Il dollaro si mantiene sui massimi degli ultimi 18 mesi in scia alle tensioni in Medio Oriente e in attesa dei dati sull'inflazione americana in agenda per mercoledì 14 ottobre che potrebbero influenzare le prospettive sui tassi di interesse e l’andamento di breve termine della valuta Usa prima della riunione di politica monetaria della Fed del 27-28 ottobre. In quella del 15-16 settembre la banca centrale americana ha aumentato i tassi portandoli tra il 3,75% e il 4%.
Mentre i prezzi del greggio sono volatili (future sul Brent +1% a 105,80 dollari al barile dopo un minimo intraday a 102,39 dollari al barile) dopo che gli Houthi yemeniti, sostenuti dall'Iran, hanno intensificato gli attacchi contro l’Arabia Saudita, l’indice del dollaro sale dello 0,17% a 102,19, appena al di sotto del massimo raggiunto lunedì 5 ottobre, e il biglietto verde guadagna lo 0,42% a 158,62 nei confronti dello yen, viceversa storna leggermente nei confronti dell’euro che vale 1,1179 (+0,10%) dopo la quinta settimana consecutiva di perdite per via dei timori sulla tenuta dei conti pubblici della Francia (lo spread Oat-Bund sale a 141 punti base il 12 ottobre).
I dati settimanali dell’autorità di regolamentazione dei mercati statunitense mostrano che gli investitori stanno rafforzando le posizioni rialziste sul dollaro, salite a 36 miliardi di dollari nella settimana al 7 ottobre, dai soli 8,4 miliardi di tre settimane prima, in gran parte a scapito della moneta unica.
«Il Brent oltre 105 dollari al barile rimane su livelli molto elevati, ma per attirare l’attenzione del mercato nel suo complesso sarebbe necessaria una rottura decisa al rialzo della soglia dei 110 dollari al barile», afferma Kit Juckes, esperto di cambi valutari di Societe Generale. «Il contesto potrebbe essere interpretato come leggermente favorevole al rischio e, di conseguenza, marginalmente negativo per il dollaro».
Eppure, l’indice del dollaro si trova appena al di sotto del massimo raggiunto lunedì scorso, mentre il cambio euro/dollaro è appena al di sopra del minimo registrato nello stesso giorno. «Considerando quanto sia elevata la posizione lunga in dollari sul mercato dei futures, si tratta di una performance notevole, anche se mi è stato ripetuto più volte di non fidarmi mai troppo di ciò che accade sul mercato valutario il lunedì mattina», aggiunge Juckes che preferisce mantenere una posizione neutrale, tenendo comunque conto dello squilibrio nelle posizioni di mercato.
In ogni caso, il principale appuntamento della settimana al di fuori del fronte geopolitico è previsto per mercoledì, con la pubblicazione dell’indice statunitense dei prezzi al consumo. Se si assisterà a un'accelerazione dell’inflazione core fino al 2,5%, in linea con le attese del consenso di mercato, ci saranno poche possibilità che le aspettative degli investitori cambino: nessun rialzo dei tassi questo mese da parte della Fed, ma una probabilità molto elevata di un rialzo a dicembre e di un altro nel primo trimestre del prossimo anno.
L’esperto di Societe Generale sta monitorando anche il cambio euro/dollaro australiano, che è rimbalzato dopo essere sceso gradualmente sotto quota 1,64 nel corso della mattinata. Non mancano gli argomenti a favore di posizioni corte sulle valute europee contro il dollaro australiano e quello neozelandese.
Quanto al cross euro/sterlina, intorno a 0,85, è invece un chiaro indicatore del sentiment negativo che circonda l’euro. A questi livelli, è solo da monitorare perché offre opportunità di trading poco interessanti.
Inoltre a anche senza essere un esperto di analisi tecnica, riesco a vedere chiaramente il trend ribassista che il cross euro/franco svizzero ha seguito negli ultimi anni: i rimbalzi della coppia hanno raggiunto massimi via via più bassi, passando da 1,15 a 1,05, poi a 1,09, a 0,95 e ora a 0,90. Si teme una nuova discesa, qualora il livello di 0,94 continuasse a fungere da resistenza, impedendo alla coppia di salire ulteriormente», continua Juckes.
Considerato che il mercato sta progressivamente preferendo il franco svizzero allo yen come valuta di finanziamento, per l’esperto della banca d’affari francese un’ulteriore rottura al ribasso, soprattutto una discesa del cambio euro/franco svizzero sotto quota 0,90, metterebbe sicuramente la Banca nazionale svizzera in una posizione molto difficile.
I tassi d’interesse in Svizzera sono a zero in un momento in cui quasi tutte le altre banche centrali stanno inasprendo la politica monetaria. «Pertanto, se l’attuale strategia volta a frenare il rafforzamento della valuta dovesse fallire, potremmo essere costretti a rivolgere la nostra attenzione a un obiettivo di 0,85», avverte Juckes che, quindi, per il momento preferisce restare alla finestra. Suggerisce solo un’impostazione rialzista (bullish) in caso di una rottura decisa al rialzo di 0,95 per il cambio euro/franco svizzero. E un’impostazione ribassista (bearish) in caso di rottura decisa al ribasso di 0,90. (riproduzione riservata)