La Bce con ogni probabilità lascerà i tassi invariati nella riunione del 19 marzo. Il contesto economico è cambiato in modo radicale rispetto all’incontro di febbraio a causa della guerra nel Medio Oriente che ha fatto salire i prezzi dell’energia oltre le previsioni della Bce.
Il 19 marzo saranno pubblicate le nuove proiezioni di Francoforte che però dovrebbero considerare solo in parte l’incremento del costo di gas e petrolio (la data di chiusura dei numeri è pubblicata ex post), mentre lo staff dovrebbe elaborare anche possibili scenari legati alla guerra.
Prima del conflitto Usa-Iran, i rischi sull’inflazione erano in entrambe le direzioni, ma con prevalenza di quelli al ribasso secondo alcuni governatori. Perciò i mercati consideravano anche la possibilità di un taglio. Adesso invece gli operatori monetari scontano un rialzo entro luglio (ma non domani) con una probabilità del 60% di un’altra stretta entro dicembre.
Gli economisti delle banche d’affari sono più cauti e in grande maggioranza vedono una Bce ferma per tutto il 2026.
Lo scenario in Medio Oriente potrebbe far deragliare la «buona posizione» sui tassi più volte menzionata dalla presidente Christine Lagarde. Adesso la banca centrale sarebbe comunque in una situazione migliore rispetto al 2022 nel caso fosse necessario reagire a uno shock prolungato. Innanzitutto non ci sono vincoli dovuti alla forward guidance, al contrario le decisioni sono «riunione per riunione». Inoltre allora i tassi erano negativi (-0,5%, contro l’attuale 2%) e i prezzi dell’energia erano saliti molto di più.
In ogni caso sarà importante per la Bce mantenere l’ancoraggio delle aspettative di inflazione nel medio termine. Questo punto potrebbe essere evidenziato il 19 marzo da Lagarde. Un fattore decisivo sarà la durata del conflitto: se andrà avanti per poco tempo, allora la Bce dovrebbe «guardare oltre» (look through) l’attuale impennata di gas e petrolio. Altrimenti la banca centrale potrebbe muoversi nei prossimi mesi.
Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è detto contrario a una stretta monetaria. Gli analisti saranno attenti a eventuali chiarimenti di Lagarde sulla funzione di reazione di Francoforte allo shock sull’energia.
Intanto ieri la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio da cui emerge, sulla base dell’esperienza del 2022, che «quando l’inflazione legata ai prezzi dell’energia è alta, gli shock di politica monetaria hanno un maggiore effetto disinflazionistico e un minore impatto sulla disoccupazione rispetto a quando l’inflazione energetica è bassa».
Questo avviene perché forti incrementi dei costi di produzione, come quelli per l’energia, inducono le imprese a cambiare i prezzi in modo più frequente, secondo quanto osservato dagli economisti di Bankitalia Stefano Neri (capo del servizio congiuntura), Cristina Conflitti e Alessandro Lin.
Di conseguenza la curva di Phillips diventa più ripida e si riduce il cosiddetto «sacrifice ratio», nel gergo economico. In altri termini un aumento dei tassi è più efficace in presenza di un rilevante aumento dei prezzi di gas e petrolio: così le banche centrali possono contrastare l’inflazione con un costo inferiore per l’economia.
Potrebbe essere una lezione per il futuro, ma resta da verificare se il conflitto in Medio Oriente potrà essere paragonato allo scenario del 2022, quando la guerra in Ucraina causò una chiusura dei rubinetti del gas e un incremento dei prezzi oltre 300 euro al Mwh, rispetto ai 51 di ieri. (riproduzione riservata)