Il calcio d’avvio l’ha dato l’Eni, che venerdì della scorsa settimana ha aperto la stagione delle terze trimestrali del 2026 delle big oli europee. E l’ha fatto, come era prevedibile, alla grande, con risultati che hanno battuto il consenso del mercato con utili netti rettificati a quota 2,8 miliardi, il 13% in più di quanto si aspettava il mercato. Il rush della profittabilità rispetto a 12 mesi prima è impressionante, con un aumento del 125% rispetto agli 1,25 miliardi dello stesso periodo del 2025. L’utile netto contabile è balzato a 3,2 miliardi, contro 803 milioni di un anno prima, mentre l’utile operativo proforma rettificati è raddoppiato a circa 6 miliardi, dai 3 miliardi del terzo trimestre 2025.
Una cavalcata rossiniana spinta dal forte rialzo del greggio con il Brent salito in un anno da 65 dollari ai 115 cui quota in questi giorni. E con il greggio sono volati ancora di più di margini di raffinazione, data la scarsità dell’offerta in Europa, che viaggiano a incrementi a tripla cifra percentuale.
Gli analisti hanno subito ritoccato al rialzo le stime per l’intero anno. Che dovrebbe chiudersi, secondo il consenso raccolto da S&P Global market intelligence con un monte utili netti a sfiorare se non superare i 9 miliardi, come ad esempio ipotizza Ubs.
Così l’anno d’oro dell’impennata del petrolio dovrebbe vedere il colosso italiano raddoppiare l’utile netto rettificato sul 2025 e addirittura fare un balzo del 240% sull’utile netto consolidato, chiuso a 2,6 miliardi nel 2025. Obiettivo più che probabile, dato che il greggio non sta manifestando finora segnali di cedimento. E se Eni che distribuirà 1,3 miliardi di dividendo extra nel quarto trimestre oltre che aver alzato il buy back sul titolo a 3,8 miliardi fa felici gli azionisti, l’intero settore dei giganti dell’oil nel Vecchio Continente si avvia a fare altrettanto.
Nei giorni scorsi quasi tutte le compagnie hanno rilasciato i conti. La portoghese Galp ha incrementato gli utili netti del 50% sui nove mesi. Meglio ha fatto la norvegese Equinor che ha visto gli utili netti nel terzo trimestre volare a 2,5 miliardi di dollari dalla perdita per 200 milioni nel terzo trimestre del 2025. Sui nove mesi l’utile netto è passato da 3,7 miliardi a 10,5 miliardi. Forti risultati anche per l’austriaca Omv che ha raddoppiato gli utili netti sui 12 mesi, grazie soprattutto alla raffinazione, mentre le attività nella chimica di base hanno frenato.
Vola sui numeri del trimestre anche il colosso spagnolo Repsol che ha visto gli utili del terzo trimestre salire a 2,8 miliardi contro i soli 574 milioni del terzo trimestre del 2025. E l’effetto trascinamento del greggio in salita si sente eccome sui nove mesi, con i profitti netti aumentati di ben quattro volte: da 1,2 a oltre 5 miliardi. La francese Total Energies ha visto gli utili passare sui 12 mesi da 3,6 miliardi a 8,2 e ora vede i profitti dei 9 mesi a quota 19,5 miliardi contro i 10 dei 9 mesi del 2025.
Il copione dello scatto impressionante degli utili si ripropone anche per i colossi britannici. La Shell viaggia ormai con un ritmo di oltre 10 miliardi di dollari a trimestre. Il doppio del 2025. E la corsa non dovrebbe esaurirsi anche in questa fine d’anno. Il consenso di mercato raccolto da S&P Global market intelligence vede i profitti netti per l’intero 2026 della compagnia britannica oltre i 36 miliardi. Erano 17 miliardi gli utili del 2025.
Anche l’altro maxi-gigante inglese, la Bp, sta beneficiando alla grande del balzo del greggio. Per l’intero 2026 le proiezioni indicano utili per 20 miliardi di dollari. Nel 2025 si erano fermati a soli 7,5 miliardi. Per Bp reduce da anni non brillanti si tratta di un grande riscatto. Con la redditività netta tornata a sfiorare il 10% dei ricavi dopo che nel 2024 e nel 2025 la profittabilità si era ridotta al lumicino. E questo è proprio il tratto caratteristico dei colossi dell’energia. Legati quasi indissolubilmente alle evoluzioni del prezzo del barile vivono stagioni di redditività straordinarie con anni di flessione appena il petrolio fa retromarcia.
Gli anni come il 2026 rappresentano un vero Eldorado di ricchezza. Ricchezza che finisce in buona parte agli azionisti con i dividendi che si alzano e le campagne di buy back. Ma i grandi free cash operativi finiscono anche a finanziare gli investimenti. Che però non sono mai troppo pronunciati. Se allarghi troppo l’offerta si finisce per contribuire a deprimere il prezzo.
La prova è nel collo di bottiglia della raffinazione. Molti impianti negli anni sono stati chiusi, anche per ragioni ambientali, in Europa e ora la scarsità di offerta contribuisce a tenere alti i margini con un impatto immediato sul gasolio e benzine. A titolo di esempio ecco che la spagnola Repsol ci racconta nei suoi bilanci che in soli 12 mesi il margine di raffinazione è passato da 8 dollari al barile a ben 32 dollari, quadruplicandosi.
Spazi per politiche di price cap da parte delle compagnie ci sono eccome. L’impatto dei tetti alla benzina e al gasolio pesano infatti poche decine di milioni per i big dell’oil. Per Repsol le politiche di tetto al prezzo sono costate finora solo 100 milioni di euro di minori guadagni. E così la stagione delle trimestrali appena chiusa ci dice che con il petrolio che tuttora staziona sopra i 110 dollari è plausibile che anche l’ultimo trimestre dell’anno porti grandi utili alle compagnie.
Sempre che negli ultimi due mesi dell’anno non si verifichi una caduta del barile. In ogni caso va ricordato che i budget delle compagnie sono in genere prudenti e viaggiano oggi con stime sui 70-80 dollari al barile. Vista così, il raddoppio se non di più della profittabilità dei big dell’energia è a portata di mano per l’intero 2026.
Il consenso, che potrà essere battuto, stima per il 2026 ad esempio un monte utili aggregato per le prime 5 compagnie della Vecchia Europa (Bp; Shell; Eni; Repsol; Total energies) che si attesterà sui 100 miliardi di dollari. Un anno da incorniciare per i titoli dell’energia che non a caso hanno calamitato la domanda degli investitori. Eni nell’ultimo anno ha messo a segno una performance del 69%; Shell è salita del 42% così come Bp. La francese Total Energies un +57%. La spagnola Repsol ha fatto ancora meglio con un sonoro 84% di rialzo nei 12 mesi.
Ovvio che, trattandosi di titoli estremamente ciclici, occorrerà monitorare con attenzione l’andamento del petrolio. Se le tensioni di guerra finalmente si placheranno allora una caduta del greggio è da mettere in conto. E allora la grande corsa in Borsa potrebbe subire più di una battuta d’arresto. Basta guardare un grafico di Borsa sul lungo termine per notare la grande volatilità di big oil.
Eni oggi, ad esempio, è ai massimi di prezzo dal lontano 2007. Ci ha messo però quasi 20 anni per riacciuffare i suoi massimi storici con il titolo caduto da oltre 26 euro del 2007 ai minimi di 6,5 euro del 2020. Poi il grande rush degli ultimi sei anni a tornare in vetta. E queste grandi e lunghe oscillazioni riguardano tutti i titoli dei colossi del petrolio. Gli investitori per ora festeggiano. (riproduzione riservata)