Buyback per oltre 11 miliardi a Piazza Affari: i titoli su cui puntare e quanto rendono
Buyback per oltre 11 miliardi a Piazza Affari: i titoli su cui puntare e quanto rendono
A Milano sono in corso riacquisti di azioni da parte di colossi come Intesa, Eni e Ferrari. Ecco quelli preferiti dai gestori

di di Marco Capponi 11/09/2026 20:00

Ftse Mib
52.512,03 23.50.57

+1,36%

Dax 30
25.568,56 23.50.57

+0,82%

Dow Jones
52.573,29 4.32.20

+0,98%

Nasdaq
26.333,04 23.50.57

+0,96%

Euro/Dollaro
1,1600 23.00.45

-0,04%

Spread
86,99 17.25.46

-1,79

Più di 11 miliardi di euro. A tanto ammonta la quantità di riacquisti di azioni proprie che le quotate di Piazza Affari (segmento Egm escluso) stanno realizzando in queste settimane. Si va da Eni alle Generali, passando per Intesa Sanpaolo, Poste, ma anche 3,5 miliardi di Ferrari. E poi Lottomatica, Tamburi, Salvatore Ferragamo. La lista è eterogenea ma con alcuni tratti in comune: a cominciare dalla doppia generosità di molte delle quotate considerate, che spesso associano al buyback un dividend yield interessante.

Per esempio Eni: primo titolo della tabella in pagina per total return del 2026 (+52% grazie all’impennata dei prezzi del petrolio), il Cane a sei zampe guidato dall’ad Claudio Descalzi ha in corso un maxi-buyback da 3,4 miliardi, che va di pari passo con un rendimento da dividendo oggi del 4,43%. Discorso simile per Intesa Sanpaolo: la banca guidata dal consigliere delegato Carlo Messina sta riacquistando azioni proprie fino a un massimo di 2,3 miliardi. E attualmente ha un dividend yield del 5,65%.

Un mercato effervescente

Rispetto allo scorso anno l’ammontare dei buyback a Piazza Affari è perfino più alta (sul finire dell’estate i riacquisti in corso ammontavano a oltre 10 miliardi), anche se rispetto al 2025 mancano all’appello alcuni grandi nomi come Unicredit, che ha messo in stand-by questa forma di remunerazione dei soci anche per sostenere l’operazione Commerzbank.

Rimane il fatto che i buyback in corso sono tanti e interessano nomi di primo piano del listino italiano che, dati Janus Henderson alla mano, nel primo trimestre di quest’anno si è classificato quinto in Europa per ammontare di riacquisti di azioni proprie con 1,6 miliardi di dollari (al cambio attuale 1,4 miliardi di euro), pari all’8,5% del mercato del Vecchio continente.

Buyback buoni e cattivi

Considerati come una forma di remunerazione degli azionisti alternativa ai dividendi, i buyback stanno assumendo un ruolo sempre più complementare a quello delle cedole. Il meccanismo del riacquisto di azioni proprie è differente da quello degli stacchi cedolari. Una volta che la società completa il piano può cancellare le azioni. Questo processo, che fa diminuire il numero di azioni in circolazione, aumenta a parità di utili l’utile per azione dell’azienda e può contribuire nel medio periodo all’apprezzamento del titolo.

Ovviamente, affinché il gioco funzioni, a farlo dovrebbero essere una società in buona salute dal punto di vista finanziario, con cassa e fondamentali solidi. Conta inoltre il prezzo a cui vengono riacquistate le azioni: se troppo elevato il buyback rischia di distruggere anziché creare valore per gli azionisti. Altrimenti l’operazione può risultare come una semplice cosmesi finanziaria e molto probabilmente verrebbe punita dal mercato. «La scelta di destinare parte della liquidità al riacquisto di azioni proprie rappresenta un chiaro segnale da parte delle società», spiega Gianmarco Rania, portfolio manager di Banor. «Esse, infatti, ritengono che i propri titoli siano talmente sottovalutati da preferire un riacquisto sul mercato piuttosto che investire il capitale in un altro modo».

Dividendi, buyback o entrambi?

Il potenziale vantaggio per l’investitore, secondo il money manager, è duplice. Da un lato il riacquisto di azioni «rappresenta una restituzione diretta di capitale agli azionisti, mentre dall’altro, riducendo il numero di azioni in circolazione, può sostenere la crescita dell’utile per azione e quindi il potenziale di rivalutazione del titolo». Secondo Rania inoltre dividendi e buyback sono ormai due facce della stessa medaglia.

«Per l’investitore entrambe le componenti vanno considerate all’interno di una più ampia analisi del rendimento. Le società capaci di combinare dividendi sostenibili, programmi di buyback disciplinati e una forte generazione di cassa possono offrire una fonte di total return particolarmente interessante, soprattutto con un orizzonte di medio-lungo periodo». In generale le società che stanno facendo buyback a Piazza Affari hanno un total return mediano da inizio anno superiore al 14%, e solo quattro di esse (nessuna del Ftse Mib) sono in negativo.

C’è anche un altro elemento per cui cedole e riacquisti di azioni possono essere complementari. Mentre le prime offrono un flusso di reddito immediato e di pronto utilizzo (seppur tassato al 26%) i buyback possono «sostenere nel tempo l’utile per azione e accrescere la quota di valore attribuibile ai singoli azionisti», oltre che «fungere da stabilizzatori della volatilità di portafoglio, supportando i prezzi delle azioni, soprattutto nei momenti di mercato fortemente ribassista».

I settori più interessanti

Oltre ai singoli titoli di Piazza Affari, dove cercare oggi i titoli da buyback? L’attività, sottolinea Rania, «è di solito più pronunciata nei settori che normalmente sono poco capital intensive, dove la generazione di extra-cassa è la norma». In Europa la lista include «alcuni segmenti del settore finanziario bancario e assicurativo, tecnologico e farmaceutico».

Per chi invece volesse esporsi ai titoli da buyback tramite panieri dedicati, gli investitori europei hanno a disposizione tre Etf Ucits (cioè dotati di passaporto Ue) sulle società che avviano programmi di riacquisto di azioni proprie. Il più grande di questi (172 milioni di euro di masse con costi annui dello 0,39%) è un comparto di Invesco, il Global Buyback Achievers. Lanciato nel 2014, conta oggi 355 partecipazioni (le principali sono Citigroup, Wells Fargo, Shell e TotalEnergies) e dall’inizio di quest’anno rende il 15%, circa due punti in più dell’indice di azioni dei mercati sviluppati Msci World. (riproduzione riservata)