La Francia sprofonda in una nuova spirale di caos politico ed economico, e il primo indicatore a mostrare la gravità della situazione d’Oltralpe è lo spread: il differenziale tra Oat decennale e Bund tedesco di pari durata solo oggi, mercoledì 7 ottobre, si è impennato di quasi 10 punti base, schizzando da poco più di 130 a 140 punti.
Il titolo di Stato decennale rende ora più del 4,9%. Il tutto avviene, peraltro, dopo che nel pomeriggio di martedì 6 ottobre la leader del partito di Destra Rassemblement National, Marine Le Pen, aveva tranquillizzato parzialmente il mercato con un programma di «140 miliardi di risparmi entro il 2032», con l’obiettivo di scendere sotto la soglia del 3% di deficit pubblico entro il 2030 (il target è del 2,2% nel 2032) e di riportare l'indebitamento della Francia al 112% del pil, contro il 119% di oggi.
A riportare il nervosismo sul mercato è stata, tra gli altri fattori, la dura reazione del governo alla proposta di Le Pen. I ministri dell'Economia e dei Conti Pubblici, Roland Lescure e David Amiel, hanno duramente attaccato la leader del Rn, parlando di «un bilancio Potemkin di cartapesta» e «misure incantatorie del tutto inapplicabili». «State sognando a colori», è stata la reazione di Lescure.
Attualmente nei sondaggi politici il Rn di Le Pen è dato al 35%, primo partito dello spettro politico nazionale. Per questo il bilancio proposto da Le Pen è stato salutato con favore dal mercato. Ma lo scetticismo dell’attuale esecutivo, unito alla tensione crescenti sui bond americani (il Treasury decennale si muove ormai sopra il 5,3%) e il nuovo rialzo dei prezzi del petrolio (Brent a 101 dollari) hanno esasperato la nuova ondata di vendite sugli Oat.
La Francia è oggi percepita dal mercato come una potenziale spina nel fianco per tutta Europa. Parigi ha ancora un rating sul debito sovrano elevato, con Standard & Poor's che le attribuisce un giudizio A+ con outlook stabile, esattamente come Fitch, mentre il rating di Moody’s è Aa3 con outlook negativo, e la revisione è attesa per il prossimo 23 ottobre.
«In assenza di un consolidamento fiscale più incisivo, il rapporto debito-pil del Paese salirà dal 116% del 2025 a circa il 129% entro il 2031», spiega Eiko Sievert, executive director, sovereign & public sector di Scope Ratings. «Si prevede che la spesa netta per interessi salirà da circa il 2% del pil nel 2025, pari al 3,8% delle entrate pubbliche, a circa il 3,6% entro il 2031, cioè il 6,7% delle entrate. Ciò renderebbe i costi del servizio del debito una delle voci di spesa a più rapida crescita, riducendo in misura significativa la flessibilità fiscale», aggiunge l'esperto.
Impossibile non chiedersi, da una prospettiva di mercato, se la Francia attuale sia diventata o meno la nuova periferia d’Europa. Nonostante i rating ancora positivi infatti gli spread raccontano un’altra storia. A fronte di quello francese sopra i 140 punti quello tra Btp italiano e Bund si aggira oggi intorno ai 115, mentre quello spagnolo è di appena 65 punti base.
«Il premio che gli investitori chiedono per detenere titoli di Stato francesi anziché Bund tedeschi è salito a un livello che non si vedeva dalla crisi del debito sovrano dell’Eurozona del 2011», segnala César Pérez Ruiz, head of investments & cio di Pictet Wealth Management.
E il movimento si sta espandendo a macchia d’olio ad altri segmenti del credito. «Gli investitori stanno abbandonando i titoli di Stato francesi a favore della qualità che trovano nei Bund tedeschi: inoltre, dato che la Francia occupa un posto di rilievo negli indici europei con una quota superiore al 20% nell’high yield e nei CoCo (bond convertibili, ndr) questi indici stanno registrando una performance debole, con le banche transalpine ad esserne particolarmente colpite», ricorda Mitch Reznick, head of cross boarder credit di Federated Hermes.
Sebbene il movimento ribassista si stia concentrando soprattutto sul mercato obbligazionario, anche la borsa di Parigi rimane sotto pressione. Nell’ultimo mese il Cac 40, l’indice delle principali blue chip d’Oltralpe, ha perso più del 6% (è in negativo del 4,6% a inizio anno).
Su un orizzonte mensile nessuna delle 40 società dell’indice viaggia in territorio positivo. In particolare sono in difficoltà proprio le banche: Societe Generale ha perso più del 14%, Bnp Paribas più del 12%, così come Crédit Agricole. (riproduzione riservata)