Le ricerche della parola «bitcoin» su Google a livello globale sono diminuite di circa il 70% rispetto ai massimi storici dell'anno scorso. Quasi inevitabile, visto che dal record di tutti i tempi toccato il 6 ottobre 2025 a 126.080 dollari la criptovaluta ha perso il 48,6%.
Come se non bastasse, se un tempo era ipervolatile, regalando così grandi delusioni, ma anche grandi opportunità agli investitori, dalla fine di giugno oscilla stabilmente nella fascia ristretta tra i 62.000 e i 65.000 dollari. E se si allarga la prospettiva a un intervallo un po’ più ampio (tra i 60.000 e i 70.000 dollari), il consolidamento laterale dura da oltre 300 giorni, il terzo periodo più lungo di stagnazione in una singola fascia di prezzo nella storia di questo asset.
In poche parole, il bitcoin è diventato noioso. Bei tempi quando anche i ragazzi si costruivano la paghetta giocando e rischiando i soldi dei genitori nel mondo dorato delle cripto. E questo pare valere per molti. Anche per la maggior parte degli 1,4 milioni tra persone fisiche e giuridiche che in Italia detengono cripto-attività, secondo le stime di un’analisi di Deloitte pubblicata lo scorso febbraio (l’ultima in ordine di tempo sull’argomento). All’epoca il controvalore complessivo in portafoglio era di circa 2 miliardi di euro, ma ora si può stimare che sia dimezzato, come pure il valore medio per cliente che era sui 1.400 euro.
Italiani che si sono pure visti aumentare dal primo gennaio l’aliquota sulle plusvalenze da cripto asset dal 26 al 33%, rendendoli quindi sconvenienti rispetto alle azioni, rimaste al 26%. Un elemento fondamentale, anche se restano al 26% gli Etf sul bitcoin e le altre cripto. Segno che il legislatore vuole scoraggiare gli investimenti nei cripto asset e se proprio qualcuno insiste, allora lo faccia tramite il risparmio gestito. Per fare dei paragoni: in Germania chi detiene un cripto asset per più di 365 giorni non paga nessuna aliquota sulle plusvalenze; in Francia l'aliquota è al 30% per tutti; in Spagna varia dal 19% al 28% in base all'ammontare complessivo della plusvalenza.
Qualcuno sostiene che sia stata proprio la sua istituzionalizzazione a normalizzare il bitcoin. Negli Stati Uniti è entrato a pieno titolo a fare parte degli asset finanziari del Paese l’11 gennaio 2024 con lo sbarco a Wall Street degli Etf spot sul bitcoin, emessi da colossi come BlackRock e Fidelity. Poi è stato eletto alla Casa Bianca Donald Trump con la sua promessa di trasformare gli Stati Uniti nella capitale mondiale delle criptovalute mentre il suo predecessore Joe Biden remava contro. Promessa realizzata a metà: è stata istituita la riserva strategica Usa di bitcoin, ma l’approvazione del Clarity Act, che porterebbe a una piena regolamentazione del settore, è stata ancora una volta rimandata dal Senato Usa alla riapertura di settembre e ormai su Polymarket al via libera entro fine anno viene data una probabilità del solo 15%.
Sul fronte regolatorio è ormai più avanti l’Unione Europea, dove la Micar è entrata pienamente in vigore lo scorso 30 giugno, cosa che ha comportato l’esclusione dal Vecchio Continente di Binance, la più grande borsa di criptovalute del mondo. È però ancora presto per dire se questo abbia avuto effetti positivi sui flussi di investimento.
Anche perché a penalizzare il bitcoin è nel frattempo arrivato il ciclone intelligenza artificiale che ha assorbito una parte significativa dei flussi di investimento speculativi e di capitale di rischio precedentemente destinati ai cripto asset.
Molte grandi società di mining si stanno riconvertendo in data center per affittare potenza di calcolo (Gpu) alle aziende di intelligenza artificiale. Secondo i dati dei report di settore, il costo medio di estrazione per singolo bitcoin tra i miner quotati in borsa ha superato i 79.000 dollari mentre il prezzo della criptovaluta dalla prima meta di maggio si trova stabilmente sotto questa soglia. Questo significa che le aziende registrano forti perdite operative per ogni singola moneta estratta. Ecco perché si stanno spostando verso l’AI.
Ma l’AI è soprattutto responsabile di un incidente che colpisce al cuore il dogma della sovranità finanziaria individuale che anima il mondo bitcoin fin dalla nascita. «Not your keys, not your coins», è il mantra dei massimalisti del bitcoin. Significa che se non controlli le chiavi crittografiche segrete del tuo portafoglio digitale, non possiedi veramente i tuoi bitcoin. Perché lasciarli su un sito di trading o in banca significa che sono costoro a detenere le chiavi, non tu. E se un custode fallisce o blocca i conti, i tuoi fondi possono essere bloccati o persi.
Peccato che questa certezza sia venuta meno alla fine di luglio, quando è stato hackerato Coldcard, uno dei portafogli hardware per bitcoin considerati più affidabili, un dispositivo isolato dalla rete e offline utilizzato da chi detiene criptovalute in auto-custodia. Sono stati così sottratti bitcoin per un valore di circa 130 milioni di dollari. La conseguenza di questo attacco è che molti investitori ora potrebbero rinunciare all’auto-custodia per spostare i loro bitcoin nei wallet dalle borse di criptovalute o dalle banche tradizionali perché ritenuti più sicuri. O addirittura venderli per comprare gli Etf sul bitcoin.
Perfino Strategy, la società quotata che detiene il maggior numero di bitcoin al mondo, ha cominciato a vendere. «Non vendere mai i tuoi bitcoin», proclamava il suo ceo Michael Saylor. Sembrava che si riferisse a tutti, anche a Strategy. Ma quando quest’ultima ha iniziato a vendere per continuare a sostenere le sue alchimie finanziarie, Saylor ha precisato: «Mi riferivo a quelli posseduti personalmente da me, non dalla mia società». Sarà, ma i bitcoiner si sono sentiti comunque un po’ traditi. E non si vede come possa ritornare la fiducia. (riproduzione riservata)