Mancano meno di due settimane alla riunione (30 aprile) del Consiglio direttivo della Bce chiamato a decidere sulla politica monetaria. Se si esclude l’ultima settimana prima del vertice, durante la quale i membri del Direttivo sono tenuti di norma a osservare l’obbligo del massimo riserbo, restano pochi giorni per eventuali dichiarazioni pubbliche da parte di questo o quel governatore secondo una prassi non commendevole, ma che comunque ha preso piede, finendo con l’alimentare un preventivo dibattito a distanza.
Fin qui l’incertezza fa avvertire tutto il suo peso. La presidente della Bce, Christine Lagarde, prima ha evidenziato, in una serie di interventi che si sono susseguiti, la necessità di non farsi cogliere di sorpresa, come avvenne a partire dal 2022, quando l’inflazione saliva ed erroneamente si riteneva dalla stessa Bce che si trattasse di un aumento che sarebbe stato prontamente riassorbito.
Poi vi sono stati alcuni giorni di quasi agnosticismo a cui ha fatto seguito la consueta affermazione secondo cui la Bce è pronta, all’occorrenza, ad adottare tutte le misure necessarie e ad agire, in ogni caso, in base ai dati, una formula - quest’ultima - che andrebbe rivista anche per eliminare fraintendimenti e dubbi. Dalla presidente è stata rimarcata una particolare attenzione (e non poteva essere diversamente) a ciò che sta accadendo in questa fase a proposito del petrolio e del gas.
È immaginabile che nel contesto attuale - nel quale delle guerre di cui prima si vedono le conseguenze tragiche sulle vite umane e poi si registrano immediatamente i riflessi economici a partire dagli impatti energetici - non sia così facile stabilire il proprio orientamento a distanza dalla prevista riunione dell’istituto centrale.
Per i fattori evolutivi in atto, è prevedibile che i componenti del vertice di quest’ultimo si formeranno un’opinione adeguatamente motivata a ridosso della seduta dell’organo.
Il tutto mentre da diverse parti piovono inviti a non avviare subito un aumento del costo del denaro. Da ultimo lo ha fatto Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, che ha invitato alla pazienza e alla prudenza. Nell’area euro ora l’inflazione è al 2,6%, mentre la ricrescita è intorno all’1%. Per ora l’aumento dei prezzi non è molto lontano dal livello - il 2% - che sancisce il mantenimento della stabilità monetaria con la conseguenza che occorre intervenire con la leva della politica monetaria per gli scostamenti verso l’alto o verso il basso in una prospettiva di medio termine. Non sembra che stiamo, o stiamo ancora, in questa situazione.
Addirittura le norme prevedono che, conseguito il mantenimento della stabilità dei prezzi, dal quale non siamo lontani, la Bce deve sostenere le politiche economiche dell’area, con ovvio riferimento all’economia e all’occupazione. Potrà accadere allora che, con la riunione del 30 aprile, ci si limiti a dare qualche segnale che, però, non pregiudichi la possibilità, al limite, di dare un diverso segnale in conseguenza di un auspicabile mutamento del quadro d’insieme.
Una parte che concorrerà alle decisioni sarà quella che assumerà la Fed, la quale in un primo tempo appariva orientata a decidere un taglio dei tassi, poi - con i dati sull’inflazione salita a marzo al 3,3% dal 2,4% di gennaio e febbraio - ora prospetterebbe un ripensamento. Si tenga presente che per la Fed stabilità monetaria e sostegno all’occupazione sono sullo stesso piano nel proprio mandato, a differenza della Bce per la quale scatterà l’obbligo del sostegno alle misure economiche e occupazionali soli dopo avere conseguito il mantenimento della stabilità dei prezzi.
Oggi comunque una decisione non dovrebbe poter prescindere da un raccordo con le politiche economiche e di finanza pubblica nell’area e, prima ancora, dalle iniziative che sta progettando la Commissione Ue, da ultimo con un piano in materia di energia da sottoporre al meeting informale dei capi di Stato e di governo che si terrà a Cipro il 23 e 24 aprile.
Ma come ora è necessario, un tale raccordo deve operare da ambo le parti ovviamente, ferme restando le rispettive autonomie. Non si tratta di eludere il divieto, per la Bce, del finanziamento monetario dei Tesori degli Stati. Ma essa non opera nel vuoto torricelliano e il raccordo è essenziale, in una situazione eccezionale, anche per non vedere poi vanificata la stessa manovra di politica monetaria.
Nessuna surroga di attribuzioni che sono dei governi ma un rapporto da «Stato d’eccezione». L’essenzialità della relazione riguarda anche le altre istituzioni dell’Unione e i singoli Stati, a maggior ragione in questa fase in cui si inizia a preparare, nei singoli Paesi, la sessione di bilancio.
In ogni caso, un approccio che fosse marcatamente restrittivo causerebbe oggi solo danni. A maggior ragione per i rischi di recessione segnalati per l’Ue dal Fondo monetario e il deteriorarsi delle prospettive di crescita e inflazione rilevate dal Bollettino economico di Bankitalia pubblicato il 17 aprile.
Dopo la riunione del Consiglio si terrà la consueta conferenza stampa.
E qui torna in ballo il tema della comunicazione della Bce che, soprattutto in questo periodo, è cruciale. Non ammette errori. (riproduzione riservata)