oltre 300) con prezzi simili a quelli del Cane a sei zampe. La somma delle due iniziative copre circa il 40% della rete distributiva italiana. Ma le mosse delle major non risolvono il problema: uno sconto alla pompa non aumenta il petrolio disponibile e, soprattutto, non riduce la quantità di energia consumata. 

Perché Eni sale in Piazza Affari: il giudizio di Equita 

Il primo effetto del price cap è quindi una redistribuzione del costo: una parte dell’aumento del prezzo internazionale non arriva al consumatore e resta sulle spalle della compagnia. Ma la decisione non è stata penalizzata dal mercato. Eni ha archiviato la seduta del 29 settembre in rialzo del 2%, in una giornata in cui anche il petrolio ha registrato nuovi rialzi.

Per Equita il price cap è «leggermente negativo sul piano economico» ma «moderatamente positivo in ottica regolatoria-politica». Il costo della misura per il Cane a sei zampe è significativo, ma secondo la sim resta gestibile e potenzialmente meno penalizzante rispetto a un eventuale intervento fiscale sugli extraprofitti. La stima è di 85-100 milioni di euro per un mese di applicazione, sulla base dei volumi di vendita dei carburanti in Italia e dello sconto implicito di 15-17 centesimi al litro. Se il price cap fosse esteso per l’intero quarto trimestre, l’impatto arriverebbe a 250-300 milioni di euro. Una cifra che, riportata alle stime di Equita, pesa il 3% sull’utile netto mark-to-market 2026 di Eni, previsto dalla sim a 10 miliardi di euro contro un consensus di 8 miliardi.

Il conto quindi appare rilevante ma sostenibile. E soprattutto il costo per Eni appare inferiore rispetto a quello di una tassa sugli extraprofitti, che resta sullo sfondo nei piani del governo Meloni. Anche Banca Akros stima nell’ordine dei 100 milioni l’esposizione lorda al tetto per i primi 30 giorni, calcolata sulla base dei volumi storici della rete italiana e degli attuali prezzi di mercato. Resta da vedere quanto durerà il sacrificio. Equita invita a monitorare il profilo antitrust e concorrenziale nel caso di un’estensione prolungata del price cap, soprattutto se la misura dovesse esercitare pressione sugli operatori meno integrati lungo la filiera.

Monito di Bruxelles sulla domanda: vanno ridotti i consumi

Per il governo Meloni è una soluzione immediata e politicamente visibile: meno caro fare benzina senza stanziare direttamente risorse pubbliche. Ma sul piano energetico resta una risposta parziale. La questione diventa particolarmente evidente se si guarda oltre la pompa di benzina. Lo shock energetico attuale riguarda infatti la disponibilità di energia e il costo degli approvvigionamenti. Un prezzo artificiosamente più basso può proteggere famiglie e imprese, ma non modifica la quantità di petrolio disponibile sul mercato. Anzi, se il prezzo finale viene attuato senza che cali la domanda, il sacrificio delle compagnie rischia semplicemente di aumentare. 

E da Bruxelles è già arrivato un primo monito. Il commissario europeo all’energia, Dan Jorgensen, ha invitato gli Stati membri a valutare misure per ridurre i consumi di gas e di elettricità, in vista di un inverno nel quale l’Europa resta esposta alla volatilità dei prezzi. L’Italia, al contrario, sta puntando soprattutto sull’altro lato del mercato: aumentare l’offerta. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha indicato tra le priorità l’aumento della produzione nazionale, l’accelerazione sulle bioraffinerie e una revisione delle norme europee per sostenere la raffinazione. Sul tavolo ci sono anche più estrazione nazionale di gas e petrolio, il ritorno al nucleare e nuove misure sulle rinnovabili. 

Una strategia di medio periodo. Nel breve, però, il governo punta a gestire i prezzi che risentono dello shock internazionale – dopo aver gà stanziato oltre 2,5 miliardi per tagliare le accise da inizio anno e mentre ne cerca altrettanti per finanziare l’abolizione del bollo auto per il 2027. Il terzo tassello della moral suasion dell’esecutivo riguarda Q8: il governo Meloni considera l’esportatore di petrolio e controllore del gruppo statale Kpi l’anello mancante della strategia per contenere il prezzo al carburante. Fonti di Palazzo Chigi confermano che l’esecutivo sta verificando a livello diplomatico la disponibilità del gruppo kuwaitiano che controlla Q8 in Italia a seguire lo stesso approccio adottato da Eni e Socar per fissare un limite ai prezzi dei carburanti alla pompa. Dal Kuwait stanno arrivando segnali positivi in questa direzione.

L’eventuale adesione di Q8 permetterebbe di dare un ulteriore segnale di attenzione nei confronti delle famiglie italiane. Perché se Eni gestisce il 18% dei distributori e Ip il 21%, l’eventuale via libera della Q8 – con il suo 13%, pari a 2.900 punti vendita – permetterebbe di superare ampiamente la metà dei punti carburanti nel Paese. (riproduzione riservata)