Ha ancora senso investire nel bitcoin dopo l'ecatombe di giovedì 5 febbraio? «Bitcoin è un asset altamente volatile. È crollato in passato, e in misura maggiore in termini relativi. Molti investitori lo hanno acquistato per le ragioni sbagliate. Ci sono due ragioni per pensare che non scomparirà. È una valuta di transazione che non può essere soppressa dai governi. E serve come copertura contro la svalutazione delle valute fiat. La repressione finanziaria e la svalutazione sono due temi che non scompariranno». Parola di Wolfgang Munchau, giornalista ed economista tedesco, noto per essere il co-fondatore e direttore di Eurointelligence, un servizio di analisi sull'Eurozona.
Perché citare proprio lui? Perché è un tipico prodotto dell’establishment e per lunghi anni è stato editorialista del Financial Times, giornale che ancora oggi vede male il bitcoin. Insomma, è lontano anni luce dai nerd cypherpunk dal cui brodo di cultura libertario, se non anarchico, è nata la criptovaluta inventata da Satoshi Nakamoto. Significativo che Munchau usi il termine «valuta fiat», che prima dell’irrompere del bitcoin sulla scena nessuno si sarebbe mai sognato di pronunciare. Questo significa che la narrazione del bitcoin è riuscita a imporsi nel mainstream. E non è un fattore di poco conto, anche per chi bada esclusivamente ai prezzi della criptovaluta.
I numeri, appunto. Quelli di giovedì 5 febbraio sono da ecatombe. Iniziata la giornata a 73.136 dollari, nel giro di 24 ore il bitcoin è precipitato fino a 60.225 dollari, ai minimi dal settembre 2024. È stato così più che azzerato il rally innescato dall’elezione del presidente bitcoiner Donald Trump, culminato nel record di tutti i tempi toccato il 6 ottobre 2025 a 126.080 dollari.
Il crollo sotto la soglia psicologica dei 70.000 dollari ha poi innescato liquidazioni forzate per oltre 2,8 miliardi di dollari in tutto il settore cripto. Mentre a Wall Street il titolo Strategy ha accusato un ribasso del 17%. La società di Michael Saylor, nota per avere inaugurato la moda di accumulare bitcoin nella sua tesoreria (ne detiene la bellezza di 713.502) comprando a un ritmo quasi settimanale con un prezzo medio di carico stimato intorno ai 76.050 dollari. Ai prezzi del 6 febbraio, quindi, Strategy ha una minusvalenza virtuale di 8,4 miliardi di dollari. E, a causa delle nuove regole contabili Fasb (Fair Value), ha dovuto contabilizzare a bilancio una perdita netta di 12,4 miliardi di dollari per l'ultimo trimestre del 2025.
Durante il crollo del 5 febbraio voci di mercato hanno detto che la speculazione aveva l’obiettivo di costringere Strategy a vendere parte dei suoi bitcoin, una mossa in grado di innescare un’ulteriore spirale al ribasso delle quotazioni.
In realtà questo pericolo non sembrerebbe imminente perché la quasi totalità del debito (oltre 8 miliardi di dollari) è composta da obbligazioni convertibili non garantite. A differenza di un prestito con pegno (collateral), queste obbligazioni non prevedono clausole di margin call che costringano la società a vendere bitcoin se il prezzo scende. Al momento non c’è quindi il rischio di liquidazione forzata.
Phong Le, ceo di Strategy, ha affermato che la società sarà in grado di far fronte agli interessi del suo debito convertibile a meno che il bitcoin non scenda a 8.000 dollari, il prezzo al quale il valore delle sue riserve di criptovalute eguaglia il suo debito netto, e non vi rimanga per cinque anni. Allo stato dei fatti, insomma, Strategy sembrerebbe al sicuro.
Di certo fa colpo il fatto che il crollo del 5 febbraio abbia più che azzerato i guadagni del bitcoin fatti dal giorno dell’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. E il Clarity Act, che regolamenta il settore cripto, si è arenato al Senato. Ma venerdì 6 il segretario al Tesoro Scott Bessent ha ribadito che la sua approvazione «è vitale» e si è detto sicuro che si riuscirà a tagliare il traguardo grazie alla collaborazione fra repubblicani e democratici. Fra questi ultimi, però, cova la tentazione di bloccare il Clarity Act fino alle elezioni di midterm a novembre nella speranza di una vittoria dem che farebbe ripartire da zero l’iter legislativo, cosa che lascerebbe spazio a una regolamentazione punitiva nei confronti delle cripto.
Tra i bitcoiner si sta poi infiammando il dibattito sulla teoria dei cicli quadriennali. Per farla breve, se venisse rispettata, il bitcoin dovrebbe scendere fino a 25.500 dollari prima della ripartenza del mercato toro. Fino a poche settimane fa si diceva che la teoria non è più valida perché lo scenario è cambiato radicalmente grazie al lancio nel gennaio 2024 degli Etf sul bitcoin a Wall Street, che ha inaugurato l’ingresso degli investitori istituzionali (primo fra tutti BlackRock) nel settore cripto, e all’ingresso alla Casa Bianca di un presidente bitcoiner. Ma il crollo del 6 febbraio ha comunque ridato credito alla teoria.
Resta il fatto che quel giorno si è verificata la seconda più grossa liquidazione forzata della storia del bitcoin. Al primo posto resta quella del 19 maggio 2021 con oltre 8,5 miliardi di dollari. Un crollo innescato dalla messa al bando del mining in Cina e dai tweet di Elon Musk sulla sostenibilità energetica del bitcoin.
Il 12 marzo 2020 erano stati liquidati circa 1,4 miliardi di dollari. Ma era appena scoppiato il panico mondiale per la pandemia del Covid-19. Insomma, tutte le altre mega liquidazioni avevano una causa precisa, evidente a tutti. Quella del 6 febbraio no. Ed è questo che rovina il sonno ai bitcoiner. (riproduzione riservata)