Btp, con lo spread in calo è il momento di vendere e passare all’incasso?
Btp, con lo spread in calo è il momento di vendere e passare all’incasso?
Dopo il crollo di inizio conflitto la tregua in Medio Oriente ha fatto risalire i prezzi dei bond. Le plusvalenze fanno gola, ma per i gestori c’è ancora spazio per accumulare. Ecco le scadenze preferite. Anche nel credito

di di Marco Capponi 10/04/2026 21:00

Ftse Mib
47.609,36 6.55.08

+0,59%

Dax 30
23.803,95 23.51.10

-0,01%

Dow Jones
47.916,57 14.22.55

-0,56%

Nasdaq
22.903,20 23.51.10

+0,35%

Euro/Dollaro
1,1728 23.00.33

-0,01%

Spread
77,30 17.30.15

-1,02

Il mercato del reddito fisso è un rebus sempre più complesso da decifrare. Un tempo stabilizzatore del portafoglio in tempi di crisi, oggi l’obbligazionario è diventato uno dei termometri più fedeli dell’umore degli investitori. E in presenza di shock di mercato come quello energetico provocato dal conflitto in Medio Oriente, l’asset class si sta muovendo (come era già successo nel 2022 dopo lo scoppio della guerra in Ucraina) in modo sincronizzato con il movimento delle borse.

Questo vale nel male, ma anche nel bene: se l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran di fine febbraio aveva fatto immediatamente precipitare i prezzi di bond sovrani (lo spread si è allargato in un mese da 60 a un massimo di 96 punti base di fine marzo), l’annuncio di una tregua concessa da Donald Trump a Teheran - subordinata a trattative per la riapertura dello stretto di Hormuz - ha scatenato subito una reazione inversa: un’ondata di acquisti sui bond sovrani e il ritorno dello spread in area 78 punti.

Cosa sta succedendo

«Fino all’accordo di cessate il fuoco raggiunto all’inizio di aprile, l’attenzione del mercato era concentrata principalmente sul rischio di un aumento dell’inflazione dovuto all’impennata dei prezzi dell’energia», sottolinea Lauren van Biljon, senior portfolio manager della strategia Plus Fixed Income di Allspring Global Investments.

Al contempo però, aggiunge, «i timori riguardo alla potenziale fase successiva dello shock dei prezzi dell’energia, ovvero un rallentamento della crescita, si sono manifestati solo in modo sporadico». Questo si può notare dal fatto «che i rendimenti dei titoli di Stato sono sostanzialmente più elevati, mentre gli spread creditizi sono solo leggermente aumentati rispetto ai livelli di inizio 2026. Questi rimangono ridotti e stabili in tutta l’area, il che suggerisce che il mercato non sta ancora scontando una potenziale recessione prolungata».

La reazione del mercato all'annuncio del cessate il fuoco, segnala van Biljon, «è stata euforica, con i rendimenti delle obbligazioni sovrane europee e a più alto beta (la sensibilità del titolo rispetto ai movimenti del mercato nel suo complesso, ndr) in calo significativo».

La fotografia attuale

I movimenti degli ultimi giorni hanno creato pertanto una situazione inedita fino alla fine di marzo, con rendimenti scesi (il Btp decennale, che era arrivato al 4%, ora si muove intorno al 3,8%) ma comunque più elevati rispetto a inizio 2026. «I livelli attuali, pur ritracciati, restano coerenti con rendimenti reali non trascurabili: ciò continua a rendere il reddito fisso competitivo, soprattutto rispetto a un azionario che incorpora premi per il rischio più compressi», evidenzia Antonella Manganelli, ad di Payden & Rygel Italia.

Sul piano geografico «i governativi europei offrono un ancoraggio relativamente stabile: Paesi core (come la Germania, ndr) garantiscono protezione nei momenti di stress, mentre i periferici (come l’Italia, ndr) presentano ancora un extra-rendimento interessante». Più che smontare le posizioni, ricorda la money manager, «appare sensato mantenere un’esposizione bilanciata lungo la curva, privilegiando scadenze intermedie che offrono un buon compromesso tra rendimento e sensibilità ai tassi».

Il valzer dei prezzi

La tabella in basso, elaborata da Skipper Informatica, fotografa come tutta la volatilità del conflitto in Medio Oriente si sia riflessa nelle scadenze intermedie dei Btp (cinque-sette anni), le preferite da gestori e consulenti finanziari anche per i portafogli degli investitori individuali. Il motivo è semplice: sono sufficientemente lunghe da garantire rendimenti interessanti, ma non troppo da subire in modo eccessivo eventuali revisioni al rialzo dei tassi di interesse.

Come si può notare guardando alle scadenze più lontane nel tempo (2033), dai minimi del 27 marzo al giorno successivo all’annuncio della tregua ci sono stati movimenti di apprezzamento che arrivano fino al 2,5%. Ma se si allarga l’orizzonte al pre-crisi, quindi all’ultima chiusura di febbraio, si vede come quasi tutti i titoli di Stato di questa tipologia si siano deprezzati in modo notevole, arrivando a sfiorare il -3%. Oggi queste scadenze, per inciso, hanno rendimenti a scadenza netti che vanno da un minimo del 2,6% a un massimo di quasi il 3,1%.

Discorso analogo - anche se un po’ meno marcato - vale per il campione di titoli di Stato dell’area euro: l’indice Bloomberg Euro Treasury Bond si è deprezzato, da febbraio a oggi, di quasi l’1,9%. Ma dai minimi di fine marzo ha guadagnato quasi l’1,7%.

Tempo di passare all’incasso?

Lecito per un investitore, che magari ha acquistato obbligazioni sovrane nella fase di picco del pessimismo, domandarsi se sia il caso di passare all’incasso delle plusvalenze maturate finora e di tornare a inserire un po’ di rischio aggiuntivo in portafoglio, magari allungando le scadenze o optando per un po’ di credito ad alto rendimento.

Ma per Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet Asset Management, nella fase attuale è meglio adottare un approccio prudente. «La tregua è ancora fragile e le incertezze sul recupero della viabilità di Hormuz possono supportare i correnti livelli di volatilità, soprattutto con una Bce che mantiene un’impostazione restrittiva legata ai potenziali rischi inflattivi di un blocco duraturo dello stretto». Questo significa, tradotto in termini di portafoglio, «muoversi per gradi, mantenendo una buona quota di governativi che gioverebbero in caso di decelerazione della crescita ed estendendo marginalmente il rischio verso segmenti più remunerativi come investment grade e in seguito high yield, ma sempre con duration (durata finanziaria, ndr) contenuta».

Indipendenti dai prezzi

In questa fase, secondo Campisi, «la linea guida è più sfruttare il carry», cioè il rendimento che si ottiene acquistando un titolo e portandolo fino alla scadenza, «piuttosto che passare subito all’incasso». Questo perché i bond comprati durante la correzione delle ultime settimane «offrono ancora rendimenti interessanti, soprattutto sulle scadenze brevi, dove la sensibilità ai tassi è limitata».

Morale: secondo il money manager ha senso «mantenere e, selettivamente, aumentare le posizioni su emissioni con buona qualità di credito e durata breve-intermedia», indicativamente cinque-sette anni, «in modo da consolidare il rendimento atteso nel tempo e non dipendere solo dal rimbalzo di prezzo già visto dopo le notizie positive» dell’ultima settimana.

Un portafoglio-tipo

A livello di portafoglio modello per un investitore con profilo di rischio intermedio, il gestore suggerisce una parte core della costruzione di portafoglio «con governativi e credito investment grade europei, affiancati da una dose prudente di high yield a breve scadenza». In particolare, elenca l’esperto, per i governativi core si possono cercare «rendimenti attraenti fino ai sette-dieci anni», mentre i periferici «possono essere aumentati gradualmente, ma senza eccessi, visto che l’Italia ha confermato la sua correlazione con le asset class rischiose, e concentrandosi su scadenze dove il premio di rendimento compensa meglio il rischio».

Per quanto riguarda la componente di credito, infine, le società ad alto merito creditizio - quindi investment grade - possono essere usate come «pilastro per il carry», ricorda Campisi, mentre i titoli ad alto rendimento e più elevato rischio di default (high yield) «vanno usati come satellite, privilegiando titoli di qualità relativamente più alta e maturità corte».

Il caso dell’high yield

A proposito di credito ad alto rendimento Fabrizio Biondo, gestore specializzato di Lemanik, nel commentare l’andamento trimestrale del fondo Active Short Term Credit, segnala come dopo il deprezzamento il rendimento lordo del comparto sia oggi pari al 7,05% (dal 6,26% di fine 2025), anche se «la quota di titoli con un prezzo inferiore a 50, per questo considerati dal mercato a notevole rischio, è risalita dallo 0,48% allo 0,79%. Escludendo tali titoli dal calcolo del rendimento, il prezzo medio del portafoglio è sceso da 99,2 a 98,48, e il rendimento medio di portafoglio risulta pari al 6,96%».

Come si possono interpretare questi numeri? Di fatto, i movimenti delle ultime settimane hanno creato nelle fasce più speculative del credito sacche di rendimento importanti, ma hanno alzato anche il profilo di rischio dei titoli. Un segmento di mercato che va quindi maneggiato con estrema cura.

Uno sguardo fuori dall’Europa

È invece più complesso, per un investitore individuale, orientarsi oggi al di fuori dell’Europa. Lo riassume Campisi. «Fuori dall’Eurozona la selezione deve essere più mirata: gli Usa al momento non sono la prima scelta per un investitore in euro, perché il costo di copertura del cambio erode gran parte del vantaggio di rendimento in dollari (il Treasury decennale rende circa il 4,3%, ndr) con un contesto economico solido e un sostegno fiscale che ancora deve dare i suoi frutti sul consumatore finale, mentre in Ue i tassi sono già competitivi e incorporano aspettative di Bce più restrittiva».

Al contrario, «i Paesi emergenti in valuta locale possono offrire un profilo interessante: molti hanno cicli dei tassi più maturi, valute potenzialmente favorite da un progressivo indebolimento del dollaro su di una stabilizzazione dello shock mediorientale e livelli di rendimento reali elevati». (riproduzione riservata)