Domenica 4 ottobre si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile e il Paese si ritrova spaccato esattamente a metà. Gli ultimi sondaggi pubblicati dalle principali rilevazioni demoscopiche (Quaest, Btg Pactual/Nexus) confermano un testa a testa tra il presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, e il senatore Flávio Bolsonaro, designato dal campo conservatore per raccogliere l'eredità politica del padre Jair.
I sondaggi indicano una parità sostanziale: al primo turno Lula oscilla tra il 37% e il 46%, insidiato a un solo punto di distanza da Flávio Bolsonaro (33%-45%), con l'ipotesi di un ballottaggio congelata sul 42% pari o 46% contro 45%. Una sfida al millimetro in cui ogni mossa dell'esecutivo assume una valenza strategica decisiva per intercettare l'elettorato indeciso.
Tra gli ultimi provvedimenti shock varati dall'esecutivo spicca il blocco drastico delle piattaforme di scommesse e giochi online a quota fissa, definito da Lula «un tumore da asportare prima che uccida il Paese». La misura, che prevede lo spegnimento definitivo dei siti illegali e forti limitazioni alle transazioni, nasce dall'allarme economico e sociale sollevato dalla Banca Centrale: l'esplosione incontrollata del gioco d'azzardo digitale sta impoverendo le famiglie a basso reddito, drenando risorse dai consumi primari ed erodendo l'impatto dei sussidi sociali come il programma Bolsa Família.
Un'iniziativa popolare e politicamente trasversale: le rilevazioni mostrano che oltre il 75% dei brasiliani è favorevole a una stretta severa sulle piattaforme online, stanchi dei devastanti effetti sull'indebitamento privato e sulla salute mentale dei giovani.
Sullo sfondo della contesa elettorale è esploso un durissimo scontro geopolitico. Dal palco dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e nei recenti comizi, Lula ha denunciato apertamente i tentativi di ingerenza politica ed elettorale provenienti dagli Stati Uniti, volti a sostenere direttamente la candidatura di Flávio Bolsonaro.
Nel mirino di Brasilia c’è la recrudescenza di un approccio neocoloniale, una rivisitazione aggressiva della celebre Dottrina Monroe, ribattezzata con sprezzo nei circoli diplomatici latini Dottrina Donroe, che punta a trattare l'America Latina come il cortile di casa di Washington.
Gli obiettivi strategici di questo pressing diplomatico e finanziario sono duplici: da un lato, scompaginare l'asse privilegiato con Pechino, dato che oggi la Cina rappresenta di gran lunga il primo partner commerciale del Brasile; dall'altro, assicurarsi l'accesso prioritario alle imponenti riserve brasiliane di terre rare, di cui il gigante sudamericano detiene circa il 30% dei depositi mondiali, cruciali per la transizione tecnologica e militare della superpotenza americana.
Per comprendere l'aspra polarizzazione di queste ore occorre guardare all'evoluzione del clan Bolsonaro. L'ex presidente Jair Bolsonaro, ineleggibile e attualmente agli arresti domiciliari, ha ceduto il testimone al primogenito Flávio, senatore di Rio de Janeiro, nel tentativo di ricompattare la destra evangelica e liberista.
Tuttavia, sull’ascesa politica di Flávio pesa l'ombra sinistra del recente passato e i mai sopiti richiami all'autoritarismo. Sulla famiglia Bolsonaro grava il peso storico del tentato golpe di quattro anni fa, sfociato nell'assalto alle sedi istituzionali di Brasilia l'8 gennaio, e le drammatiche rivelazioni investigative sui complotti eversivi orchestrati da settori vicini al vecchio governo. Piani che non prevedevano solo il rovesciamento dell'ordine democratico, ma anche il tentato assassinio di Lula, del suo vicepresidente Geraldo Alckmin e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, personaggio importante che ha portato Jair Bolsonaro e i generali stellati dal Brasile in galera per il tentato golpe.
Una deriva sovversiva coerente con lo storico personale di Jair Bolsonaro, da sempre aperto apologeta della dittatura militare che ha insanguinato il Brasile dal 1964 al 1985. Domenica le urne non decreteranno soltanto chi guida l'ottava economia mondiale, ma stabiliranno se il Paese confermerà l'argine democratico e la sua autonomia geopolitica o se riaprirà le porte al sovranismo populista del clan Bolsonaro. (riproduzione riservata)