Bisognerebbe ricordare la celebre locuzione di Tacito Corruptissima re pubblica, plurimae leges, come rischio che si corre in tutti i settori della vita politica, sociale ed economica: dall'ennesima legge sulla sicurezza alle norme sul «contributo» a carico delle banche e delle assicurazioni per la Legge di Bilancio.
È difficile contestare, a quest’ultimo proposito, ciò che ha detto l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina. In precedenza concetti simili erano stati espressi dal presidente dell'Abi Antonio Patuelli. Il principio fondamentale di ogni pattuizione è il brocardo pacta sunt servanda.
Poiché l'anno scorso è stata stipulata un’intesa con le banche di durata triennale comportante un prelievo sugli utili del settore di oltre 10 miliardi da parte dello Stato, oggi non si dovrebbe poter riproporre un nuovo «contributo» come se nulla fosse accaduto in precedenza e soprattutto senza che il governo vi faccia riferimento, quantomeno con un'autocritica per l'accingersi a proporre una revisione del predetto accordo.
Niente di tutto ciò: per ora si agisce come se fosse la prima volta che si richiede una contribuzione alle banche. Così si dà un segnale per le negoziazioni in generale non certo esaltante.
Ma Messina, che rappresenta la prima banca italiana ed è stato al riguardo sempre oggettivo nelle valutazioni, ha poi ricordato che a fronte di 50 miliardi di utili le banche verseranno allo Stato 25 miliardi di imposte.
Ecco allora che, prima di pensare a un aumento di Irap o Ires o ad agire sui crediti fiscali, bisognerebbe valutare bene il complesso degli oneri tributari e contributivi che gravano sulle banche e sulle assicurazioni, considerare il rapporto della produzione degli utili con la tutela della stabilità aziendale nonché la sana e prudente gestione, raffrontare i risultati di tale verifica con quelli di altri settori economici e poi decidere se aumentare o no i prelievi e come.
Intanto è sommamente difficile escludere dal «contributo», già lontano dal carattere generale che deve avere l'imposizione tributaria, altri comparti finanziari ma extra bancari. Per esempio, quid per le Poste, per quella parte sostanzialmente bancaria dell'attività?
Ma poi, doverosamente estendendo l'area di un contributo che costituisce comunque un’anomalia nel sistema, non si dovrebbero considerare anche le imprese energetiche e quelle in generale con utili superiori a un certo importo? Così ampliando il campo dell'applicazione si può rilevare che la via maestra sarebbe procedere a una sostanziale revisione fiscale.
Non bisogna dimenticare che la Corte Costituzionale con alcune sentenze ha ritenuto sì ammissibili in altre realtà i contributi della specie, ma ha pure indicato diversi criteri ai quali dovrebbero obbedire innanzitutto le finalità sociali e la loro temporaneità: se si continua con leggi annuali a prevedere tali misure non si viola proprio la temporaneità?
Insomma, da qualsiasi angolatura si riguardi il contributo in questione emergono problemi relativi al fondamento, alla par condicio, alla durata. Occorrerebbe dunque, prima di passare ad appostare cifre in bilancio, un confronto sine ira ac studio tra governo e mondo bancario e assicurativo.
Non è un caso dunque da affrontare sbrigativamente, considerati collegamenti e ripercussioni. Non si risolve di certo con le plurimae leges. (riproduzione riservata)