Bce, come valutare gli anni di Christine Lagarde? Ecco le principali misure (e il più grave errore) del suo mandato
Bce, come valutare gli anni di Christine Lagarde? Ecco le principali misure (e il più grave errore) del suo mandato
La presidente è iniziato con lo scivolone sugli spread. Poi la presidente Bce ha gestito Covid e guerra varando strumenti anticrisi. I rialzi dei tassi hanno riportato l’inflazione al 2% senza causare una recessione. Possibile l’addio anticipato

di Francesco Ninfole 20/02/2026 20:00

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Nei giorni scorsi si è di nuovo parlato dell’ipotesi di un addio anticipato alla presidenza Bce da parte di Christine Lagarde. L’obiettivo sarebbe quello di permettere al presidente francese Emmanuel Macron di esprimersi sul nuovo numero uno della Bce prima delle prossime elezioni, in vista di una possibile vittoria del Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Sarà un passaggio delicato per la Bce.

Dopo le indiscrezioni del Ft, Lagarde ha detto che «lo scenario base» è restare fino alla fine del mandato che terminerà al più tardi a ottobre 2027.

Il bilancio degli anni a Francoforte e l'eredità di Draghi

L’addio anticipato non è stato escluso, ma non avverrà a breve. Si può comunque iniziare a fare un bilancio degli anni a Francoforte dell’ex dg del Fmi ed ex ministro francese.

Lagarde ha raccontato più volte di aver avuto nell’autunno 2019, subito prima di iniziare il mandato alla Bce, una conversazione con il presidente uscente Mario Draghi. Il banchiere centrale italiano le disse che la situazione si prospettava «relativamente calma» perché il Qe era ripartito a un ritmo di 20 miliardi al mese e la politica monetaria era indirizzata verso la stabilità dei prezzi. Lo scenario era in effetti questo, ma sarebbe cambiato pochi mesi dopo, nel marzo 2020, a causa di un evento del tutto inatteso come la pandemia.

Nei primi giorni del Covid, mentre il mondo entrava in una fase drammatica, Lagarde ha vissuto i momenti più complicati del suo mandato, producendo ricadute significative per i mercati e anche per l’Italia. La sua frase «non siamo qui per chiudere gli spread», probabilmente ripresa dai membri più falchi del board, mandò in tilt gli operatori, a cui appariva come l’esatto opposto del «whatever it takes» di Draghi. È stato il battesimo di fuoco per Lagarde.

Quell’errore però alla fine rese chiara la necessità di un intervento ingente sui mercati. Così dopo meno di una settimana la Bce varò il Pepp (Pandemic emergency purchase programme), un programma che nel tempo avrebbe portato ad acquisti di bond per 1.850 miliardi, per di più in modo flessibile, cioè con la possibilità di deviare dalle quote per Paese. Francoforte fece in sostanza il contrario di quanto detto da Lagarde, cioè operò per chiudere gli spread, e così riportò la tranquillità sui mercati consentendo di fatto ai governi di finanziare le spese per il Covid.

La pandemia non è stato l’ultimo momento di emergenza per Lagarde.

La lotta all'inflazione e la stretta monetaria

L’inflazione aveva cominciato a risalire per i colli di bottiglia nelle filiere produttive. A inizio 2022 era attorno al 5%. La Bce considerò quel rialzo temporaneo, perché i colli di bottiglia si sarebbero riassorbiti, quindi ritardò di qualche mese i rialzi dei tassi.

Con il senno di poi, si potrebbe dire oggi che sarebbe stato meglio intervenire prima. Ma è anche vero che l’incremento più significativo del carovita è avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina (febbraio 2022), un altro fattore esogeno che la Bce non poteva includere nelle valutazioni (così come non lo aveva fatto nessun economista di mercato).

Gli aumenti dei tassi sono iniziati a luglio 2022, quando erano ancora negativi (-0,5%). Sono arrivati al 4% a settembre 2023. È stata la stretta monetaria più forte e più rapida dell’euro. Secondo alcuni economisti sarebbe stato sufficiente un livello del 3,75%, ma nel complesso la manovra è stata necessaria. E ha raggiunto l’obiettivo: l’inflazione, che aveva raggiunto un picco del 10,6% a ottobre 2022, è scesa nel giro di un anno in modo stabile sotto il 3% e poi, dall’estate 2024, è rimasta attorno all’obiettivo del 2%.

La stretta monetaria ha così ridotto il carovita, ma senza causare una recessione nell’Eurozona: da fine 2022 a metà 2024 l’area è rimasta in una sostanziale stagnazione, per poi riprendersi in modo lievemente più sostenuto. Inoltre il processo è stato realizzato senza forti scossoni sui mercati.

Questo fattore è legato a un’altra importante innovazione della presidenza Lagarde.

Lo scudo anti-spread e la nuova strategia

Si tratta del cosiddetto scudo anti-spread (Tpi o Transmission Protection Instrument), con cui la Bce ha assicurato acquisti di bond sovrani di Stati in difficoltà per ragioni non legate ai fondamentali.

Il Tpi non è mai stato attivato. Resta una fisiologica incertezza sulle modalità concrete di avvio dello strumento. Ma è bastata la sua presenza a scoraggiare attacchi contro Paesi in difficoltà: tra questi in particolare la Francia, che nel frattempo ha sostituito l’Italia come principale bersaglio degli operatori a causa delle politiche fiscali di Parigi. Il Tpi si è così affiancato al piano Omt di Draghi che richiede un piano del Mes nei confronti del Paese in difficoltà sui mercati.

Tra le altre misure, ha avuto un minore impatto, ma è stata comunque importante, la revisione della strategia Bce nel luglio 2021: è stato archiviato il target di inflazione «sotto ma vicino al 2%» e si è passati al 2% simmetrico. Così la Bce ha messo nero su bianco l’obiettivo di combattere con la stessa forza sforamenti dell’inflazione al di sopra o al di sotto del 2%.

In questo ambito, una sfida futura sarà quella di evitare una caduta dell’inflazione in modo significativo sotto il target. A gennaio il carovita è sceso all’1,7%, anche se nel medio termine resta l’attesa di un dato al 2%.

All’orizzonte però ci sono possibili rischi di un ulteriore calo dell’inflazione, legati all’euro forte e all’arrivo di ingenti quantità di prodotti cinesi sul mercato europeo.

Anche per questo motivo la Bce di Lagarde ha scelto di abbandonare ogni tipo di indicazioni prospettiche sui tassi (la cosiddetta forward guidance) e di avere un approccio «riunione per riunione», in modo da adattarsi in modo «agile» a uno scenario economico incerto, con rischi sull’inflazione anche al rialzo (come quelli dovuti a nuove crisi geopolitiche e all’incremento dei prezzi dell’energia).

Leadership a confronto e sfide future

Va ricordato che le decisioni della Bce sono collegiali e sono prese dal consiglio direttivo, quindi non dipendono soltanto da Lagarde. Si può dire però che lo stile di leadership della presidente sia stato diverso da quello di Draghi. Il banchiere centrale italiano aveva capacità tali da poter guidare il board verso misure come il Qe. Lagarde, con una carriera di avvocato alle spalle, ha puntato tutto sulla ricerca del consenso all’interno del board. Nonostante la differenza di stile, anche la presidenza Lagarde ha prodotto strumenti innovativi come il Pepp e il Tpi.

L’economia dell’Eurozona resta fragile e piena di incognite. In questo ambito, però, il ruolo della banca centrale sembra limitato. I punti di debolezza principali riguardano l’integrazione finanziaria e scelte politiche come gli eurobond e la garanzia comune sui depositi. Lagarde ha indicato la possibilità di un «momento dell’euro» con un maggiore ruolo internazionale della moneta unica, anche rispetto al dollaro. Servono però passi significativi da parte dei governi. Uno di questi riguarda l’euro digitale, su cui i leader politici stanno però avanzando con decisione.

Quanto alla politica monetaria, citando Lagarde, si può dire che per il momento è tornata «in buona posizione» con tassi al 2%, economia in ripresa e inflazione attorno al 2%. Le emergenze sembrano alle spalle, ma Lagarde dovrà tenere la guardia alta anche negli ultimi mesi del mandato. (riproduzione riservata)