Bending Spoons, dal peso di ammortamenti e spese per l’m&a all’impatto dell’AI: ecco come funziona la big tech italiana
Bending Spoons, dal peso di ammortamenti e spese per l’m&a all’impatto dell’AI: ecco come funziona la big tech italiana
Nel prospetto d’ipo Bending Spoons alza il velo su numeri e filosofia. Al centro Playbook e Platform, la scommessa di coniugare crescita e acquisizioni mirate

di diAlberto Mapelli 12/06/2026 21:00

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Bending Spoons ha avviato il processo di quotazione al Nasdaq e, all’interno del prospetto depositato alla Sec, ha alzato il velo sui numeri di quello che, almeno per l’Italia, è un gigante ibrido mai visto prima: in parte private equity, in parte tech company.

All’interno del prospetto la big tech italiana guidata dal ceo Luca Ferrari – co-founder insieme a Luca Querella, Francesco Patarnello e Matteo Danieli – mette in evidenza come alla base di un progetto tecnologico e finanziario che ha convinto i big del private equity e le grandi banche mondiali ci sia una strategia ben definita che guida il processo di crescita.

Tra filosofia e AI

Il piano di Bending Spoons (il Playbook) è chiaro sin dalla nascita: acquisire business digitali; effettuare profonde trasformazioni e ottimizzazioni; reinvestire in altre acquisizioni. L’obiettivo non è quindi inventare il nuovo servizio digitale must-have, quanto identificare business digitali con una base solida ma con prestazioni ottimizzabili. Ragionamenti da private equity, ma con la differenza che l'obiettivo non è vendere ma alimentare un ciclo di acquisizioni e ottimizzazioni per crescere sempre di più.

L’ottimizzazione avviene grazie alle tecnologie proprietarie (la Platform) progettate per operare in modo integrato e per gestire diverse attività digitali con alta efficienza e scalabilità. Si va da Minerva (sistema AI dedicato alla stima del valore nel tempo degli utenti) a Pico, Lumen e Abacus (sistemi di analisi dei dati, essenziali per un gruppo da oltre 500 milioni di utenti attivi mensili che gestisce 3,8 miliardi di punti dati al giorno) fino ad arrivare a sistemi per la gestione dei pagamenti (Juno), per il testing di nuove soluzioni (Janus e Orion) e per l’assunzione dei migliori talenti.

Senza dimenticare che l’AI è ormai centrale nella programmazione: dal primo trimestre 2025 a quello 2026 la fetta di interventi sul codice realizzato o co-realizzato dall’AI è passato dal 10% al 90%, di cui il 70% realizzati solo dall’AI.

Una macchina sempre più grande

Una macchina operativa che punta alla perfezione, insomma, volta a eliminare ogni spreco e che finora ha vissuto una cavalcata eccezionale. I numeri prodotti e il loro tasso di crescita lo testimoniano. Nel 2025 il colosso tech italiano ha registrato ricavi per 1,3 miliardi di dollari, con un gross profit di 857,3 milioni e un operating income di 277,9 milioni per un sostanziale pareggio di bilancio. Ma per capire come mai si stia ragionando sul raddoppio della valutazione rispetto al round dello scorso ottobre - da 11 miliardi di dollari a oltre 20 miliardi, se non fino a 25 miliardi - bisogna fare due step.

Il primo è capire le attuali dimensioni di Bending Spoons dopo il closing delle acquisizioni di Aol, Eventbrite e Vimeo (e manca ancora Tractive). Il giro d’affari è praticamente raddoppiato come testimoniano i dati 2025 pro-forma indicati dalla big tech italiana: i ricavi arrivano a 2,6 miliardi, il gross profit a 1,74 miliardi e l’operating income a 508,8 milioni, con un utile di 22,4 milioni.

Il peso di m&a e trasformazione

Il secondo step è valutare la vera redditività, escludendo quindi la zavorra finanziaria rappresentata dall’impatto sui conti della strategia di m&a e dei costi legati alle radicali trasformazioni messe in atto sulle realtà acquisite. Non a caso nel prospetto viene evidenziato l’adjusted operating income, ossia l’utile operativo generato dalla macchina escludendo ammortamenti (150 milioni nel 2025), spese per le transazioni (85,5 milioni), costi di riorganizzazione (78,6 milioni) e altre voci non indicative (20,8 milioni). E così l'adjusted operating income del 2025 lievita dai 277,9 ai 613,2 milioni, con un margine che passa dal 21% al 47%. Percentuale quest'ultima più alta sia rispetto al 2024 (45%) sia al 2023 (36%).

Se le spese annuali per le transazioni e le riorganizzazioni dipenderanno molto dal ritmo con cui proseguirà l’m&a e dalle necessità di efficientamento dei futuri target, i dati degli ammortamenti sono già destinati a crescere con Vimeo, Aol ed Eventbrite: 284 milioni nel 2027; 272 milioni nel 2028; 240 milioni nel 2029 e 214 milioni nel 2030; altri 654 milioni dopo il 2030. Senza considerare che l’aggiunta di nuove prede in portafoglio e il periodo di ammortamento medio-lungo delle stesse porteranno a ulteriori fardelli sui conti.

La scommessa è che la selezione accurata delle prossime acquisizioni consenta di proseguire l’espansione dei margini operativi nonostante l’aumento del peso della zavorra finanziaria. L’ambizione è alta: Bending Spoons punta a un 65% di tasso di rendimento interno (Irr) levered e a un irr unlevered del 25% per le acquisizioni.

Tra leva e controllo

Infine c’è il tema del debito. A fine marzo 2026 quello lordo ammontava a 4,36 miliardi, a fronte di una liquidità disponibile di 740,8 milioni. A disposizione ci sono anche linee di credito revolving per circa 1,3 miliardi di dollari ancora inutilizzate. L’indebitamento netto del colosso tech italiano, quindi, è di circa 3,68 miliardi per una leva di 2,19 volte, dato ampiamente inferiore al limite massimo di 4 volte inserito negli accordi per alcune linee di credito.

Gli interessi da pagare annualmente, però, sono destinati a correre: se nel 2023 ammontavano a soli 17,2 milioni, nel 2025 sono arrivati a 142,6 milioni e nel solo primo trimestre 2026 sono stati spesi 93,2 milioni per una proiezione di oltre 370 milioni.

Non sembra un caso allora che, come rivelato da questo giornale, il cda di Bending Spoons abbia già in mano la carta di nuove raccolte di equity dopo l’ipo, con aumenti di capitale fino al 18/20%. Senza dimenticare che con la quotazione potrebbero essere emesse fino a 120 milioni di nuove azioni, pari a circa il 15% del capitale.

A garantire flessibilità è il controllo saldamente nelle mani dei fondatori grazie al voto multiplo (5 voti per azione) introdotto a settembre 2025, come aveva raccontato MF-Milano Finanza. Per fare un esempio, se venissero emesse tutte le 120 milioni di azioni previste come tetto massimo per l’ipo e i founder non cedessero delle quote, Danieli, Ferrari, Patarnello e Querella resterebbe ancora intorno al 39% del capitale con il 76% dei voti. Un margine ampio per mantenere il saldo controllo dell’assemblea anche in caso di ulteriori diluizioni future. (riproduzione riservata)