La Bce è orientata a una pausa sui tassi nella riunione del 23 luglio, dopo averli alzati dal 2% al 2,25% a giugno. L’inflazione è calata il mese scorso (al 2,8%, dal 3,2% di maggio) ma il dato resta legato in modo significativo agli sviluppi della guerra in Medio Oriente.
I prezzi dell’energia erano scesi nei giorni in cui sembravano aumentare le probabilità di un accordo tra Usa e Iran. Ora lo scenario è di nuovo cambiato. Il costo del petrolio e del gas è tornato a salire, arrivando rispettivamente a 91 dollari al barile e 60 euro al megawattora.
Restano rischi (monitorati con attenzione dai banchieri centrali) di una propagazione dei rialzi ad altri prezzi attraverso effetti indiretti o di secondo livello. Perciò un aumento dei tassi resta possibile, ma soprattutto a settembre, quando la Bce elaborerà nuove proiezioni macro e ci sarà (forse) più chiarezza sul conflitto in Medio Oriente.
In questo contesto la Bce resterà per il momento «dipendente dai dati» con decisioni «riunione per riunione». I mercati non prevedono un rialzo dei tassi domani ma scontano al 90% un aumento a settembre, con un’altra stretta nel primo trimestre 2027. Gli economisti delle banche d’affari puntano in maggioranza su un’ultima mossa a settembre.
La politica monetaria «si trova nuovamente a gestire un equilibrio delicato, con un’economia in rallentamento e un’inflazione superiore all’obiettivo del 2%», ha sottolineato Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, all’assemblea Abi. Nel vagliare le prossime decisioni, ha aggiunto, il consiglio direttivo Bce valuterà con attenzione «l’andamento dei mercati energetici, l’evoluzione del quadro congiunturale e le dinamiche dei salari e dei prezzi di beni e servizi» con l’obiettivo di «preservare il saldo ancoraggio delle aspettative di inflazione, limitando gli effetti indiretti e di secondo impatto degli shock».
I banchieri centrali di Francoforte sono attenti al pericolo di una spirale tra prezzi e salari, ma al momento non vedono segnali di rilievo in questa direzione. Perciò la Bce, se non ci saranno novità significative legate alle guerre, dovrebbe limitarsi a una risposta «misurata» allo shock dei prezzi su gas e petrolio, ovvero fermarsi a due-tre strette totali nel ciclo di rialzi. Nulla di paragonabile con l’aumento dei tassi del 4,5% nel 2022-2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Secondo Bofa «in assenza di grandi sorprese nei dati e con i prezzi dell’energia non molto lontani dalle previsioni di base della Bce, non c’è un senso di urgenza così forte da giustificare una modifica dei tassi» domani. I prezzi del petrolio sono vicini allo scenario più mite della Bce, mentre quelli del gas sono attorno allo scenario avverso.
«Il rischio di un’escalation militare, le scorte di petrolio nettamente inferiori ai livelli prebellici e l’intensificarsi della pressione sui prezzi del gas indicano che quasi certamente il consiglio direttivo continuerà a ritenere che i rischi per la stabilità dei prezzi siano orientati al rialzo», ha osservato Unicredit, che vede una stretta a settembre e poi tassi fermi per un anno al 2,5%, un livello considerato ancora neutrale secondo le stime Bce.
La presidente Christine Lagarde dovrebbe lasciare aperta ogni opzione per il futuro. Si vedrà se Lagarde darà informazioni riguardo a un addio anticipato al vertice della banca centrale, che non ha escluso in una recente intervista a Les Echos.
Intanto secondo l’ultimo rapporto sul credito della Bce i criteri di concessione di prestiti alle imprese sono stati leggermente inaspriti nel secondo trimestre 2026, mentre è calata in modo netto la domanda di mutui. (riproduzione riservata)