Bond: dai Btp intermedi ai governativi lunghissimi, ecco le obbligazioni su cui puntare per il portafoglio nel 2026
Bond: dai Btp intermedi ai governativi lunghissimi, ecco le obbligazioni su cui puntare per il portafoglio nel 2026
Per il 2026 è previsto un record di emissioni in Europa. Per i gestori Italia e Spagna sono le prime scelte. Focus anche sui titoli lunghissimi  

di di Marco Capponi 02/01/2026 20:00

Ftse Mib
45.374,03 17.40.00

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Euro/Dollaro
1,1717 21.50.37

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Spread
71,46 17.29.46

+2,46

Si preannuncia un 2026 rovente sul fronte dei bond europei: solo in Italia il Tesoro ha previsto nel corso dell’anno emissioni lorde tra 350 e 365 miliardi di euro in titoli a medio-lungo termine (quindi esclusi i Bot), con circa 40 miliardi di titoli di nuove obbligazioni già nel primo trimestre.

Ma, sebbene ancora tre le locomotive del Vecchio Continente, l’Italia dovrebbe registrare una dinamica di stabilizzazione rispetto agli anni passati: Francia e Germania invece vedranno, secondo le stime degli analisti, marcati incrementi delle emissioni per via del deterioramento dei conti pubblici da un lato (Parigi) e per il sempre maggiore ricorso al debito dall’altro (Berlino). In totale Generali Investments stima un record storico per le emissioni di titoli governativi europei: 1.400 miliardi contro i 1.320 dello scorso anno.

Le incognite degli investitori

Da qui i dubbi degli investitori: meglio incassare ghiotte cedole o andare a caccia di plusvalenze? Esporsi solo al debito sovrano europeo o tentare la sorte con quello americano (rischio dollaro incluso)? E ancora: come dare un po’ di sprint al portafoglio obbligazionario? Con il credito high yield, i subordinati bancari o - perché no? - un po’ di debito emergente?

Il mix di bond per il 2026 è quanto mai variegato, così come sono numerosi gli interrogativi che possono balenare nella testa dell’investitore, alle prese anche con una geografia obbligazionaria europea e mondiale ben diversa da quella degli ultimi anni: l’Italia è da mesi in luna di miele con le agenzie di rating e lo spread tra Btp e Bund si è contratto sotto 70 punti base (c’è chi lo vede sotto 60 alla fine del 2026). La Spagna, da sempre periferia del continente, oggi ne è una delle locomotive, mentre la Francia, da sempre locomotiva, oggi ha uno spread tra decennali pari a 70 punti. Più alto di quello italiano.

Un nucleo duro di Europa

In tutto ciò nel portafoglio-tipo dei tre gestori interpellati da Milano Finanza c’è una costante: «Il portafoglio obbligazionario dovrebbe privilegiare governativi in euro», riassume Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet Asset Management, che consiglia inoltre «duration concentrata sulle scadenze 7-10 anni con preferenze per Spagna, Italia ed Eu Bonds, sostenuti da ricerca di rendimento globale, minori emissioni nette attese e disciplina fiscale». Attualmente nel mondo dei Btp a medio-lunga scadenza (per l’appunto tra 7 e 10 anni) si possono ottenere rendimenti lordi tra 3,2% e 3,6%, con quelli netti che oscillano tra 2,7% e 3,1%.

Anche Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente, propone un portafoglio composto all’80% da bond sovrani dell’Eurozona. «Non includerei titoli di debito degli Stati Uniti, anche se pagano un rendimento superiore, in parte per non indebitarsi in dollari americani e in parte in ragione di un certo pessimismo per la forte emissione di debito da parte del governo e per le pressioni derivanti da possibili ulteriori ribassi dei tassi della Federal Reserve».

Le scadenze lunghissime

Dal canto suo Vintani a un investitore individuale con media propensione al rischio propone «uno zoccolo duro di bond tedeschi, privilegiando il rating al rendimento, al fine di bilanciare meglio il portafoglio in un contesto di possibili shock esogeni». Un altro 30% andrebbe equamente diviso tra Italia e Spagna. «Il notevole progresso fatto dall’Italia in termini di conti pubblici, che ha portato al triplo upgrade di Moody's, Standard & Poor's e Fitch, mi ha portato a includere Btp per il 15% del portafoglio», mentre «l’altro 15% va alla Spagna, che ha sorpreso per la crescita economica superiore alla media».

Chi invece guarda all’Europa ma in un’ottica di apprezzamento dei bond è Daniele Bivona, portfolio manager dei fondi Performance e Global Bond di AcomeA. «Il miglior rapporto rischio-rendimento si trova nel Regno Unito e soprattutto nel lungo e ultralungo europeo, dove i titoli di Austria, Germania, Francia hanno perso il 60-70% nell’ultimo quinquennio e oggi scambiano su livelli storicamente depressi». Un esempio citato dal money manager è quello di un titolo ormai divenuto emblematico, anche per la sua alta liquidità: il bond austriaco al 2120 con cedola dello 0,85%. Da fine 2021 a oggi il suo prezzo è sceso di oltre il 70% e oggi tratta addirittura a 30. Un livello che, secondo Bivona, rappresenta un punto di ingresso interessante.

Le chance tra gli emergenti

Per quanto riguarda l’universo dei mercati non ancora sviluppati, il dilemma è sempre lo stesso: meglio i bond in valuta forte (in genere il dollaro Usa) o in valuta locale? Bivona li includerebbe entrambi, ma con una predominanza dei secondi (20% contro 8%). «Negli emergenti il valore resta concentrato sul debito locale, mentre in quello in valuta forte il quadro è più selettivo».

Campisi opta invece per un equilibrio tra i due tipi di emissioni: 10% in valuta locale, 10% in dollari. «Questi ultimi offrono esposizione implicita ai Treasury» e un margine di rendimento aggiuntivo «di circa 250 punti base, capace di assorbire eventuali rialzi dei rendimenti in uno scenario di crescita migliore del previsto». Al contempo, aggiunge il gestore, «le emissioni in valuta locale restano attraenti: il 2026 potrà essere ancora un anno di disinflazione, con banche centrali in grado di sostenere la crescita grazie agli alti livelli di tassi reali».

Dal canto suo Vintani opta invece per un singolo titolo, attribuendogli un 10% dell’allocazione totale. Si tratta di un bond messicano in pesos che scade nel 2033 e ha una cedola del 7,5%. «In un momento in cui la locomotiva americana e il dollaro hanno qualche problema puntare su un solido titolo come questo, con un rating investment grade, permette di aggiungere rendimenti che sono quasi il triplo di un portafoglio core di titoli europei», ricorda l’esperto.

Le opzioni sul credito

Infine c’è tutta la parte dei bond aziendali e finanziari. Secondo Bivona, «ci sono chance in alcune aree selezionate della struttura bancaria e nei convertibili», tra cui i finanziari subordinati. Bond bancari AT1 protagonisti anche nella proposta di Campisi: «Anche nel corporate prediligo l’euro, soprattutto il segmento investment grade a breve termine e l’high yield, dove i default attesi sono contenuti, così come i titoli AT1, sostenuti dalla buona salute delle banche europee». Al contrario il credito Usa, aggiunge, «potrebbe soffrire di un aumento della leva nel comparto legato all’intelligenza artificiale».

Anche in questo ambito Vintani propone un singolo titolo: «Un bond lunghissimo, a 25 anni, zero coupon richiamabile di Barclays, denominato in sterline». Questo titolo fornisce un rendimento a scadenza (non ci sono cedole) del 12,5% all’anno. «La banca inglese ha rating A+, confortevolmente di tipo investment grade», sottolinea l’esperto. È molto probabile inoltre, conclude, «che il titolo verrà a un certo punto richiamato dalla banca, che quindi ne limiterà la duration significativa, anche se non è possibile prevedere quando». (riproduzione riservata)