Ore 14:45 – Wall Street positiva in attesa della Fed. Ftse Mib sopra 45.000 punti
Il Ftse Mib chiude a 44.887 punti, in rialzo dell’1,1%. A guidare il listino la coppia Tenaris-Eni, entrambe in crescita di circa il 3,6%, che precedono Stellantis (+3,1%). In calo invece Amplifon, che cede un altro 10,6% dopo aver perso oltre il 14% nella seduta del 16 marzo. In calo anche i titoli della difesa, Fincantieri (-2%) e Leonardo (-0,8%), dopo che Israele ha dichiarato di aver ucciso il massimo responsabile della sicurezza iraniana, Ali Larijani, e il comandante delle forze di sicurezza interne Basij, Gholamreza Soleimani.
Ancora in rialzo il prezzo del petrolio, con il Brent che sfiora i 102 dollari al barile (+1,7%) dopo essere arrivato vicino a 105 dollari nel corso della seduta.
Il Ftse Mib si avvia verso la fine della seduta in netto rialzo, a quota 45.072 punti intorno alle 16, in rialzo dell’1,6%. Positivi anche i principali indici europei e Wall Street dopo due ore di scambi.
«I mercati azionari rimarranno vivaci nei prossimi trimestri. Sebbene la guerra nel Golfo stia causando una volatilità temporanea, essa non dovrebbe compromettere le prospettive economiche positive. Pertanto, manteniamo un leggero sovrappeso sulle azioni e privilegiamo i mercati emergenti», prevede Philipp E. Bärtschi, chief investment officer di J. Safra Sarasin.
A sostenere i listini, tonici nonostante la ripresa dei prezzi del petrolio (con il Brent sopra 100 dollari al barile), è arrivata la notizia - per quanto non ancora confermata - che il massimo responsabile della sicurezza iraniana, Ali Larijani, e il comandante delle forze di sicurezza interne Basij, Gholamreza Soleimani, sono stati uccisi in attacchi aerei condotti dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf) su Teheran, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz.
Wall Street apre in rialzo con il Dow Jones che guadagna l’1%, mentre l’S&P 500 e il Nasdaq salgono di circa lo 0,7% dopo i primi scambi.
I listini non risentono dei nuovi aumenti dei prezzi del petrolio con il Brent che è tornato a posizionarsi sopra 100 dollari al barile in scia all’intensificarsi degli attacchi iraniani sulle infrastrutture del Golfo. «Dopo una ventata di ottimismo legata anche alle buone notizie dal settore tecnologico, l’attenzione torna a focalizzarsi sul conflitto che non vede per ora segnali di de-escalation, con listini azionari in negativo», affermano gli strategist di Mps.
Inoltre, sottolineano gli esperti, le pressioni del presidente americano, Donald Trump, «sui Paesi interessati affinché contribuiscano a riaprire lo stretto di Hormuz non hanno ottenuto ampio consenso a partire dalla Cina, con Trump che ha chiesto di rimandare di un mese l'incontro con il presidente Xi Jinping».
Gli operatori sono in attesa delle riunioni delle banche centrali, a partire da quella della Federal Reserve del 18 marzo. «Il Fomc si trova a dover aggiornare le proprie previsioni economiche e di politica monetaria in un contesto di forte incertezza, determinata sia dal perdurare della guerra nel Golfo sia dai timori riguardo alla tenuta del mercato del lavoro di fronte all'impatto dell'intelligenza artificiale», osserva Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments. «Considerata l'imprevedibilità della durata del conflitto e le sue ripercussioni sui prezzi del petrolio e sull'inflazione, non prevediamo modifiche sostanziali alle proiezioni macroeconomiche».
A Piazza Affari il Ftse Mib accelera e supera i 45.000 punti, viaggiando a quota 45.096 intorno alle 14:45, in rialzo dell’1,7%. Tra le blue chip corre Stellantis (+4%), insieme a Mediobanca (+3,2%) ed Enel (+3%). Soffre ancora Amplifon, che cede un altro 11% dopo il tonfo del 14% di ieri. In calo anche la difesa con Leonardo (-1,4%) e Fincantieri (-1,1%).
Alle ore 11:30 circa il Ftse Mib vira in positivo e sale dello 0,65% a 44.634 punti nonostante il petrolio in rialzo a 97 dollari (Wti) e 103 dollari (Brent). Bene Eni e Stellantis (+2,8%), Enel (+2,5%) e Tim (+2%). In calo anche oggi Amplifon (-7,5%), Fincantieri (-2,5%), Leonardo (-2%) e StM (-1,3%).
Il tasso d’inflazione annuo in Italia è salito all’1,5% a febbraio 2026, dall’1,0% di gennaio, ma leggermente sotto la stima preliminare dell’1,6%. Si tratta del livello più alto da fine settembre.
L’accelerazione è stata trainata soprattutto dai servizi, la cui inflazione è salita al 3,6% dal 2,5% di gennaio, sostenuta in particolare dai rincari nei servizi legati ai trasporti (2,9% dallo 0,7%) e nei comparti ricreativi, culturali e della cura della persona (4,9% dal 3%). Al contrario, i prezzi dell’energia hanno continuato a diminuire: quelli regolamentati sono scesi dell’11,6%, mentre quelli non regolamentati del 6,2%. I prezzi dei beni restano leggermente negativi, invariati al -0,2%.
Su base mensile, i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,7%, dato rivisto al ribasso rispetto allo 0,8% iniziale ma in aumento rispetto allo 0,4% di gennaio, spinti dai rincari di tabacchi, servizi, trasporti e alimentari non lavorati. L’inflazione core (al netto di energia e alimentari freschi) è salita al 2,4%, mentre l’indice al netto della sola energia è cresciuto al 2,5%. L’indice armonizzato HICP ha registrato un aumento dell’1,5% su base annua e dello 0,5% su base mensile.
Piazza Affari apre debole, martedì 17 marzo, il Ftse Mib cede lo 0,15% a 44.276 punti. Bene A2A e Tenaris (+1,2%), Inwit e Snam (+0,9%). In calo Amplifon (-4%), Prysmian e Leonardo (-2% circa), Fincantieri(-1%). Il petrolio corre fra 97 (Wti) e 103 dollari (Brent) assieme al gas europeo (+3%) a 52,25 euro il megawatt all’ora.
I mercati azionari europei sono attesi in calo martedì, i futures sullo Eurostoxx 600 viaggiano in flessione dello 0,4% mentre i prezzi del petrolio rimbalzano dopo l’attacco ad una petroliera nello Stretto di Hormuz. L’Iran ha intensificato i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche del Golfo, mentre finora la maggior parte dei Paesi ha resistito all’appello del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a sostenere la sicurezza delle attività commerciali nello Stretto di Hormuz. Intanto la Banca centrale in Australia ha alzato i tassi per la seconda volta, complice la paura dell’inflazione da petrolio a 100 dollari.
Sul fronte macroeconomico, gli investitori guarderanno martedì all’indice di fiducia Zew per la Germania e per l’Eurozona, oltre ai dati finali sull’inflazione in Italia. Tra le società, sono attesi i conti di Salvatore Ferragamo e Autolus Therapeutics.
Con lo Stretto di Hormuz chiuso, passaggio strategico di greggio per le maggiori economie mondiali, le interruzioni nelle forniture sono ormai certe e l’unica incognita è per quanto tempo dureranno. A questo punti gli analisti di Bloomberg fanno una serie di riflessioni andando a guardare i modelli sull’impatto potenziale fondati sui dati risalenti dal 1988 ad oggi. Un mese di chiusura spingerebbe il prezzo del Brent verso 105 dollari al barile (quasi ci siamo), mentre tre mesi di blocco porterebbero invece i prezzi vicino al picco di 164 dollari.
«Studi accademici e recenti shock dell’offerta», spiegano gli analisti, indicano che una perdita dell’1% dell’offerta globale tende a far salire i prezzi del petrolio di circa il 4%. Applicando questo rapporto a uno scenario con lo Stretto di Hormuz chiuso, il prezzo del greggio si avvicinerebbe a 108 dollari.
Il limite superiore, in ogni caso, resta «comunque ben al di sotto dei 200 dollari al barile. Può sembrare un livello basso rispetto alla portata dello shock, ma i mercati non sono passivi: reagiscono», nota Bloomberg. Dal momento che, come ci si può ben immaginare, «prezzi più elevati distruggono domanda, stimolano nuova offerta, accelerano lo sviluppo di alternative energetiche e possono persino contribuire a mettere fine al conflitto».
Gli effetti negativi si estenderebbero dal petrolio all’intera economia globale. Secondo il modello Shok, un prezzo del greggio intorno a 110 dollari ridurrebbe il pil di circa lo 0,5% e farebbe salire l’inflazione di 1 punto percentuale nel Regno Unito e nell’Eurozona. Con il petrolio vicino ai 170 dollari, entrambi gli impatti raddoppierebbero. Negli Stati Uniti, invece, l’effetto principale sarebbe un aumento dell’inflazione. Lo scenario di base degli analisti, quindi quello ritenuto oggi più probabile, è che l’attuale livello di intensità del conflitto difficilmente durerà ancora per molte settimane. La guerra potrebbe evolvere verso un cessate il fuoco o un conflitto a bassa intensità.
Tre fattori potrebbero accelerarne la fine: 1. il danno economico provocato dal petrolio caro, 2. l’esaurimento delle scorte militari in Iran o nei Paesi del Golfo Persico, 3. la crescente pressione dell’opinione pubblica negli Stati Uniti.
Eni ha annunciato due nuove scoperte di gas e condensati offshore in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Eni-Acea, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha autorizzato con prescrizioni l'acquisizione di Acea Energia da parte di Eni Plenitude.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che il suo governo intende preservare l'indipendenza di Commerzbank a fronte dell'offerta non sollecitata da parte di Unicredit. Un portavoce del governo tedesco aveva detto che un takeover ostile sarebbe stato inaccettabile. Il gruppo italiano ha annunciato ieri mattina il lancio di un'offerta pubblica volontaria di scambio sulla banca di Francoforte finalizzata a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca, senza tuttavia acquisirne il controllo.
Ferrari ha escluso qualsiasi problema di diritti d'autore riguardo al suo prossimo veicolo elettrico, la «Luce», che utilizza lo stesso nome di modelli precedentemente commercializzati da Mazda sul mercato domestico.
A2A, cda bilancio; segue conference call (16:30).
Poste, cda bilancio (preliminari pubblicati il 26 febbraio).
De Nora, cda bilancio (preliminari pubblicati il 24 febbraio). (riproduzione riservata)