Con i tagli ai tassi di interesse da parte di Fed e Bce e i titoli di Stato che ormai offrono cedole meno interessanti rispetto al recente passato, gli investitori cercano alternative nel mondo del reddito fisso: tra le più gettonate, anche in ottica di carry (cioè il rendimento che si ottiene comprando i bond e tendendoli fino alla scadenza), c’è quella del credito, sia investment grade (società ad alto merito creditizio) sia high yield: aziende che, secondo le agenzie di rating, sono più a rischio di default e quindi offrono, di base, cedole più elevate.
L’universo high yield è ricco di titoli e per sua natura complesso e proprio per questo è uno degli ambiti in cui, statistiche alla mano, la gestione attiva è ancora in grado di fare la differenza: su un orizzonte di 10 anni, calcola Morningstar in un recente studio, i gestori attivi high yield in euro hanno battuto le loro controparti passive nel 35% dei casi e nell’ultimo anno hanno sfiorato il 45%. Numeri importanti se si considera che nel mondo azionario il tasso di successo dei gestori attivi a un anno non è arrivato nemmeno al 30%.
Come spiegano Gary Smith, head of Emea client portfolio management team e Luke Copley, client portfolio manager fixed income di Columbia Threadneedle Investments, «quando un’obbligazione viene declassata a high yield viene rimossa dagli indici investment grade, e questo costringe i fondi passivi a vendere, indipendentemente dal prezzo o dalle prospettive fondamentali». I gestori attivi in questo contesto «possono sfruttare queste situazioni, che generano spesso inefficienze, evitando vendite o acquisti forzati».
La tabella in basso, elaborata da Fida, riunisce 10 fondi obbligazionari attivi high yield ordinati per performance da inizio 2026. Il loro rendimento medio è dell’1,4% (con punte sopra il 4%), che sale al 4,1% su un orizzonte annuo e al 18,7% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi medi dello 0,97%: piuttosto elevati per la media degli obbligazionari anche se, come già accennato, in questa tipologia di comparti l’attività di selezione dei singoli emittenti (un fattore di extra-costo) è spesso decisiva.
Con il comparto High Yield A Janus Henderson si approccia all’asset class mettendo a segno da inizio 2026 una performance dell’1%, che arriva al 16,9% a tre anni, con costi dell’1%. Le obbligazioni high yield, evidenzia il global head of high yield Tom Ross, «offrono un valore interessante nell’attuale contesto di mercato, con rendimenti intorno al 6% e una base di emittenti di qualità superiore, dominata da titoli con rating BB». I tassi di default al contempo «rimangono bassi, intorno all'1,9%, riflettendo solidi fondamentali creditizi». A livello di emittenti, il money manager usa l’approccio proprio dei megatrend: «Concentrarsi sugli emittenti esposti a una crescita secolare di lungo termine, in particolare quelli allineati a tendenze trasformative come l'intelligenza artificiale, può consentire di cogliere opportunità di valore significative». Mentre in termini di rating Ross privilegia «il segmento compreso tra BB-B per il suo equilibrio tra rendimento e qualità, mentre consideriamo le obbligazioni con rating CCC come potenziali trappole di rendimento con una compensazione limitata rispetto al rischio elevato che incorporano».
Con il comparto Global High Yield Bond Jupiter Am mette a segno da gennaio una performance dello 0,9%, che supera il 23% a tre anni, con costi annui dell’1%. «Riteniamo che l’high yield sia fondamentalmente un’asset class di tipo value, dove le valutazioni basate sul prezzo d’ingresso, il rendimento e lo spread sono elementi determinanti», sottolinea il gestore del comparto, Adam Darling. «Questo principio di base, insieme all’analisi del contesto macroeconomico, guida le nostre scelte di asset allocation tra rating e settori».
Quanto alla scelta tra Stati Uniti ed Europa, segnala il money manager, «nell’ultimo ciclo di mercato l’high yield paneuropeo, incluso il Regno Unito, ha offerto in media spread più ampi rispetto a quello statunitense a parità di qualità creditizia». Ciò rifletteva probabilmente, aggiunge, «un generale pessimismo degli investitori sulle prospettive di crescita in Europa rispetto agli Usa, ma ha anche significato che alcuni nomi europei risultassero particolarmente a buon mercato». Per questo motivo Darling continua «a essere sovrappesato sui crediti europei, pur avendo avviato una progressiva diversificazione del portafoglio verso gli Stati Uniti e i mercati emergenti man mano che si presentano opportunità interessanti».
E proprio l’universo emergente può rappresentare oggi un’interessante opportunità di diversificazione, anche in ambito high yield. «I mercati asiatici ed emergenti sono entrati in una fase pluriennale di ampia liquidità, sostenuta dai tagli dei tassi della Fed, dall’allentamento monetario, dalla riallocazione dei capitali verso l’Asia, dal graduale utilizzo dei risparmi cinesi e dalla resilienza della crescita», spiegano gli strategist di Lombard Odier Investment Managers (Loim). Questo contesto di liquidità, secondo gli esperti, «sta comprimendo i rendimenti (e quindi favorendo i prezzi, ndr) del debito asiatico in dollari, anche high yield, sostenuto da solidi fondamentali aziendali e da spread relativamente interessanti rispetto ai mercati in valuta locale, con benefici estesi all’intero credito emergente in valuta americana».
Infine nel mondo high yield c’è sempre più attenzione per la parte del credito bancario. David Benamou, cio di Axiom Alternative Investments, ricorda che «dopo la crisi finanziaria globale, banche e assicurazioni hanno visto aumentare la propria patrimonializzazione, la liquidità e la regolamentazione, il che significa che molti strumenti subordinati e con rating inferiori sono emessi da istituzioni fondamentalmente più solide di quanto il loro rating possa suggerire». Più che ragionare sui rating però in questo settore il money manager preferisce concentrarsi su altri elementi dei bilanci. «Metriche quali i coefficienti Cet 1, l'andamento della qualità degli attivi e la diversificazione del funding sono più indicative rispetto al rating di per sé». Nel settore finanziario, conclude Benamou, «la posizione nella struttura del capitale è importante almeno quanto il rating: gli At 1, i Tier 2 e il debito senior non-preferred possono comportarsi in modo molto diverso in situazioni di stress». (riproduzione riservata)