Una «modesta» riduzione delle barriere all’interno del mercato unico europeo «potrebbe compensare le probabili perdite commerciali dovute all’aumento dei dazi statunitensi». Lo ha sottolineato la Bce in un’analisi contenuta nel bollettino economico che ritorna su un tema più volte segnalato da Mario Draghi.
Francoforte ha stimato che le tariffe Usa più elevate ridurranno in modo cumulato il pil dell’Eurozona di circa lo 0,7% nel periodo 2025-2027. Tuttavia, secondo la simulazione degli economisti Bce, basterebbe una flessione di appena il 2% delle barriere del mercato unico per annullare l’impatto delle tariffe di Donald Trump sul pil nel lungo termine. In questo scenario ci sarebbe un aumento del commercio intra-Ue di circa il 3%.
Gli economisti hanno osservato che qualsiasi aggiustamento strutturale del mercato unico richiederebbe tempo. I risultati non si vedrebbero nell’immediato: sarebbero necessari sforzi costanti in termini di regolamentazione e applicazione delle norme.
Nonostante ciò, secondo l’analisi, «le stime evidenziano il potenziale di trarre vantaggio dalle vaste dimensioni del mercato interno». Il commercio intra-Ue rappresenta oltre la metà delle esportazioni totali. Di conseguenza anche un piccolo aumento degli scambi dentro l’Europa compenserebbe in modo significativamente le tensioni del commercio estero.
Le barriere intra-Ue sono quegli ostacoli (di tipo regolamentare, amministrativo o di concorrenza) che rendono più oneroso operare in altri Paesi Ue rispetto al mercato domestico. Queste barriere negli scambi intra-Ue sono equivalenti a prelievi del 67% per i beni e del 95% per i servizi, secondo gli economisti Bce (Roberto Bernasconi, Naïm Cordemans, Vanessa Gunnella, Giacomo Pongetti e Lucia Quaglietti).
Ma queste cifre vanno intese come livelli massimi teorici. Gli autori riconoscono che non è fattibile, né auspicabile, eliminare del tutto barriere, soprattutto se riguardano preferenze nazionali o limitata sostituibilità di beni e servizi.
Perciò nell’analisi è stata seguita una strada parallela, cioè è stata considerata l’ipotesi di un allineamento di tutti i Paesi ai livelli di integrazione dell’Olanda, lo Stato più avanzato sulla materia.
Anche in questo caso le differenze sarebbero significative: le frizioni commerciali intra-Ue si ridurrebbero dell’8% per i beni e del 9% per i servizi, con effetti positivi per il commercio transfrontaliero (+4,4% per i beni e +14,5% per i servizi) e per il benessere complessivo (il cosiddetto «welfare gain», +1,3% per i beni e +1,8% per i servizi).
Come visto però basterebbe una riduzione inferiore (di solo il 2%) per compensare i dazi di Trump (quelli base sono del 15% verso l’Ue).
Secondo le stime, tra il 1993 e il 2014 il mercato unico europeo ha aumentato il pil reale pro capite del 12-22% negli Stati membri, mentre l’aumento medio annuo del benessere è stato di circa 840 euro a persona, espresso in prezzi del 2016.
Di conseguenza l’Ue, se vuole contrastare gli effetti dei dazi di Trump, deve guardare innanzitutto dentro casa e fare progressi sul mercato unico che è stato introdotto dal Trattato di Roma del 1957 e che oggi riguarda 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese. (riproduzione riservata)