I risultati dell’impatto sull’indice di solvibilità delle grandi compagnie di assicurazione se i titoli del debito pubblico non fossero più considerati risk free sono stati inviati ad Ivass a fine giugno. L’autorità guidata dal presidente Paolo Angelini sta quindi iniziando a studiare le carte e a breve ci saranno i numeri su cui fare nuove, eventuali, riflessioni. A essere coinvolte dal test, come rivelato da MF-Milano Finanza lo scorso 4 giugno, sono esclusivamente le big, ovvero le compagnie che hanno scelto di utilizzare il «modello interno» di Solvency II, diverso dalla formula standard che è uguale per tutti, in cui i titoli di Stato continueranno in ogni caso a essere considerati risk free. Si tratta di Axa, Allianz, e pure Generali che già da tempo all’estero considerano il rischio legato agli investimenti in titoli di Stato. Ma anche di Unipol, Reale Mutua e Sace Bt e, in prospettiva, Intesa Sanpaolo Assicurazioni e Poste Vita, che hanno avviato i cantieri per passare dalla formula standard al modello interno di Solvency II. Gli impatti, nei casi più estremi, potrebbe arrivare a ridurre di oltre 30 punti percentuali l’indice di solvibilità, ma molto potrebbe dipendere dalle modalità di calcolo del rischio, e proprio su questo aspetto si potrebbe aprire un confronto.
Al momento, è importante precisarlo, non c’è nulla di deciso. La volontà è di studiare la materia e quanto la questione sia delicata lo hanno dimostrato le parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che all’ultima assemblea dell’Ania ha «bacchettato» le compagnie che negli ultimi anni hanno costantemente ridotto i loro investimenti in Btp «in contrapposizione all’interesse crescente del retail e degli investitori esteri». A guardare l’ultima relazione Ivass emerge in effetti che se nel 2018 i titoli di Stato italiani rappresentavano il 45,79% delle gestioni separate delle assicurazioni, a fine 2025 la quota era scesa al 32,48% con gli asset gestiti sono saliti a oltre 1.100 miliardi. Anche se a zero rischio di default e di spread, le compagnie stanno quindi da anni riducendo la loro esposizione in Btp, ed è evidente che, qualora si decidesse anche in Italia di valutare i rischi dei titoli governativi, come richiesto a più riprese dall’autorità assicurativa europea Eiopa (e pure dall’Fmi) e come fanno da tempo in Francia e Germania, l’intenzione sarebbe di ridurne al minimo gli effetti, evitando di dare adito a nuove vendite.
La frenata italiana non è stata del resto immotivata: la minore volatilità storica dell’Oat francese o del Bund tedesco rispetto al Btp rende decisamente più leggero l’impatto per le assicurazioni dei rispettivi Paesi. Qualora si scegliesse di procedere anche in Italia, l’intervento andrebbe quindi ben calibrato, con il ministero dell’Economia che sta seguendo attentamente il dossier. Il timing potrebbe essere quello giusto considerando che la nuova Solvency II che entrerà in vigore a gennaio avrà l’effetto di «liberare» capitale per le compagnie che operano in Italia per oltre 5 miliardi. La riflessione è aperta ma non è solo questione di tempistica. (riproduzione riservata)